5 dischi di/con Roberto Laneri

  • Prima materiaLa coda delle tigre” (1977)
  • Roberto LaneriTwo views of the Amazon” (1985)
  • Roberto LaneriMemories of the rain forest” (1994)
  • Roberto Laneri e Claudio RicciardiInside notes” (2001)
  • Roberto Laneri e In forma di cristalliBreath” (2014)

 

 

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NEL CIELO DI INDRA dal vivo a Roma, il 3 febbraio 2018

Roberto Laneri è uno di quei musicisti e compositori italiani che, in barba alla qualità dei propri lavori, risultano pochissimo noti, anche tra gli addetti ai lavori, specie quelli stranieri.

E’ stato, storicamente, il più importante interprete italiano di canto armonico e il suo disco più celebrato è il capolavoro “La coda della tigre” dei Prima Materia (quartetto composto, oltre che da Laneri, da Claudio Ricciardi, Gianni Nebbiosi e Susanne Hendricks), pubblicato nel lontanissimo 1977 e recentemente ristampato con bonus tracks interessantissime dalla sempre attenta Die Schachtel.

Nonostante le buonissime recensioni e una certa fama, nei 40 anni che sono seguiti alla pubblicazione di questo disco i lavori di Laneri sono stati relativamente pochi e scarsamente presi in considerazione dalla critica.

L’ottimo “Two views of the Amazon” (Wergo, 1985, inspiegabilmente mai ristampato in CD), l’altrettanto valido “Memories of the rain forest” (Amiata records, 1994), l’introvabile, era stato allegato ad una rivista, e consigliatissimo, “Inside notes“, ancora insieme a Claudio Ricciardi, e gli altri dischi realizzati da Laneri non riescono più ad accendere le luci sulla sua arte. Ed è un peccato perché Laneri non è solo persona dotata e competente, ma è anche un compositore estremamente consapevole del suo ruolo e un instancabile divulgatore delle tecniche del canto armonico.

Il suo progetto più recente è un coro denominato “Il cielo di Indra” (“si dice che nel cielo di Indra vi sia una rete di perle costruita in modo che, guardandone una, in essa si vedono riflesse tutte le altre“), del quale Laneri è direttore, ed abbiamo avuto la fortuna di vederlo all’opera in un concerto nella romana Basilica di S.Eustachio.

La sensazione è che con questo progetto Laneri cerchi di testare le possibilità di contaminazione tra le tecniche del canto armonico e altri stili musicali. Non a caso dopo un primo brano (“Arkeion“) che è una sorta di esposizione del vocabolario di tecniche tipiche di questo coro, si passa ad una serie di brani in cui Laneri o si confronta con altre culture attraverso sue composizioni (“Organum“, legata/ispirata a Pérotin, o magister Perotinus, e tutta la scuola di Notre-Dame) o arrangia per il suo coro composizioni provenienti da altri ambiti (una bellissima versione di un compianto di Guillaume de Machaut, una interpretazione incredibile, metà overtones e metà raga, di “Spiritual” di John Coltrane, una delle sue grandi passioni musicali, Laneri oltre che performer vocale è anche suonatore di sassofono e di tanti altri strumenti).
Si aggiungono a questi brani due pezzi della tradizione: una canzone mongola (anche questa rivista in funzione del coro) e un inaspettato canto pigmeo arrangiato in maniera deliziosa.
Ha chiuso il concerto “Undifluus“, brano composto da Laneri, che chiude un po’ il cerchio ritornando ad atmosfere simili a quelle di apertura. Come bis hanno poi presentato un lavoro work in progress con ancora al centro il mondo della scuola di Notre Dame (e ancora un gran bel sentire).

Se l’idea di fondo dietro a questo progetto è sicuramente interessante, e mira a tirare il canto armonico fuori dalle secche di una certa autoreferenzialità, e se le composizioni di Laneri sono senza dubbio buone così come gli arrangiamenti di brani altrui, il concerto ha lasciato parzialmente a desiderare perché si ha l’impressione che, tecnicamente, il gruppo sia un po’ spaccato in tre parti: Laneri capace di un controllo pazzesco degli armonici, alcuni altri componenti con buone capacità e altri piuttosto indietro e non sempre all’altezza del proprio ruolo.
Va però specificato che questo progetto musicale non nasce con l’idea di poggiarsi su professionisti di canto armonico, quanto su persone legate dalla passione per queste musiche, e, forse, è proprio questo il risultato che il direttore e fondatore del coro si proponeva: creare contesti per la diffusione e lo sviluppo del canto armonico in Italia più che un pool di straordinari interpreti in un deserto generale.

In ogni caso un ottimo concerto in un contesto adattissimo (comprese le conclusioni di fine concerto ad opera di Don Pietro, un piccolo grande mito della Roma migliore)

tante altre informazioni le potete trovare sul suo sito ufficiale

5 concerti che ho visto nel 2017

  • Lino Capra Vaccina Roma, 28 gennaio
  • Lyke WakeRoma, 23 novembre
  • Il muro del cantoRoma, 10 agosto
  • KraftwerkPerugia, 7 luglio
  • Juri Camisasca e Rosario Di Bella – Roma, 9 gennaio

 

5 dischi elogiati da Valerio Mattioli nel libro “Superonda”

  • Claudio RocchiVolo magico n.1” (1971)
    Con “Volo magico” Rocchi firma l’apice della civiltà psichedelica italiana e l’inno dilatato che la comunità underground aspettava da anni
  • Luciano CilioDialoghi del presente” (1977)
    “Dialoghi del presente” è un disco di una bellezza disarmante. Fa venire alla mente un rito misterico umanissimo e caldo, un reticolo di timbri (tutti acustici) che dolenti fluttuano trai riflessi di un lago a fine estate
  • Lino Capra VaccinaAntico adagio” (1978)
    Un autentico, irripetibile e precario capolavoro di minimalismo alla Steve Reich e spleen mediterraneo che però, come al solito, uscirà troppo tardi (nel 1978) e nell’indifferenza quasi generale
  • Franco BattiatoSulle corde di Aries” (1973)
    Quando alla fine del 1973 arriva nei negozi “Sulle corde di Aries” è chiaro a tutti che la personale “Conversazione in Sicilia” di Battiato ha prodotto non solo un musicista molto distante da quello che il pubblico aveva conosciuto appena un anno prima, ma uno dei dischi più belli mai usciti in Italia fino a quel momento, e anche dopo, aggiungerei
  • Canzoniere del LazioLassa sta la me creatura” (1974)
    Opera dall’aria torbida e pesantemente esoterica, i cui solchi profumano di zolfo e acqua santa assieme, “Lassa sta la me creatura” è il titolo che certifica il “tradimento” del Canzoniere del Lazio. Ed è anche il capolavoro del nuovo folk italiano


In corsivo testi tratti dal libro di Valerio MattioliSuperonda“.

VALERIO MATTIOLI “Superonda”, 2016, Baldini & Castoldi

Questo libro, non a caso sottotitolato “storia segreta della musica italiana“, è, per l’appunto, un libro di storia. Un libro di storia della musica che affronta un periodo che va, grosso modo, dalla metà degli anni ’60 alla metà degli anni ’70.

L’idea è quella di narrare una stagione straordinardia della musica italiana (e, in realtà, delle arti tutte) particolarmente influente, ma, soprattutto, seminale, sia nel nostro paese che all’estero, attraverso la ricostruzione di cosa accadde e l’individuazione di coloro che ebbero un ruolo determinante nello svolgersi degli eventi.
Non si racconta di un particolare genere musicale, o di una scena comunque ben definita, quanto di una attitudine che, pur agendo in ambiti relativamente distanti e scollegati, segnerà in maniera personalissima l’evoluzione della musica in Italia.

A narrare il tutto il giornalista e musicista Valerio Mattioli, classe 1978.

Verrebbe subito da chiedersi come mai una tale complessa ricostruzione ed interpretazione degli eventi sia stata realizzata da qualcuno che in quegli anni neanche era nato, piuttosto che da qualcuno che c’era (i Bertoncelli, gli Assante…) o che almeno ne avesse annusato le fasi conclusive, ma, leggendo il libro, uno degli aspetti migliori e più interessanti che saltano all’occhio è proprio come la distanza temporale dagli eventi e l’estraneità dell’autore a quanto accaduto, permettano a Mattioli di affrontare i fatti narrati senza scivolare mai nella nostalgia di anni mitici (o di musicisti mitici). Lo spazio che separa l’autore dai fatti garantisce uno sguardo libero da pregiudizi (positivi o negativi che fossero), inevitabili per chi quei momenti li ha vissuti, ed è proprio il tono dell’autore, spesso ai limiti di un cinismo figlio della propria onestà intellettuale, ad essere uno dei punti di forza della narrazione.
Mattioli dimostra di non avere timore di cadere nel delitto di lesa maestà e non si fa problemi a sottolineare l’ingenuità di certi lavori o i loro limiti, e questo rafforza significativamente le sue parole quando invece esprimono meraviglia e apprezzamento per altri, o gli stessi, lavori. Si parla di artisti che l’autore ama (altrimenti questo libro non sarebbe neanche nato), ma lo sguardo di chi scrive è lo sguardo di chi ama anche la musica del nuovo millennio e non ignora come e quanto le cose siano, se non progredite, perlomeno cambiate.

Altro punto di forza di questo libro, a mio parere diretta conseguenza di quanto scritto sopra, è lo sforzo e la capacità di contestualizzare quanto narrato. Mattioli non ci parla solamente di un certo musicista e dei suoi lavori, ma ogni volta realizza una doppia contestualizzazione:
relaziona l’opera al contesto sociale nel quale è stata prodotta (sotto i nostri occhi scorrono con dovizia di dettagli e riferimenti, sia l’Italia della “Dolce vita” che quella dei cosiddetti “anni di piombo“) e, in parallelo, al contesto musicale nazionale e internazionale nel quale gli artisti si muovevano (nessuna musica nasce dal nulla). In questo modo ci permette di comprendere (da vero storico) nella maniera migliore possibile cosa sia successo e perché sia successo.

A questo punto vi chiederete quali siano i protagonisti di queste oltre 600 pagine, fitte fitte e senza apparato iconografico. Sono tanti, alcuni famosissimi, altri misconosciuti, altri ancora conosciuti ma mai narrati da questo punto di vista. Tutti, secondo Mattioli, hanno in comune qualcosa che rese speciali tutte queste musiche che si muovevano in uno spazio enorme, esterno sia alla musica (cosiddetta) commerciale che a quella (cosiddetta) colta, musiche che spiccavano per originalità conservando tutte un qualcosa di speciale che non possiamo chiamare italianità, ma certo era legato alla cultura (magari solo alla sua parte migliore) italiana.

Cercando di sintetizzare per macro-categorie posso dire che qui si parla di musica contemporanea, musica di (più generica) avanguardia (spesso “incolta“), musica elettronica, rock progressivo nelle sue varie, e spesso contraddittorie, forme e declinazioni, psichedelia, musiche che guardano alle tradizioni, cantautorato (meglio se borderline), colonne sonore, library music (e musiche per sonorizzazioni varie) e (più o meno free) jazz.
Ma si parla anche dei luoghi dove queste musiche sono germogliate (il Piper, il Beat 72, L’Attico, lo Studio di Fonologia Musicale della RAI…), di “non musicisti” che, a vario titolo, hanno permesso a queste musiche di svilupparsi (Gianni Sassi, Mario Schifano, Fabio Sargentini, Diego Carpitella…). Il tutto mostrando come spesso i protagonisti di questa epopea saltassero da un genere all’altro in un ricco florilegio di relazioni e contaminazioni reciproche.

Difficilissimo fare un elenco degli artisti di cui si parla, sono davvero tanti. Vi basti sapere che, nonostante l’enormità della materia affrontata, ci sono tutti quelli che ci devono essere (e anche qualcuno di più). Ovviamente non a tutti è concesso lo stesso spazio: per alcuni basta una mezza paginetta, su altri l’autore zoomma con grande interesse, dedicandogli anche più di un capitolo (Franco Battiato, Claudio Rocchi, Ennio Morricone, Piero Piccioni, Piero Umiliani, Alvin Curran…).

Proprio perché il libro ricostruisce una storia, i vari capitoli che si susseguono affrontando le varie scene che interessano Mattioli, sono raccontati in ordine cronologico (per quanto possibile). Capite bene quindi perché il percorso, ad esempio, di Battiato sia stato suddiviso in più capitoli artisticamente diversi e temporalmente separati (uno sul primo periodo Bla…Bla…, “Fetus e Pollution“, uno sui restanti dischi per l’etichetta di Massara ed uno per il periodo Ricordi). In questo modo il procedere della vicenda e degli artisti si segue non solo in maniera più chiara, ma soprattutto meglio contestualizzata con quella degli altri protagonisti di queste pagine.

Da sottolineare, tra i tanti meriti di questo lavoro, lo spazio dedicato a veri e propri unsung heroes dell’epoca, passati sostanzialmente (Pietro Grossi, Luciano Cilio, Franca Sacchi, Bruno Nicolai…) o completamente (Mario Nascimbene, Amedeo Tommasi…) inosservati. Personaggi le cui storie meriterebbero ancora più spazio.

Tra i capitoli più riusciti, nel senso di più chiari ed efficaci, ma anche di più innovativi nei contenuti, segnalo quello dedicato al Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza (il GINC, la loro storia meriterebbe un film, o almeno una fiction di RAI 1), quello dedicato ai musicisti che cercarono di recuperare aspetti delle tradizioni popolari (Nuova Compagnia di Canto Popolare, Canzoniere del Lazio…) nel quale, giustamente, si esaltano i loro meriti, ma vengono anche segnalate le loro ambiguità e quelle che potremmo definire ipocrisie concettuali, quello dedicato alla library music (in assoluto la scena dove la differenza tra la conoscenza e l’apprezzamento odierno diverge in maniera clamorosa con la percezione che se ne ebbe allora, quando nessun critico si degnò di occuparsene e quasi nessun ascoltatore le dedicò attenzioni, a dispetto della quantita enorme di dischi che vennero prodotti in quegli anni).

Tra quelli meno riusciti invece quello dedicato ai cantautori e al loro boom, forse l’unico capitolo a risultare abbastanza superficiale (troppo vasta la quantità di lavori ascrivibili a questa scena per parlarne diffusamente e in maniera esaustiva, nonostante le dovute citazioni per alcuni cantautori minori come Juri Camisasca e Francesco Currà). E’ forse l’unico capitolo che poteva essere escluso, tanto che sembra avere soprattutto il compito di introdurre quello dedicato al Battisti di “Anima latina“.

La pretesa di essere un lavoro storico non impedisce a Mattioli di dare il suo personale punto di vista sugli artisti raccontati. Emergono spesso, e chiaramente, le sue preferenze, a volte condivisibili (Claudio Rocchi, Alvin Curran…), a volte meno (Sensations’ fix, Osanna…), ed è giusto che sia così, ma questo non impedisce a “Superonda” di essere immediatamente diventato un classico nel suo genere, un libro che sorprenderà chi quegli anni li ha vissuti e amati, e ancor di più interesserà chi non c’era e fosse curioso di sapere cosa è successo in quello che probabilmente rimarrà come il periodo storico recente nel quale la musica italiana è stata più capace di produrre musiche, non solo innovative, ma, soprattutto, capaci di lasciare una traccia importante nel solco di tutta la produzione occidentale.

Spaghetti sound forever.