Un’ora (e mezza) di musica minimalista e post-minimalista italiana

Altra playlist arrangiata alla meno peggio con quello che passa il convento. 🙂

Ci ricolleghiamo al post precedente per dedicare i nostri ascolti a quelle composizioni di autori italiani fortemente influenzate dal minimalismo storico, un genere che ebbe discreta fortuna dalle nostre parti e che ha influenzato diversi artisti.

In questa sequenza troviamo alcuni gioielli che con orgoglio possiamo rivendicare come tra le più importanti composizioni realizzate in Europa in relazione a questi generi (Cacciapaglia, Battiato…),
alcune sono presenti in forma esageratamente mutilata (l’eccellente “Modi” di Piero Milesi, presente in una pillola di un solo minuto),
altre purtroppo mancano completamente (il “Motore immobile” di Giusto Pio, incredibilmente assente da Spotify nonostante le ripetute edizioni in CD, “Tunedless” di Roberto Donnini, “Elicoide” di Franco Nanni, del quale abbiamo appena parlato, gli “Olympic signals” di Giovanni Venosta“, gli ottimi lavori di Pierluigi Castellano, sui quali torneremo tra qualche tempo, e altro ancora).

Fortunatamente altre composizioni sono presenti, il tutto a disegnare un approccio italiano a un genere musicale sviluppatosi oltreoceano eppure capace di fiorire inaspettatamente anche in un paese come l’Italia, apparentemente condannata al bel canto e alla melodia über alles.

Speriamo di poter prossimamente integrare questa antologia con alcune delle composizioni che avremmo desiderato inserirci dentro, nel frattempo chiudete gli occhi e perdetevi in questo splendido mare.

p.s. Considerate l’ultima traccia come una sorta di bonus track, perché, pur non essendo un brano di stretta osservanza minimalista, segna la fruttuosa collaborazione tra Terry Riley, uno dei quattro mostri sacri del minimalismo, e il compianto Stefano Scodanibbio, musicista che ci piace ricordare in questa occasione.

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FRANCO NANNI “Elicoide”, 1987, Moon record

Ci ricolleghiamo alla playlist pubblicata un paio di post fa (cliccate qua per ascoltarla) e dedichiamo questo post ad un disco di quegli anni ’80 caratterizzati (anche) da un manipolo di sperimentatori in bilico tra mondi più popolari e mondi più aristocratici, capaci di musiche che riuscivano ad essere vicine a certe avanguardie, ma rimanendo godibili, musiche intriganti e originali, ma anche comunicative.

Franco Nanni è stato uno di questi sperimentatori, autore dalla discografia tutt’altro che sterminata, che nel 1987 esordisce, su di una piccolissima etichetta, con questo “Elicoide“.

Il progetto, del tutto strumentale, dichiaratamente legato alla genetica, è caratterizzato da 5 brani, due dei quali particolarmente lunghi che ne costituiscono il cuore.

Mitochondria“, con i suoi 16 minuti, è un brano ipnotico, per tastiere e contrabbasso, memore del Reich più percussivo, ma, rispetto a questo, molto più morbido e lirico. Ritmo rilassato, le tastiere a dettare l’architettura del pezzo e il contrabbasso a lavorarci melodicamente dentro, realizzando un brano post-minimalista di ottima fattura.
Elicoide” è l’altro brano che spicca per le dimensioni, 11 minuti di grande delicatezza. Anche qui le tastiere iterative disegnano una architettura di grande fascino, con più libertà rispetto al primo brano, temi che si susseguono, si incastrano, appaiono, scompaiono e poi ricompaiono.

Degli altri tre brani segnalazione doverosa per “Mitosi“, non lontana dalle atmosfere di “Mitochondria“, ma con un piglio più deciso.

Se c’è un difetto in questo disco, difetto tipico di molti dischi usciti nella seconda metà degli ’80, è una certa freddezza dei toni sintetizzati. L’impressione è che questi brani, suonati da una vera orchestra, avrebbero una maggior capacità attrattiva e risulterebbero ancor più piacevoli all’orecchio, ma sono ben chiare le motivazioni che spingevano i compositori di allora (e di oggi, a dirla tutta…) a preferire questo tipo di soluzioni.

Dopo questo disco, che non ebbe certo l’eco che meritava, Nanni pubblicò un interessante lavoro, “L’angelo dei numeri” per poi sostanzialmente scomparire dalla scena.
Recentemente la Affordable Inner Space ha ripubblicato “Elicoide” in una versione allargata (praticamente raddoppiata) con altre tracce dell’epoca, anch’esse di ottima qualità, per nulla inferiori a quelle pubblicate nel 1987 (in particolare la circolare “RNA“, “Meiosis” che mi ricorda il miglior Michael Galasso, la rilassata e stupefatta “DNA“), purtroppo solo in doppio vinile e in download (riparleremo di questa discutibile tendenza).

Ma, se siete interessati a questo oscuro, quanto talentuoso, musicista, il consiglio è di recuperare queste ristampe (e di corsa, prima che scompaiano).

KARLHEINZ STOCKHAUSEN “Mikrophonie 1”, 1966

Continuiamo con i video dedicati ad alcuni esponenti della musica (più o meno) d’avanguardia e cogliamo l’occasione per festeggiare i 90 anni dalla nascita di Karlheinz Stockhausen.

Questo video, risalente al 1966, quando Stockhausen aveva solo 38 anni, coglie una esecuzione di una composizione risalente a pochi mesi prima, “Mikrophonie 1” (titolo delizioso).

Oltre agli aspetti squisitamente musicali, vi invito a rivolgere la vostra attenzione a tutto il contesto e a realizzare che tutto ciò accadeva una vita fa.

 

 

Un’ora (e venti minuti) di (sottovalutate) ricerche italiane (1986-1998)

A partire dalla seconda metà degli anni ’80, fino alla fine dei ’90, vennero pubblicati diversi dischi di artisti italiani caratterizzati da importanti affinità. Non credo si possa parlare di una vera e propria scena, ma certamente ascoltando questi lavori, prodotti nell’arco di un pugno di anni, si nota come abbiano in comune i medesimi riferimenti musicali (la musica classica e contemporanea, il minimalismo e post-minimalismo, l’elettronica cosmica tedesca, la musica ambient…) e li abbiano miscelati in maniera molto efficace, partorendo lavori che risentono di tutti questi riferimenti ma che rappresentano chiaramente l’aria che si respirava in quel periodo, non disdegnando, a volte, l’utilizzo di strumenti acustici, anche se, in linea di principio, il grosso di questi lavori ha una matrice elettronica (computer, tastiere, nastri e campionatori sono gli strumenti dominanti).
Musiche deliziosamente borderline, non asservibili né all’universo delle musiche serio/contemporanee né a quello della musica pop (per quanto laterale e coraggiosa).

Gli unsung heroes di quei giorni furono musicisti quali Riccardo Sinigaglia, Piero Milesi, Pier Luigi Andreoni, Franco Nanni, Luigi Maramotti, Raffaele Serra, Francesco Paladino, Roberto Musci, Giovanni Venosta, Goffredo Haus, Paolo Modugno e altri che sicuramente dimentico, insieme ad alcune etichette illuminate quali la ADN, la Materiali Sonori, la Stile libero.

Questa playlist non solo non rappresenta il meglio di questa (non) scena, ma nemmeno riesce a mappagre le varie personalità che ne hanno fatto parte in maniera significativa. Semplicemente ci siamo arrangiati con quello che abbiamo trovato su Spotify (molto poco, ad essere onesti) nel tentativo di farvi fare comunque una vaga idea e, magari, incuriosirvi verso questi lavori, a mio parere, molto interessanti e tra le eccellenze musicali del nostro paese, qualcosa il cui valore forse è stato riconosciuto più all’estero che in Italia.

L’obiettivo a tendere è quello di portare questa playlist alle canoniche due ore, sperando che nel tempo alcuni importantissimi lavori degli autori citati compaiano su Spotify.
Per ora accontentatevi di questi, comunque ottimi, 80 minuti.

LAVERNA (terza parte)

Altra cinquina di lavori pubblicati dalla nostra prediletta net-label Laverna (le precedenti le trovate qui e qua).

Partiamo con “A long white sleep” di Leonardo Rosado. Quattro brani per 20 minuti caratterizzati da estrema brumosità, un’elettronica fosca e glaciale per niente rassicurante, ma molto affascinante.
Come spesso accade in questo tipo di musiche dietro un apparente immobilità c’è invece un intero universo di continui microcambiamenti che rendono l’ascolto interessante e coinvolgente. Più estatica l’iniziale “Variation in white n.1“, più rumorosa “Variation in white n.2“, più letargica “Variation in white n.3” (forse la traccia più convincente, come un guardarsi attorno di chi riesce a cogliere nel profondo l’essenza della natura), più vicina a certe atmosfere eno-ane (“On land“) la conclusiva “Variation in white n.4“.
Una musica capace di grande suggestione.

Anacleto Vitolo, qui con lo pseudonimo di AV-K, presenta nel suo “A centripetal fugue” oltre mezzora di suoni elettronici di squisita fattura e discreta varietà. “290513“, dark-ambient molto sporca e lacerata, introduce perfettamente questo rigoroso lavoro, segue il brano scelto per intitolare il disco, che profuma dei primi Kraftwerk, o dei primi Cluster, con suoni elettronici (che sembrano) analogici molto ben modulati, squisita descrizione di un sereno panorama post-industriale. Si prosegue poi con le vibrazioni ricche di disturbi, rumorini e pulsazioni di “Amniotico” (vagamente alla Biosphere), con “Frefall in slow motion“, immobile e celestiale, “Anxiety” e “S-FLM” , dai bassi profondi e lo sguardo dentro l’abisso. Si conclude l’ascolto con la ventosa “Rising“, le cui aperture mi ricordano certi momenti del Battiato di “Genesi” (ma mooooolto più dilatati).

Posthumous innocence” di Item Caligo  (al secolo Sergey Epifanov) è un ottimo lavoro tutto incentrato sul pianoforte e un clima malinconico-depresso. Quattro brani per circa mezzora a iniziare dai toni cimiteriali dell’ottimo “Faded before blossom” (poche note di pianoforte ripetute, con le dovute variazioni, con intristita insistenza tra azzeccati e, giustamente, contrastanti field recordings). Stessa atmosfera anche per “Stained” (ma con un pianoforte più leggero, rumori di passi, sguardo ora leggermente alzato verso il cielo), mentre “Rest in apathy part 3” torna su toni particolarmente plumbei (e qui la ripetizione del pianoforte si fa molto minimalista oltre che funerea). La conclusiva “Rest in apathy part 4” prosegue seguendo la formula delle tracce precedenti ma è quella che forse suona più solare: pianoforte molto ripetitivo, rumori d’ambiente e un pizzichino di elettronica vengono messi al servizio di un sentimento meno angosciato e libero di mostrarsi. Un lavoro delizioso.

Proseguiamo con il lunghissimo (abbondantemente oltre l’ora) “A distant veil” firmato da Orrorin Daydream, misterioso progetto belga il cui unico componente ci delizia con una dark-ambient sporca e nebbiosa in bilico tra certo Biosphere e certo industrial ritual-dronante. Particolarmente affascinanti le due lunghe composizioni che aprono e chiudono il disco: “A bestiary” (11 minuti di ipnotica risacca elettronica) e “Some words” (17 minuti di continuo e sommesso ringhio elettronico intarsiato da rumori angoscianti, un lento frustrante crepuscolo verso il nulla) insieme agli 8 minuti di “A somnolence” (moribund chorus e andamento lentissimo, vagamente vicino al finale di “Pollution“).

Concludiamo con “The summer of love” che sarebbe già di suo un buon lavoro di elettronica immobile e gelida realizzato da Marco Lucchi. Tre tracce per la solita mezzoretta scarsa di musica.
Spicca per contenere al suo interno un pezzo semplicemente bellissimo. Intitolato “Electric Eden” è caratterizzato da fortissimi, ma raffinati quanto espliciti, riferimenti al Battiato 1974-1975, e in particolare alla canzone “No U turn“. Chi ha amato quel Battiato e quella canzone non potrà non apprezzare questi quasi 9 minuti di omaggio realizzati trovando un prodigioso equilibrio tra citazionismo e scrittura compositiva, desiderio di manifestare l’amore per certa musica e trascenderla.

Per ora ci fermiamo, ma state tranquilli, to be continued 🙂


Chi fosse curioso di queste musiche e desideroso di verificare quanto scritto sopra, può farlo agevolmente utilizzando i link che trovate qui sotto.

Leonardo Rosado
AV-K
Item Caligo
Orrorin Daydream
Marco Lucchi

MAX RICHTER “Sleep”, 2015, Deutsches Grammophon

Vi ho già parlato un paio di volte (qui e qui) di Max Richter, forse il nome più interessante in ambito post-minimalista (o neo-classico, come insulsamente dicono oggi…) emerso negli ultimi 10-15 anni.
Torno su di lui per parlarvi di questo singolare progetto intitolato (non a caso) “Sleep“.

Trattasi di un box di ben 8 cd contenente una unica composizione della durata complessiva di poco meno di 8 ore e mezza, a sua volta divisa in 31 sezioni di varia lunghezza con una strumentazione che, oltre al compositore a piano e tastiere, vede anche un minimo di archi (due violini, una viola e due violoncelli) e la voce di una soprano.

L’idea di fondo che ha mosso il compositore è stata quella di creare una musica che favorisse il sonno, che accompagnasse l’addormentarsi e ci cullasse per tutta la notte (non a caso l’ha anche sinteticamente definita “una ninna nanna di otto ore“).
In effetti nell’ascoltarla non si può non notare la lentezza dell’esposizione dei temi, la loro ripetitività, davvero figlia del minimalismo, specie quello che Gino Dal Soler definisce holy minimalism, una delicatezza e leggerezza che molto bene si sposa con la qualità della scrittura (Richter continua ad avere una ottima mano).

Il problema di questo lavoro consiste proprio nella sua qualità e nel fatto che il compositore, secondo me, abbia pienamente raggiunto i suoi obiettivi. Infatti se ascolterete questi brani, in sequenza, una traccia dopo l’altra, probabilmente vi capiterà di esserne avvolti, molto lentamente, in un’aura di vago annoiamento, e rischierete DAVVERO di addormentarvi.

Perché il punto è: come giudicare un disco che, programmaticamente, vuole essere noioso e che invece di stimolare la vostra attenzione tende ad assopirvi (e per di più ci riesce) ?

E’ una strana sensazione, perché ciò che normalmente consideriamo un errore, un’opera mal riuscita, qui diventa la dimostrazione di come il compositore abbia centrato il suo bersaglio, e non si sa proprio cosa pensare.
Forse è un capolavoro, forse una pizza mortale, forse uno strumento utile a vivere momenti meravigliosi (ma di cui non serberete ricordi coscienti). Anche perché, astutamente, agli 8 cd è stato abbinato un disco blu-ray contenente tutte le 8 ore abbondanti di musica per cui, se vorrete, potrete davvero mettervelo la sera e tenerlo acceso per tutta la notte a cullarvi con attenzione e delicatezza.

Insomma, un disco tra i più spiazzanti e ingiudicabili di sempre, e questo forse, di questi tempi, è già un grosso merito.