FABIO ORSI “Wo ist behle ?”, 2010, Boring machines

Fabio Orsi è probabilmente la più bella realtà, in ambito ambient-elettronico, emersa in Italia nel nuovo millennio e, a dispetto di una fama ancora piuttosto sotterranea, la sua discografia è già notevolmente sviluppata. Ho sentito pochi suoi dischi finora, ma tutti di altissimo livello.

Questo berlinese “Wo ist behle ?“, pubblicato dalla mai abbastanza lodata Boring machines, è un disco di abbagliante bellezza caratterizzato da atmosfere pacate e loop elettronici di squisita fattura, un po’ ambient, un po’ minimalismo, un po’ kosmische, per un disco tutto da ascoltare con gli occhi chiusi e la mente aperta.

In un universo così ampio e rigoglioso come quello dell’ambient e post-ambient è difficile ormai essere innovativi, meno difficile, ma non certo banale, è riuscire a fare lavori di grande gusto e qualità, caratterizzati da una sensibilità musicale fuori dal comune. Ed è questo il pregio principale di questo lavoro che non sarà un disco epocale o di svolta, ma è un disco nel quale le musiche suonate profumano di eleganza, appaiono e scompaiono lasciandosi dietro una scia di terribile piacere.

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In apertura subito una meraviglia intitolata “Loipe 01“. Pulsazione bassa e continua sulla quale lentamente si innestano, stratificandosi, sonorità circolari dal beat più consistente, ben presto (siamo a circa metà dei 12 minuti abbondanti di questo brano) rafforzate da micromelodie ripetute a oltranza riuscendo a costruire, anche con l’implementazione di armonie jarre-ane (non suoni come una bestemmia), una cattedrale sonora magicamente affascinante, di quelle che si vorrebbe non terminassero mai.

Segue, non proprio inaspettatamente, la breve “Loipe 2” caratterizzata da battiti elettronici e disturbi vari che ci cullano per 3 minuti. Si torna a tempi più lunghi e suoni più sviluppati con i 14 minuti di “Loipe 3” anch’essa strutturata su un loop eternamente circolare sul quale si abbattono sequenze e frequenze che potrebbero far pensare ad un Jarre in catalessi dai toni lunghissimi o a certo Pascal Comelade degli esordi (ma più delicato).

Loipe 4” gode di una sua strana intrigante immobilità e di un lentissimo affondare, mentre la conclusiva “Loipe 5“, la traccia più anomala, sfreccia su piste quasi rockettare in mezzo a distorsioni rombanti e pulsanti

Per quello che ho sentito sento di potervi consigliare senza dubbio alcuno anche i suoi “Audio for lovers” (2008) e “Endless autumn” (2013), ma l’impressione (forte e chiara) è che l’intera discografia di questo musicista meriti attenzione.

Giù il cappello.

PORTISHEAD “SOS”, 2016

I Portishead che coverizzano gli Abba.
E già questo basterebbe.

Poi il video, che non possiamo non definire minimale (e bellissimo, magari ispirato alla lontana dall’epocale “Wavelength” di Michael Snow).
Immobile, o forse no. Un infinito precipitare verso una epifania.

Una epifania giusta.

Abbiamo molto più in comune di quello che ci divide
Jo Cox (1974-2016)

 

RAI Radio 5 Classica

Qualche mese fa, purtroppo, la storica radio libera romana Radio Città Aperta ha deciso di smettere di trasmettere in FM e di limitarsi allo streaming in rete.
Personalmente è stato un grosso dispiacere, è una radio che ho ascoltato da (praticamente) sempre, addirittura da quando si chiamava Radio Proletaria, e, poiché per me il momento migliore (e sostanzialmente l’unico) nel quale ascolto la radio è durante la guida della mia fiammante Agila, ecco che la sua scomparsa dall’etere di fatto mi ha privato dei suoi ascolti (solo parzialmente recuperati grazie ad alcuni podcast).

Radio Città Aperta occupava uno dei 12 canali presettati della mia autoradio e, dovendo sostituirla, da brava Vergine pignolosa, mi sono scaricato la lista di TUTTE le stazioni radio che trasmettono a Roma e, con certosina pazienza, ho cercato di scegliere la migliore radio con la quale occupare lo spazio liberato da RCA.
Non è stato difficile decidere e prontamente ho sintonizzato un canale che fino a quel momento neanche sapevo esistesse: RAI Radio 5 Classica.

Senza sottolineare più di tanto come gli anni non siano passati invano se, al posto di una radio politicamente impegnata e musicalmente alternativa, ho scelto una radio dedicata alla classica, voglio provare a spendere due parole su cosa mi piace di questa stazione e cosa no.

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Ascoltare questa radio, a prescindere dalla musica trasmessa, significa fare un salto temporale di decine di anni nel modo di fare radiofonia:

  • niente chiacchiere,
  • niente risate dei conduttori e niente allegria obbligatoria,
  • niente pubblicità,
  • niente GR…
  • insomma, niente (o quasi) oltre la musica.

E’ un ascolto meraviglioso e purificante, privo di tutti gli orpelli che la deriva commerciale delle radio, comprese quelle statali, sembra aver reso obbligatori: vero servizio pubblico.

In sostanza: prima di ogni brano una voce inespressiva ci informa sul titolo del brano che verrà trasmesso, sull’autore dello stesso e sugli esecutori (più eventuali informazioni riguardanti la registrazione in caso di brani registrati dal vivo). Dopo il brano le informazioni vengono ripetute (in maniera tale che se quel certo brano vi ha convinto riuscite immediatamente a sapere di cosa si trattava). E a questo punto si ricomincia con l’annuncio del brano seguente.

Ascoltare questo tipo di radio è come camminare in alta montagna, nel silenzio e respirando ossigeno, paragonato al passeggiare in una metropoli piena di traffico e smog. E fa bene al cuore e allo spirito.

La selezione musicale alterna programmi dedicati ad un certo periodo musicale con monografie dedicate ad un autore o agli autori di un certo paese o a un determinato stile, ma la sostanza è un flusso ininterrotto di musica senza disturbi di alcun tipo: vero servizio pubblico (bis).
La radio è fedele al suo nome e trasmette musica antica, barocca, romantica, sinfonica. da camera, lirica, contemporanea e tutto quello che vi potreste (e dovreste) aspettare.
Un’aspetto ulteriore che ho mooooooolto gradito è che non solo la posso ascoltare in automobile, ma, quando mi capita di essere fuori casa (ma sempre rimanendo in Italia) la posso cercare anche tra i canali del televisore (trasmette anche sulle frequenze del digitale terrestre) di alberghi o case dove mi trovo a passare dei giorni ricavandone compagnia e buone vibrazioni a qualunque ora.

Se proprio vogliamo fare un appunto alla loro programmazione devo dire che manca all’appello di questa radio tutta quella genìa di compositori degli ultimi 50 anni che si è mossa al di fuori dei Conservatori e delle Accademie. I nomi li conoscete.
Pur avendo ogni tanto ascoltato musiche del ‘900, e della seconda parte del ‘900, non mi è capitato di ascoltare né i miei amati minimalisti, né quegli straordinari sperimentatori di cui spesso parlo su queste pagine (Alvin Lucier, Eliane Radigue, David Behrman, Deep listening band, Glenn Branca… l’elenco sarebbe infinito, questi nomi servono solo da esempio) che si sono mossi con grande libertà al di fuori dei circuiti sclerotizzati della solita musica contemporanea.
Se posso fare un appello al direttore artistico della radio (che mi auguro non sia Carlo Conti…) è quello di lasciarsi andare anche alle musiche più interessanti e sfuggenti del periodo che va dai primi ’60 a tutti gli anni ’80 (parliamo infatti di autori ormai pienamente storicizzati, non sto chiedendo attenzione per le nuovissime cose, non sono così pretenzioso).

Ma anche con questo difetto questa stazione è consigliatissima a chiunque abbia a cuore il proprio udito e il proprio cervello, sia per le cose che trasmette, sia per come le trasmette.

Quando la forma nobilita la sostanza.

p.s. A Roma trasmette sulle frequenze 100,30 – potete trovare informazioni e dettagli sia sulla sua pagina Facebook sia sul suo sito web.

5 antologie italiane di brani già editi

  • Cramps rec. Rock ’80” (1980)
  • Hi, Folks! records Acoustics in Italy” (1987)
  • Flyng recordsItalian posse – Rappamuffin d’azione” (1992)
  • Spittle recordsItalian records – The singles 7″ collection (1980-1984)” (2013)
  • StrutMutazione [Italian electronic & new wave underground 1980-1988]” (2013)

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FRANCO BATTIATO “Anthology – Le nostre anime (deluxe edition)”, 2015, Universal

Una antologia, normalmente, non dovrebbe essere argomento di una critica o di un post, a maggior ragione visto che ne escono in continuazione (tutte uguali, tutte ugualmente inutili). Ma in questo caso facciamo una eccezione: vuoi perché a selezionare i brani è stato l’autore delle canzoni qui raccolte (e non qualche funzionario incompetente), vuoi perché molti di questi brani sono stati remixati o risuonati.
Cercheremo di capire esattamente cosa sia stato fatto e quale siano state le direttrici seguite da Battiato nel preparare questo cofanettone (prenderemo in considerazione la versione deluxe, caratterizzata da ben 6 cd). Non ci occuperemo invece, se non marginalmente, della sezione video (i dvd dei 3 film di Battiato più uno con una antologia della trasmissione, sempre di Battiato, “Bitte, keine reclame“).

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– gli inediti

Ciliegina sulla torta di questo mastodontico box sono alcuni inediti, sui quali non c’è molto da dire. “Le nostre anime” e “Lo spirito degli abissi” sono due canzoni che ben esemplificano il Battiato dell’ultimo periodo. Forse non due capolavori, ma certo due canzoni dignitosissime musicalmente con testi che, testardamente, proseguono nella recente insistenza di Battiato su tematiche legate alla reincarnazione. “Se telefonando” è una cover di lusso, molto ben arrangiata e discretamente cantata dal nostro (sui suoi limiti vocali attuali, anche in studio, torneremo più avanti). Infine abbiamo anche un duetto con Mika per una versione in inglese di “Centro di gravità permanente“, ora ribattezzata “Center of gravity” in cui Battiato fa poco e gli altri si danno da fare per volgarizzare una canzone che forse non era necessario trattare così.

– i nuovi missaggi

Degli inediti si è già molto parlato in sede di recensioni e sui social network. Proviamo invece ad occuparci dei molti brani soggetti o a nuovi missaggi (indicati sul cofanetto con la scritta “mix 2015” o “edit 2015“) o a versioni del tutto nuove (indicate come “new version 2015“, ma vedremo che questa scritta non indicherà sempre un totale rifacimento del brano).

Quando ho letto che molti brani sarebbero stati remixati (partendo dai nastri con le registrazioni delle singole piste, in maniera tale da poter rivedere del tutto gli equilibri tra gli strumenti) sono stato molto incuriosito dalla cosa, pur essendo eticamente contrario a questo tipo di interventi (ne parlai già in questo post dedicato al Banco del Mutuo Soccorso). Mi aspettavo una migliore grana sonora e un’interessante revisione del bilanciamento tra le varie componenti sonore delle canzoni, e, in effetti, in qualche caso questo tipo di operazione è stata fatta (ad esempio le tastiere più avanzate rispetto all’originale ne “Le aquile“), ma le coordinate seguite da Battiato sono state fondamentalmente altre.
L’impressione è che la volontà sia stata duplice: adeguare le canzoni agli arrangiamenti più recenti realizzati nei concerti da Battiato stesso e accorciarne la durata (una cosa ovviamente non esclude l’altra, anzi, Battiato dal vivo molto spesso esegue versioni decisamente rapide delle sue canzoni).

Partiamo dalla durata.

Non so se sapete cosa sia un radio-edit. Si tratta di una versione di un brano “pensata” (e qui il verbo pensare è usato decisamente a sproposito) per essere trasmessa nelle radio e, generalmente, portata sotto i 3 minuti e mezzo attraverso tagli di piccole sezioni, eliminazione di qualche ripetizione e tutti i trucchetti che si possono fare attraverso l’audio-editing.
L’impressione è che in moltissimi casi Battiato abbia sfruttato questi nuovi missaggi proprio per accorciare i brani rendendoli più radiofonici.

E’ il caso di “Stranizza d’amuri (edit 2015)” dove il brano scende dai 5’13” originali a un misero 3’28”, perdendo in spazio e respiro e (lo sottolineiamo) avvicinandosi alle versioni dal vivo. Trattamento non dissimile per “L’era del cinghiale bianco” che passa dai 4’16” del ’79 ai soli 3’20” del mix 2015, a pagarne le spese soprattutto la coda finale (che in originale sfumava, mentre qui si simula il finale più tipico dei concerti dal vivo).

Anche per i brani di “Patriots” la regola aurea è quella di accorciare: “Up patriots to arms (mix 2015)” perde tutta l’introduzione (ci può stare) e si accorcia di oltre 40 secondi, “Le aquile (mix 2015)” e “Prospettiva Nevski (mix 2015)” perdono entrambe parte della coda finale. In questo modo scompaiono parte dei vocalizzi di Battiato e, in “Prospettiva…“, anche alcune splendide note di pianoforte.

Stessa sorte per i brani tratti da “La voce del padrone” (tutti mix 2015).
Perdono parte della coda strumentale (“Summer on a solitary beach“, “Bandiera bianca“, “Gli uccelli“, “Centro di gravità permanente“, “Sentimiento nuevo“) o gli viene mutilata l’introduzione (“Segnali di vita“). Particolarmente penalizzate, vengono accorciate di oltre 40 secondi, “Bandiera bianca” (una vergogna) e “Gli uccelli” (una grande vergogna, con la sostanziale scomparsa dell’assolo finale di sintetizzatore, sepolto dagli archi, sorte non dissimile da quella dell’assolo in coda a “Sentimiento nuevo“).

Apro una parentesi: sono molteplici gli assoli strumentali che Battiato decide di far affogare sotto gli altri strumenti: oltre ai casi già citati vanno aggiunti perlomeno la chitarra di Alberto Radius in “Prospettiva Nevski” e quella di Ricky Belloni nel finale di “Nomadi“, tutte scelte perfettamente allineate con le versioni dal vivo degli ultimi lustri.

Ma torniamo ai tagli e ritagli: sparisce un pezzettino della coda di “Voglio vederti danzare (mix 2015)” (ma perché ?), ancora peggio per “Chan-son egocentrique (edit 2015)” alla quale, nella parte finale, tolgono alcune ripetizioni, cantate da Alice, della frase “chan-son egocentrique, self-centered song” e ne mozzano la coda di una decina di secondi. Sorte simile per “Caffè de la paix (mix edit 2015)“: la accorciano di un minuto, ma qui a pagare, in particolare, sono la sezione (molto bella, a dire il vero) dominata dagli archi nell’introduzione strumentale del pezzo e la parte in cui, nell’originale, c’era un coro a cantare il ritornello (del tutto tagliato). Però in questo modo anche questo pezzo arriva a durare circa tre minuti e mezzo (e quindi l’obiettivo viene raggiunto).

Per quello che invece riguarda i suoni sottolineiamo come, nei brani de “La voce del padrone” ci sia, un po’ in tutte le canzoni, una migliore messa a fuoco delle varie componenti, uno scenario sonoro più limpido e anche tante altre modifiche di varia natura e interessanti: gli archi più avanzati e le voci di Battiato meglio distinte di “Summer on a solitary beach“, le tastiere e le chitarre più presenti in “Bandiera bianca“, il violino di Giusto Pio molto più chiaro ne “Gli uccelli“, ancora gli archi più avanti in “Centro di gravità permanente“, e tante altre microvariazioni che sicuramente mi saranno sfuggite. In “Nomadi (mix 2015)” mi sembra che le controvoci di Battiato siano più presenti, con un interessante effetto di moltiplicazione della voce del nostro (ma magari sono io che ricordo male la versione originale). Discorso diverso per “Strani giorni (mix 2015)” e “La cura (mix 2015)“, entrambe non sono state mutilate e ci si è limitati a lavorare sui suoni (in maniera non particolarmente percepibile per quanto mi riguarda, in ogni caso senza cancellare gli assoli di chitarra elettrica), tutto sommato meglio così, mentre nel quinto CD ascoltiamo una “Sui giardini della preesistenza (mix 2015)” che non viene accorciata e della quale pure ci sfuggono gli aspetti innovativi (anche il bilanciamento degli strumenti sembra lo stesso).

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– le nuove versioni

Discorsi tutto sommato simili anche per le cosiddette nuove versioni.
Partiamo però da un caso particolarissimo, e apparentemente schizofrenico: i due brani estratti da “Orizzonti perduti“.
La stagione dell’amore (new version 2015)” è in realtà la versione originale, dalla quale (oltre a togliere un pezzetto di coda, non sia mai), viene tolta la voce originale per permettere a Battiato di ricantarla. Scelta del tutto incomprensibile.
Intanto perché Battiato oggi canta peggio di ieri, e poi perché il cantato originale era del tutto all’altezza. Verrebbe il dubbio che al Battiato di oggi non piaccia più il modo in cui fu registrata la sua voce all’epoca, però a smentire questa ipotesi ci pensa “Un’altra vita (mix 2015)“. In questo caso Battiato opera secondo logiche esattamente contrarie a quelle della canzone precedente. Sceglie come base la più recente incisione (presente in “Inneres auge“), ma ci monta sopra (almeno così mi è sembrato) il cantato della versione originale.
Prima sembra non apprezzare la voce in “Orizzonti perduti“, e subito dopo sembra preferirla.
Boh. Due scelte di cui mi sfugge la logica.

La nuova versione de “L’animale” (sicuramente ricantata, non sono sicurissimo sia stata anche risuonata) è uno dei punti più bassi incontrati finora. Cantata in maniera discutibile (e tutt’altro che eccellente) non vale la metà della versione originale. Se proprio la prima versione non andava bene, potevano recuperarne una dal vivo di quando Battiato sapeva ancora cantare, sarebbe stato assai meglio. “Giubbe rosse (new version 2015)” ha subito un trattamento abbastanza originale (ma sempre nella solita ottica di guadagnare una quarantina di secondi). Il cantato è quello originale (fortunatamente), la canzone invece è stata parzialmente risuonata perché hanno deciso di accorciare i tanti piccoli ponti strumentali tra le varie strofe cantate (soprattutto nella prima metà).
Nell’originale avevano un certo respiro, oggi, togliendo 4 secondi qui, 5 secondi là, l’hanno molto velocizzata. Probabilmente sono partiti con l’idea di un radio-edit, ma, per la struttura musicale del pezzo originale, si saranno presto resi conto che era impossibile farlo, sono allora intervenuti risuonando alcune sezioni.
Un gioco di prestigio abbastanza vacuo.

Lode all’inviolato (new version 2015)” segue gli arrangiamenti tipici dei tour dal vivo (niente batteria elettronica e durata accorciata), ma l’utilizzo della voce attuale di Battiato non la rende per niente piacevole (altra scelta masochistica). “Haiku (new version 2015)” paga anch’essa la voce attuale di Battiato, e, visto che la durata è sostanzialmente la stessa della versione originale, non si capisce perché non abbiano utilizzato la versione storica.
Più sensata la “Stati di gioia (new version 2015)“. E’ vero che la accorcia di un minuto (ancora!), ma, togliendo la ritmica e modificando la coda con una interessante parte per pianoforte, la rende sufficientemente diversa dall’originale da giustificare questa scelta.
Io chi sono ? (new version 2015)” paga la solita voce fiacca, ma trova il suo senso soprattutto in una quindicina di secondi di accorciamento (forse è eseguita un po’ più velocemente), e in una asciuttezza che, tour dopo tour, evidentemente Battiato preferisce alla ricchezza degli ornamenti inseriti nella versione in studio.

Come vedete ben poche di queste nuove versioni sembrano preferibili (o almeno qualitativamente equivalenti) a quelle originali, e rimangono molte perplessità sulla decisione di sostituirle ai brani originali, salvo seguire le direttive citate in precedenza (delle quali comunque ci sfuggono senso e ragione).

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– la selezione dei brani

Proviamo ora a ragionare su cosa Battiato ha incluso, e cosa omesso, realizzando questa ampia selezione del suo catalogo.
Premessa ovvia è che chiunque volesse fare una raccolta di questo tipo la farebbe diversa da quella di un altro, ognuno di noi troverà presenze e assenze incomprensibili in questa come in qualunque altra selezione. Ciò nonostante qualche riflessione, a nostro parere, ci sembra si possa fare.

Intanto, soprattutto per quello che riguarda la selezione dei dischi che vanno da “L’era del cinghiale bianco” fino a “Gommalacca“, mi sembra di poter dire che Battiato chiarisca definitivamente perché nei concerti non suonasse MAI certi pezzi (“Tramonto occidentale“, “Risveglio di primavera“, “Radio Varsavia“… l’elenco sarebbe lunghissimo): a Battiato questi pezzi non piacciono, fatevene una ragione. Perché dopo non averli eseguiti per anni li ha anche esclusi da questa antologia.
Chi ha una idea chiara di cosa Battiato ha suonato nei tour degli ultimi 15 anni troverà una sostanziale corrispondenza tra l’insieme delle scalette eseguite live e i brani presenti in questa antologia, che tradotto significa: “suono abitualmente dal vivo i brani che trovo più riusciti o più amati, e quelli ho inserito in questa raccolta“.

Diverso il discorso per i dischi più recenti che, con l’eccezione de “La voce del padrone” (presente al completo) e “Come un cammello in una grondaia” (ben 6 tracce), sembrano godere di una visibilità maggiore (probabilmente essendo gli ultimi sono anche quelli più vicini alla sensibilità musicale e poetica del Battiato attuale).
Certo è che fa impressione vedere la presenza di 6 brani provenienti da “Il vuoto” contro uno solo da “L’arca di Noè“, così come sembrano tanti i 4 di “Apriti sesamo” confrontati con i due di “Orizzonti perduti” o i 3 di un capolavoro assoluto quale “L’era del cinghiale bianco“. Finisce nel dimenticatoio anche il mio amatissimo “L’ombrello e la macchina da cucire” (un solo brano), ma fa sensazione che anche due successi come “L’imboscata” e “Gommalacca” siano ridotti a sole, rispettivamente, 2 e 3 canzoni (allo stesso livello di “Ferro battuto“, disco decisamente più sottotono).

Discorso speciale meritano i dischi di covers. La scelta di condensare in un solo cd (il quarto) tutta l’attività del Battiato interprete ha fatto si che i 3 “fleurs” siano stati decisamente sovrarappresentati per l’importanza che hanno avuto nel percorso artistico di Battiato.
E’ difficile spiegare la presenza di 6 tracce da “Fleurs” (scartando gli ottimi inediti presenti !) e “Fleurs 2” così come le 5 per “Fleurs 3” (anche qui senza recuperare gli inediti), specie confrontando questi numeri con quelli dei dischi anni ’80 di Battiato (i 3 miseri brani da “Patriots” ma anche i 4 dell’eccellente “Fisiognomica“). E’ una delle tante scelte discutibili di questa selezione, e forse una delle più oggettivamente sbagliate.

Interessante invece l’idea di mischiare in una unica suite alcuni dei brani del periodo Bla…Bla…
Cuciti insieme fanno una loro discreta figura (al netto dei gusti personali) e ben risolvono il problema di come inserire in uno spazio limitato brani così importanti, ma anche così lunghi.

Anche il sesto cd, quello dedicato al repertorio classico, lascia diverso amaro in bocca.

Dedicare un unico disco a questo materiale pretendeva una scelta attenta e delicata, invece si è scelto di occuparne buona parte con la “Messa arcaica” (presente nella sua assoluta integrità), uno dei pochi lavori di questo genere già naturalmente diviso in sezioni autonome di media grandezza che, paradossalmente, ben si prestavano ad essere estratte e decontestualizzate. Se a questo aggiungete anche lo spazio inspiegabilmente dedicato a ben 3 dei 4 lieder cantati da Battiato in “Come un cammello in una grondaia“, ecco inevitabilmente, che di minuti per le quattro opere liriche ne siano rimasti davvero pochini.

E quindi troviamo solo 3 frammentini estratti da “Genesi” (e scelti secondo me in maniera sciagurata… in particolare il “Sen peigamberler” molto meglio si prestava ai frammenti scelti di “Introduzione” o a quello di “Finale“), 2 per il “Gilgamesh” (questi forse più assennati anche se gridano vendetta la mancanza dell’ “Exultet” e del “Solo“, i due brani più celebri dell’opera), 3 dal “Telesio” e solo uno dall’inedito “Il cavaliere dell’intelletto” (ma quale occasione migliore per riportarne alla luce qualcuno dei temi che lo caratterizzavano ?).
Sorprende moltissimo la mancanza del famigerato “L’Egitto prima delle sabbie“, brano che Battiato magnifica ogni volta che può e che non trova alcuno spazio in questa antologia, così come la totale assenza di estratti da “Campi magnetici“.

– conclusioni e suggerimenti

Con l’esclusione degli inediti il giudizio su questa (costosa) antologia è pesantemente negativo: la scelta dei brani, le nuove versioni e i nuovi missaggi… tutte le scelte si sono rivelato ai miei occhi sbagliate o dannose.

Qualcuno potrebbe dire che è facile criticare e che tutto sommato non si poteva fare meglio. Di seguito perciò riporto qualche suggerimento che (se me l’avessero chiesto per tempo) avrei dato volentieri:

1) si poteva (e secondo me si doveva) fare (almeno) un cd di inediti e rarità: brani mai pubblicati in CD, b-sides semidimenticate, demo e tracce alternative (a cercarle se ne trovano sicuramente)

2) al posto di questi nuovi missaggi o queste nuove versioni si potevano cercare delle registrazioni dei concerti degli ultimi 15 anni (sicuramente ce ne sono molte conservate dal gruppo di lavoro di Battiato) selezionando esecuzioni particolarmente riuscite (e ben cantate) da inserire al posto di versioni originali (eventualmente) ritenute non all’altezza

3) se proprio si volevano ripubblicare tutti e 3 i film di Battiato per l’occasione li si poteva far uscire in inediti blu-ray, un formato migliore del dvd, evitando così a quelli come me di riacquistare esattamente il medesimo oggetto

4) “Bitte, keine réclame” meritava decisamente una riproposizione integrale

5) esistono anche videoregistrazioni mai pubblicate di concerti di Battiato (dal progetto “Diwan” al famoso concerto a Segesta del 2004) che con l’occasione si potevano recuperare

Ma magari tutti questi materiali saranno oggetto di un prossimo boxone😉

Attendiamo fiduciosi il prossimo Natale.

BJORK “Hidden place”, 2001, One Little Indian

Torno a pubblicare un video di Björk, forse l’artista che, a mio gusto personale, ha con miglior frequenza spesso realizzato video belli ed originali.
Questo “Hidden place“, estratto da “Vespertine“, realizza molto bene una idea semplice semplice, originale e che ben si sposa con il brano (dalle tastiere ripetitive mooooolto intriganti).

Lei poi è sempre bellissima…