MAX RICHTER “Sleep”, 2015, Deutsches Grammophon

Vi ho già parlato un paio di volte (qui e qui) di Max Richter, forse il nome più interessante in ambito post-minimalista (o neo-classico, come insulsamente dicono oggi…) emerso negli ultimi 10-15 anni.
Torno su di lui per parlarvi di questo singolare progetto intitolato (non a caso) “Sleep“.

Trattasi di un box di ben 8 cd contenente una unica composizione della durata complessiva di poco meno di 8 ore e mezza, a sua volta divisa in 31 sezioni di varia lunghezza con una strumentazione che, oltre al compositore a piano e tastiere, vede anche un minimo di archi (due violini, una viola e due violoncelli) e la voce di una soprano.

L’idea di fondo che ha mosso il compositore è stata quella di creare una musica che favorisse il sonno, che accompagnasse l’addormentarsi e ci cullasse per tutta la notte (non a caso l’ha anche sinteticamente definita “una ninna nanna di otto ore“).
In effetti nell’ascoltarla non si può non notare la lentezza dell’esposizione dei temi, la loro ripetitività, davvero figlia del minimalismo, specie quello che Gino Dal Soler definisce holy minimalism, una delicatezza e leggerezza che molto bene si sposa con la qualità della scrittura (Richter continua ad avere una ottima mano).

Il problema di questo lavoro consiste proprio nella sua qualità e nel fatto che il compositore, secondo me, abbia pienamente raggiunto i suoi obiettivi. Infatti se ascolterete questi brani, in sequenza, una traccia dopo l’altra, probabilmente vi capiterà di esserne avvolti, molto lentamente, in un’aura di vago annoiamento, e rischierete DAVVERO di addormentarvi.

Perché il punto è: come giudicare un disco che, programmaticamente, vuole essere noioso e che invece di stimolare la vostra attenzione tende ad assopirvi (e per di più ci riesce) ?

E’ una strana sensazione, perché ciò che normalmente consideriamo un errore, un’opera mal riuscita, qui diventa la dimostrazione di come il compositore abbia centrato il suo bersaglio, e non si sa proprio cosa pensare.
Forse è un capolavoro, forse una pizza mortale, forse uno strumento utile a vivere momenti meravigliosi (ma di cui non serberete ricordi coscienti). Anche perché, astutamente, agli 8 cd è stato abbinato un disco blu-ray contenente tutte le 8 ore abbondanti di musica per cui, se vorrete, potrete davvero mettervelo la sera e tenerlo acceso per tutta la notte a cullarvi con attenzione e delicatezza.

Insomma, un disco tra i più spiazzanti e ingiudicabili di sempre, e questo forse, di questi tempi, è già un grosso merito.

Annunci

LUCIO LEONI “Le interiora di Filippo”, 2017, Lapidarie incisioni

Ogni tanto, se non altro per dimostrare che non siamo dei vecchi babbioni, su queste pagine puntiamo l’attenzione su materiale musicali un po’ più recenti.
E’ il caso di Lucio Leoni, autore romano dalla personalità spiccatissima.
Il video che vi proponiamo riguarda un singolo dal suo più recente lavoro (“Il lupo cattivo“):
recitarcantando velocissimo e travolgente, testi di livello, giusta commistione di serietà e ironia, ritmica forsennata e poi… il ritornello pop, a spiazzare e riconciliare.

Video ben prodotto e azzeccato, canzone che alla fine, nonostante tutto, acchiappa alla grande.
Qualcosa si muove nella capitale.

 

NEL CIELO DI INDRA dal vivo a Roma, il 3 febbraio 2018

Roberto Laneri è uno di quei musicisti e compositori italiani che, in barba alla qualità dei propri lavori, risultano pochissimo noti, anche tra gli addetti ai lavori, specie quelli stranieri.

E’ stato, storicamente, il più importante interprete italiano di canto armonico e il suo disco più celebrato è il capolavoro “La coda della tigre” dei Prima Materia (quartetto composto, oltre che da Laneri, da Claudio Ricciardi, Gianni Nebbiosi e Susanne Hendricks), pubblicato nel lontanissimo 1977 e recentemente ristampato con bonus tracks interessantissime dalla sempre attenta Die Schachtel.

Nonostante le buonissime recensioni e una certa fama, nei 40 anni che sono seguiti alla pubblicazione di questo disco i lavori di Laneri sono stati relativamente pochi e scarsamente presi in considerazione dalla critica.

L’ottimo “Two views of the Amazon” (Wergo, 1985, inspiegabilmente mai ristampato in CD), l’altrettanto valido “Memories of the rain forest” (Amiata records, 1994), l’introvabile, era stato allegato ad una rivista, e consigliatissimo, “Inside notes“, ancora insieme a Claudio Ricciardi, e gli altri dischi realizzati da Laneri non riescono più ad accendere le luci sulla sua arte. Ed è un peccato perché Laneri non è solo persona dotata e competente, ma è anche un compositore estremamente consapevole del suo ruolo e un instancabile divulgatore delle tecniche del canto armonico.

Il suo progetto più recente è un coro denominato “Il cielo di Indra” (“si dice che nel cielo di Indra vi sia una rete di perle costruita in modo che, guardandone una, in essa si vedono riflesse tutte le altre“), del quale Laneri è direttore, ed abbiamo avuto la fortuna di vederlo all’opera in un concerto nella romana Basilica di S.Eustachio.

La sensazione è che con questo progetto Laneri cerchi di testare le possibilità di contaminazione tra le tecniche del canto armonico e altri stili musicali. Non a caso dopo un primo brano (“Arkeion“) che è una sorta di esposizione del vocabolario di tecniche tipiche di questo coro, si passa ad una serie di brani in cui Laneri o si confronta con altre culture attraverso sue composizioni (“Organum“, legata/ispirata a Pérotin, o magister Perotinus, e tutta la scuola di Notre-Dame) o arrangia per il suo coro composizioni provenienti da altri ambiti (una bellissima versione di un compianto di Guillaume de Machaut, una interpretazione incredibile, metà overtones e metà raga, di “Spiritual” di John Coltrane, una delle sue grandi passioni musicali, Laneri oltre che performer vocale è anche suonatore di sassofono e di tanti altri strumenti).
Si aggiungono a questi brani due pezzi della tradizione: una canzone mongola (anche questa rivista in funzione del coro) e un inaspettato canto pigmeo arrangiato in maniera deliziosa.
Ha chiuso il concerto “Undifluus“, brano composto da Laneri, che chiude un po’ il cerchio ritornando ad atmosfere simili a quelle di apertura. Come bis hanno poi presentato un lavoro work in progress con ancora al centro il mondo della scuola di Notre Dame (e ancora un gran bel sentire).

Se l’idea di fondo dietro a questo progetto è sicuramente interessante, e mira a tirare il canto armonico fuori dalle secche di una certa autoreferenzialità, e se le composizioni di Laneri sono senza dubbio buone così come gli arrangiamenti di brani altrui, il concerto ha lasciato parzialmente a desiderare perché si ha l’impressione che, tecnicamente, il gruppo sia un po’ spaccato in tre parti: Laneri capace di un controllo pazzesco degli armonici, alcuni altri componenti con buone capacità e altri piuttosto indietro e non sempre all’altezza del proprio ruolo.
Va però specificato che questo progetto musicale non nasce con l’idea di poggiarsi su professionisti di canto armonico, quanto su persone legate dalla passione per queste musiche, e, forse, è proprio questo il risultato che il direttore e fondatore del coro si proponeva: creare contesti per la diffusione e lo sviluppo del canto armonico in Italia più che un pool di straordinari interpreti in un deserto generale.

In ogni caso un ottimo concerto in un contesto adattissimo (comprese le conclusioni di fine concerto ad opera di Don Pietro, un piccolo grande mito della Roma migliore)

tante altre informazioni le potete trovare sul suo sito ufficiale

SoundScapeS vol.15

Solo un annetto per arrivare a questa (lasciatemelo dire) strepitosa raccolta, come sempre indispensabile appendice del blog.

19 brani per i soliti 80 minuti (scarsi) di ottime canzoni (e non solo) raccolte sotto il titolo “Classics” da intendersi in almeno due modi.

Il primo è un modo elegante per sottolineare che, alla fine della fiera, anche questa antologia è la solita zuppa che vi propongo periodicamente, infatti dentro ci troviamo:

  • materiali della Battiato factory (in assenza del lider maximo che negli ultimi tempi è stato abbastanza latitante)
  • musiche dagli anni ’80 più oscuri (para-industrial e post-wave, in particolare)
  • uno spruzzo di Africa
  • qualcosina di molto vecchio
  • qualcosina di molto recente
  • qualcosa di sudamericano
  • qualcosina di molto romano
  • qualcosa di pop internazionale (dall’Inghilterra, dall’Islanda, dalla Germania)

Ovvero ESATTAMENTE quello che dovreste aspettarvi.

L’altro modo in cui si può intendere il titolo riguarda invece un fenomeno che lentamente ha preso piede in queste raccolte.
Negli ultimi tempi è diventato abbastanza frequente incontrare da queste parti materiale di musica classica. Non certo sinfonie o concerti, cose imponenti, ma magari piccole arie o, come in questo caso, meravigliose ninne nanne.

Questo quindicesimo volume vede addirittura due brani legati alla tradizione colta europea (entrambi mooooooolto datati) di cui mi sono innamorato, e la cosa che mi sorprende è come, inserita in questo contesto, la loro presenza suoni piuttosto naturale, come se davvero non ci sia poi una enorme distanza tra questi gioiellini classici e il meglio della musica pop-rock e dintorni degli ultimi cento anni.

A chi si chiede come mai non realizzo queste antologie utilizzando strumenti come Spotify segnalo che molti dei materiali che vi inserisco sono completamente (e colpevolmente) assenti da queste piattaforme.

Io questa raccolta ve la consiglio (tra l’altro in due brani c’è la magica voce di Tiziana Lo Conte), poi voi fate come volete 🙂


Chi fosse interessato non dovrà fare altro che contattarmi e darmi le coordinate per potergliela spedire tramite WeTransfer (per chi non lo sapesse, trattasi di una piattaforma che permette lo scambio di file fino a 2 gigabyte, è gratuita e non prevede alcuna iscrizione, in pratica io spedisco all’interessato un link, lui lo preme e tramite il suo browser, e seguendo una semplicissima ed essenziale procedura, scarica i file in poco tempo).

ATROX “Fiori neri”, 1990, Point Zero

In passato ho a volte ricordato la mia passione (anche) per l’hard-core punk italiano degli anni ’80 (la seconda metà degli anni ’80, con qualche propaggine nel decennio successivo).

Uno dei dischi che ho amato di più è questo “Fiori neri” dei lombardi Atrox (da non confondersi con i quasi omonimi A.T.R.O.X., tutta un’altra storia).

Di loro ho amato la capacità di coniugare l’irruenza e l’energia tipica dell’HC con la tendenza a non soffocare il cantato sotto tonnellate di rumore, senza escludere qualche accenno di melodia: una sorta di HC morbido e potente allo stesso tempo, nel quale i testi, politicamente impegnati, come da regolamento, riescono a risultare comprensibili e non scompaiono in un mare di distorsioni e rauche urla.

Fiori neri” contiene 25 tracce per poco più di mezzora, e già questo vi racconta l’urgenza dei pezzi, il loro bruciare rapidamente (mai sopra i 3 minuti, spessissimo sotto i 2) e nonostante ciò mantenere uno sviluppo non necessariamente banale. Formazione classica: voce, chitarra elettrica, basso e batteria più un’ulteriore voce.

Difficile segnalare qualche traccia in particolare, il livello medio è sempre molto buono. Forse “Futuro” che parte fortissimo per poi passare a cori innodici, “Città maledetta“, canzone dall’incipit bello energico, con gli occhi della tigre, che poi si concede pure un assolo di chitarra elettrica, l’accoppiata “Condannati” (batteria velocissima e chitarra elettrica a rincorrerla in un tripudio di cori) e “Prigionieri” (gran crescendo di rabbia e intensità), il puro, meraviglioso, hard-core di “Odia“, la ritmica ossessiva di “Network” condita con la chitarra e i cori più effetti speciali vari e una batteria particolarmente fantasiosa, l’ottima “Felici di educare” che si permette anche una lunga introduzione chitarristica prima di lanciare la batteria a massima velocità per poi nel finale rallentare e poi riaccelerare (e tutto questo in meno di due minuti). In “Poga !” troviamo addirittura delle tastiere in una introduzione alla quale però poi segue uno dei pezzi più intensi, veloci ed energetici del lotto, citazioni infine per la lenta, ma costante, accelerazione di “Fiori neri” con finale epico, e per “Spezzeremo le catene“, parzialmente cantata in coro, che in sé riassume, al meglio, tutte le caratteristiche di questo genere musicale.

Da segnalare anche qualche momento più leggero: il siparietto “039“, la cover insensata e accelerata, 50 secondi, di “O sole mio“, la cantabilità e morbidezza (musicale) di “Cento anni“.

Un disco che unisce perfettamente l’espressione della rabbia metropolitana con una ottima sapienza tecnica e un songwriting ispiratissimo, il tutto in una cornice che non sacrifica la cantabilità all’energia e alla velocità.

per info e tanto altro materiale, potete andare sul loro sito