BIS [2016]

Mi capita spesso di ascoltare eccellenti dischi di artisti, o scene musicali, dei quali ho già parlato in passato. Dischi che non aggiungono nulla di particolare a quanto già scritto, e che quindi non meriterebbero un ulteriore post su queste pagine (sarei costretto a riesprimere gli stessi concetti già espressi in precedenza), ma che, allo stesso tempo, sono lavori davvero belli, lavori che se li avessi conosciuti prima sicuramente sarebbero stati citati nei post in questione.
Ho deciso pertanto, a partire da questo ormai terminale 2016, di dedicare a tutti questi dischi una sorta di post riassuntivo (a scadenza annuale) per segnalarveli rapidamente e non farli cadere nell’oblio (sia chiaro, parlerò di dischi che ho ASCOLTATO nel 2016 non necessariamente di dischi USCITI nel 2016).


Iniziamo questa rubrica citando il 17° volume della serie “Éthiopiques ” (ve ne parlai qua) dedicato alla incredibile voce di Tlahoun Gèssèssè, un disco paradigmatico di tutto il fenomeno di cui vi parlai, caratterizzato da ottime canzoni splendidamente eseguite e con protagonista il cantante che più di tutti veniva considerato, non a torto, il migliore in Etiopia in quegli anni. Uno dei must have di tutta la serie.

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Passiamo ora ad un quadruplo (!) CD contenente 6 LP di Ravi Shankar (cliccate qua per leggere come lo ricordai in occasione della sua morte) relativi ai suoi esordi discografici (parliamo di un periodo che va dal 1956 al 1962). Intitolato semplicemente “Six classic albums” è un gioiellino che spicca per la qualità della musica contenuta, per l’ottimo livello delle registrazioni (incredibile come suonino bene certe incisioni d’epoca, a dispetto di quello che si potrebbe pensare) e per il costo decisamente (per non dire ridicolmente) basso. Tutta roba imperdibile per chi ama la musica classica indiana (e dentro ci trovate pure il maestro delle tabla Allah Rakha). Peccato per il libretto non all’altezza, ma credetemi che non vi pentirete dell’eventuale acquisto

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Due parole anche su “Lost and found” atto (forse) conclusivo dell’epopea del Buena Vista Social Club (ci andai in fissa anni fa e ve ne parlai ripetutamente in questo e quest’altro post). Realizzato con tagli, ritagli e frattaglie (frammenti live, scarti dalle registrazione dei tanti dischi usciti, session improvvisate, registrazioni di progetti abortiti…) sarebbe potuto essere il punto debole di tutta l’operazione e invece, lo ammetto, con mia sorpresa, risulta essere un disco bellissimo che può del tutto competere in bellezza ed eleganza (e cuore) con tutta la produzione curata dalla World Circuit. Un disco che vi suggerisco di non sottovalutare e che mi sta regalando ottimi momenti.

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Continua l’epopea dei cofanettoni di classica (ve la ricordate ? qui e qui ciò che vi raccontai). Quest’anno mi sono particolarmente dedicato al recupero di materiali della storicissima etichetta Archiv (sub-label della Deutsche Grammophon) che ha raccolto in alcuni cofanetti sue incisioni, soprattutto relative agli anni ’80. Tra queste segnalo, anche per il prezzo che, se si sa cercare in rete, può essere davvero conveniente, quello intitolato “Concertos & orchestral suites” dedicato a Johann Sebastian Bach ed eseguito dall’English Concert diretto da Trevor Pinnock. Al suo interno 8 CD con una serie incredibile di capolavori (dai Concerti Brandeburghesi alle Orchestral suites passando per i Concerti per clavicembalo, quelli per violino e quelli per varie altre strumentazioni) registrati benissimo e suonati divinamente. Vi serve sapere altro ?

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Segnalo poi le conferme di artisti quali:

– i Boards of Canada (ve ne parlai qua) che con il loro “Tomorrow’s harvest” realizzano un album particolarmente raffinato e godibile

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Antonella Ruggiero (leggete qua e qua cosa scrissi) che nel suo “L’impossibile è certo” trova modo di arricchire il suo repertorio con canzoni di buon (a volte ottimo) livello, impreziosite dalla sua voce sempre splendida e oramai a livelli interpretativi semplicemente stellari

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Fabio Orsi (qui l’articolo a lui dedicato) che continua a stupirmi con un altro gioiellino, il triplo (!) “The new year is over“, progetto davvero riuscito con la sua elettronica ambient avvolgente e mai banale

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Arturo Stalteri (anche di lui vi parlai in questo post) che torna con un disco di suoi lavori, intitolato “Préludes“, che si posiziona tra le sue migliori opere di sempre segnando una notevole maturità compositiva

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Brian Eno (di lui ho parlato spessissimo, ad esempio qua e qua, ma anche qua e qua) che con “The Ship” realizza un’opera ambient per molti versi particolare e particolarmente riuscita (ma lui è una garanzia)

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Catherine Christer Hennix, compositrice di culto, ve ne parlai per questa opera spettacolare, che, con il suo progetto Born of six (insieme ad Amelia Cuni e Werner Durand), ha realizzato un bellissimo disco, “Svapiti“, con sonorità un po’ a metà strada tra Prima Materia, i raga indiani e il minimalismo estatico di LaMonte Young e Terry Riley, registrazione che non suona mai scontata e stupisce ed illumina ad ogni ascolto (quando gli artisti centellinano le uscite, fatalmente il livello medio cresce a dismisura)

svapiti

tanto vi dovevo

Buon Anno (ricco, vi auguro, di buona musica)

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2 ore di musica ambient di Brian Eno

Nella ricca produzione di Brian Eno i brani di musica ambient sono parecchi, questa è una mia personalissima selezione per coloro che dovessero essere digiuni riguardo questo straordinario artista e questo specifico aspetto della sua verve compositiva.

 

p.s. Iniziamo con questo post a pubblicare delle playlist gratuitamente ascoltabili tramite Spotify (chi volesse saperne di più può cliccare qua). L’obiettivo non è indicarvi “il meglio di“, ma semplicemente mostrarvi un percorso attraverso un artista o un genere musicale filtrato dalla mia esperienza, dalla mia sensibilità e dai miei ricordi. Saranno quindi delle scalette che mostreranno ciò che io ritengo più significativo o ciò che io ho più amato (magari del tutto istintivamente, non è detto che a guidare la selezione siano scelte razionali). L’idea è di fare scalette di un’ora circa per materiali musicali pop, o generalmente legati alla forma canzone, mentre per musiche più sperimentali e dilatate l’ordine di grandezza sarà di un paio d’ore (come in questo caso).

FABIO ORSI “Wo ist behle ?”, 2010, Boring machines

Fabio Orsi è probabilmente la più bella realtà, in ambito ambient-elettronico, emersa in Italia nel nuovo millennio e, a dispetto di una fama ancora piuttosto sotterranea, la sua discografia è già notevolmente sviluppata. Ho sentito pochi suoi dischi finora, ma tutti di altissimo livello.

Questo berlinese “Wo ist behle ?“, pubblicato dalla mai abbastanza lodata Boring machines, è un disco di abbagliante bellezza caratterizzato da atmosfere pacate e loop elettronici di squisita fattura, un po’ ambient, un po’ minimalismo, un po’ kosmische, per un disco tutto da ascoltare con gli occhi chiusi e la mente aperta.

In un universo così ampio e rigoglioso come quello dell’ambient e post-ambient è difficile ormai essere innovativi, meno difficile, ma non certo banale, è riuscire a fare lavori di grande gusto e qualità, caratterizzati da una sensibilità musicale fuori dal comune. Ed è questo il pregio principale di questo lavoro che non sarà un disco epocale o di svolta, ma è un disco nel quale le musiche suonate profumano di eleganza, appaiono e scompaiono lasciandosi dietro una scia di terribile piacere.

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In apertura subito una meraviglia intitolata “Loipe 01“. Pulsazione bassa e continua sulla quale lentamente si innestano, stratificandosi, sonorità circolari dal beat più consistente, ben presto (siamo a circa metà dei 12 minuti abbondanti di questo brano) rafforzate da micromelodie ripetute a oltranza riuscendo a costruire, anche con l’implementazione di armonie jarre-ane (non suoni come una bestemmia), una cattedrale sonora magicamente affascinante, di quelle che si vorrebbe non terminassero mai.

Segue, non proprio inaspettatamente, la breve “Loipe 2” caratterizzata da battiti elettronici e disturbi vari che ci cullano per 3 minuti. Si torna a tempi più lunghi e suoni più sviluppati con i 14 minuti di “Loipe 3” anch’essa strutturata su un loop eternamente circolare sul quale si abbattono sequenze e frequenze che potrebbero far pensare ad un Jarre in catalessi dai toni lunghissimi o a certo Pascal Comelade degli esordi (ma più delicato).

Loipe 4” gode di una sua strana intrigante immobilità e di un lentissimo affondare, mentre la conclusiva “Loipe 5“, la traccia più anomala, sfreccia su piste quasi rockettare in mezzo a distorsioni rombanti e pulsanti

Per quello che ho sentito sento di potervi consigliare senza dubbio alcuno anche i suoi “Audio for lovers” (2008) e “Endless autumn” (2013), ma l’impressione (forte e chiara) è che l’intera discografia di questo musicista meriti attenzione.

Giù il cappello.

LAVERNA (seconda parte)

Seconda cinquina di album/EP prodotti dalla netlabel electro-friendly Laverna (la prima parte la trovate qua).

cecchinatoPartiamo con “Pulsar evenings“, lavoro di media durata (46 minuti) di Manuel Cecchinato Posadas. Cinque lunghi deliziosi brani che vanno dalle atmosfere quartomondiste di “Pulsar evening 1” (con la tromba di Daniele Goldoni a ricamare, con l’aiuto del pianoforte, sopra una base elettronica dal beat insistito), al Milesi in progressione di “Pulsar evening 2” (basato su una minimale frase di pianoforte intorno alla quale l’elettronica disturba e innerva, con gran classe), fino al minimalismo vagamente alla Palestine di “Pulsar evening 4” (pianoforte rapido e ossessivo che si intreccia benissimo con una elettronica glitch e una ritmica frammentata) in quello che è forse il pezzo più originale del lotto.
Un lavoro interessante e prezioso

stellapolanskyGhost window” di Stella Polansky (5 tracce per una mezzoretta di musica) è un lavoro con forti reminiscenze ambient ma molto aggrappato al nuovo millennio. L’iniziale “Freste klep” si apre con una nebbia e una malinconia molto basinskiana alla quale però si aggiunge una chitarra acustica a portare un po’ di sole. Seguono gli altri brani che si muovono su coordinate analoghe con particolare attenzione per il lungo “Floating boat” caratterizzato da un delicato vento elettronico che sembra esplorare gli spazi intorno a noi (e a lui) dai quali emergono radi suoni concreti (ma nessuna parvenza di vita, salvo la solita chitarra nel finale) e la conclusiva “In winter’s bones” dall’elettronica glaciale e le atmosfere (uniche a presentare anche delle voci umane) degne del miglior Biosphere (e a casa mia questo è un gran complimento).

bingsatellitesHigh fidelity” di Bing Satellites (3 tracce per poco meno di mezzora) si muove su coordinate a metà tra l’ambient-quartomondista e i corrieri cosmici. Si apre con “High fidelity“, un brano che distilla il meglio dei Tangerine dream periodo post-Phaedra con morbide percussioni a dare ritmo a suoni elettronici vagamente space caratterizzati da una interessante ascesa verso l’armonia. Senza una reale interruzione il brano sfocia in “Caterpillar dance” che pare essere una versione più rallentata e atmosferica del brano precedente. Chiude il lavoro “Space between your ears“, il più ambient del lotto, dove spariscono le percussioni tribaloidi e si entra in una dimensione vagamente mistica, piena di good vibrations ed echi di certe cerimonie tibetane. Globalmente un lavoro di sostanza che magari non stupisce con effetti speciali, ma si lascia ascoltare con grande soddisfazione.

haloXVIThe dreaming E.P.” di Halo XVI (anche in questo caso il lavoro si estende per la solita mezzora, per 5 tracce di varia lunghezza) è ambient purissima, solo venata da qualche oscurità, dotata di interessanti sviluppi all’interno dei suoi brani (una sorta di immobilità in divenire tutt’altro che scontata). Lo si avverte nelle note di pianoforte nell’iniziale “A different afternoon“, ben inzuppate in suoni elettronici, nelle tastiere soffuse e nei vocalizzi della deliziosa “Lost evenings” (con echi dei Cluster più morbidi), nella lunga “Night moves” dagli echi west-coastiani (nel senso della scuola ambient cresciuta in California negli anni ’80 intorno alla figura di Steve Roach).

roomsdelayedChiudiamo questo secondo post dedicato alla Laverna con “Flickering traces“, lavoro accreditato a Rooms delayed (progetto che fa capo a Vincenzo Nazzaro), che si sviluppa attraverso 5 tracce che compongono (la solita) mezzora di ambient classicissima realizzata a partire da una chitarra elettrica sapientemente trattata. Toni lentissimi a volte profondi, “Somewhere near“, a volte meno, “Every day, early morning“, a volte meravigliosamente oscuri, “Centerlight shade“, a volte piuttosto languidi, “Flowing across“. Inevitabilmente il pensiero va a certe (splendide) cose di Fripp & Eno.

Al solito il consiglio, oltre a dargli e darmi fiducia, è di assaggiarli utilizzando i link che trovate qui sotto.

Manuel Cecchinato Posadas
Stella Polansky
Bing Satellites
Halo XVI
Rooms delayed

Alla prossima 🙂

STEPHAN MATHIEU, “Radioland”, 2009, Die Schachtel

Per parlare di questo disco partiamo dalle (scarnissime) note di copertina. Dice l’autore, riguardo la genesi e la realizzazione di questo lavoro: “Radioland is exclusively based on realtime processed shortwave radio signals, received, transformed and recorded on various locations“.
E in effetti dice più o meno tutto quello che c’è da dire.

333Ce lo immaginiamo di notte, in campagne poco frequentate, magari non lontano da un caminetto, ricevere questi segnali sulle onde corte e processarli secondo il suo gusto musicale e la sua sensibilità. Ed il risultato è una musica molto intrigante, lenta e mutevole come nelle più classiche realizzazioni ambient, con però una tendenza al microdisturbo, allo sfrigolare, che rende i suoni un pizzico meno digeribili del solito, e, seppure ci avvolgono in spirali ipnotiche, ridestano continuamente la nostra attenzione.

Il disco si apre con i dieci minuti di “Raphael” e ci accoglie con questi suoni che potrebbero davvero provenire da qualche paradiso popolato da arcangeli, suoni elettronici ma molto vivi, mai freddi, casomai potremmo definirli alteri, evocanti certa lenta levitazione di immaginarie macchine futuribili che spesso incontriamo nei film di fantascienza.
Seguono altri due arcangeli: “Gabriel” (immobile, sembra guardarsi attorno, con la musica che lentamente si diffonde tutto intorno a noi, come litri di olio versati in uno spazio tridimensionale) e “Michael” (anch’esso immobile, ma più oscuro, con un sottofondo molto particolare di suoni lontani ed energia elettrica che frigge ostinatamente).

Tre brani da gustare con attenzione, passione e soddisfazione.

A questi brani più lunghi seguono altri brani un pochino più brevi tra i quali spiccano la serena passeggiata sotto le (radio)stelle di “Promenade” (pulsare und quasare), il sussurrare nascosto di “Licht und finsternis zum auge” con le sue frequenze che si inseguono sopra la nostra testa come insetti attirati dalla luce di una lampada aumentando continuamente di numero, e la conclusiva (?), e bellissima, “Prolog in himmel” che parte più violenta degli altri pezzi, ma poi disvela presenze vocali paradisiache (ma sempre in uno strano limbo tra l’essere e il non essere), fantasmi di voci colte chissà come che elargiscono sonorità davvero celesti (sempre sopra un sottofondo eternamente sfrigolante e senza pace).
Tra le cose migliori ascoltate in questi ambiti negli ultimi anni (e mi fa piacere che sia stato pubblicato dalla nostrana Die Schachtel).

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Elektronenklange aus dem Radioland. 😉

p.s. Esiste anche una versione dal vivo intitolata “Radioland (Panorámica)” ugualmente interessante ma, a mio parere, meno riuscita rispetto a questa edizione.

PIERLUIGI CASTELLANO, “Le sorgenti del suono”, 2004, Derive Approdi

Mi era completamente sfuggita l’uscita di questo libro, solo casualmente me ne sono imbattuto e, volentieri, l’ho comprato e letto.

9788888738598Sottotitolato gurdjieffianamenteTrenta incontri con musicisti straordinari“, il libro è in realtà una raccolta di interviste (mai lunghissime e mai brevissime) con musicisti di varia estrazione collezionate nell’arco di una quindicina d’anni (credo pubblicate all’epoca da riviste o quotidiani).
Ogni intervista è preceduta da una breve introduzione al musicista intervistato (sempre scritta da Castellano) alla quale seguono le domande e le relative risposte.

Il punto è che Castellano non è un giornalista (o, perlomeno, non è solamente un giornalista), ma è innanzi tutto musicista e compositore di razza, uno dei più interessanti tra quelli emersi in Italia della sua generazione, e la sua chiave interpretativa del ruolo di intervistatore è davvero interessante: domande brevi, ma ottime per provocare risposte circostanziate, nessuno spazio a questioni che esulino la musica, profonda conoscenza dell’opera dell’intervistato, nessuna domanda provocatoria (l’educazione innanzi tutto) ma anche nessun timore a porre anche domande scomode…

Per quello che mi riguarda anche il Castellano giornalista viene promosso a pieni voti, così come il Castellano compositore (prima o poi parleremo approfonditamente di qualche suo disco).

Nel libro trovate interviste a minimalisti storici (Riley, Glass, Palestine…), musicisti influenzati dai minimalisti (Laurie Anderson, Eleni Karaindrou, Jon Hassell, Kronos Quartet, Jocelyn Pook, David Van Tieghem…), alfieri dell’elettronica o dell’ambient (Eno, Harold Budd, Bill Laswell, Sakamoto… ), musicisti jazz (Alice Coltrane, Chick Corea), musicisti pop/rock più o meno trasversali (Peter Gabriel, Tuxedomoon, Residents, Robert Wyatt… ) e altri inclassificabili (Diamanda Galas, la Third Ear Band, John Zorn) miscelati in una insalata colorata e dai sapori intensi.

Uno sguardo ampio su alcune tra le musiche più intriganti degli ultimi decenni.