FRANCO BATTIATO “Apriti sesamo”, 2012, Mercury

Ci ho messo tanto tempo a digerire questo disco. Le ottime reazioni degli appassionati alla sua uscita (fenomeno raro, perché di norma l’abBattiato è ipercritico e nostalgico) hanno molto aumentato le mie aspettative, ed è stata quindi abbastanza inevitabile una prima reazione di pacato scontento.
Solo i ripetuti ascolti mi hanno permesso di valutare questo lavoro per quello che è, ovviamente secondo il mio gusto, ma senza troppi condizionamenti esterni, e la morale è che questo disco è l’ennesimo buon lavoro di Battiato, non un capolavoro, sia chiaro, ma siamo sostanzialmente allo stesso (ottimo) livello dei suoi lavori più recenti (tipo “Il vuoto” o “Ferro battuto“) e un pelino sotto quei “X stratagemmi” da me molto amati.

Per non tornare a dire le solite cose già dette in molte occasioni (a volte in positivo, altre volte in negativo), questa volta preferisco concentrarmi su alcuni singoli aspetti di “Apriti sesamo” che mi hanno colpito.

apritis

1) gli arrangiamenti

Seguendo una scelta che ha caratterizzato molti dei concerti di Battiato dell’ultimo decennio, per questo disco l’artista siciliano ha privilegiato degli arrangiamenti ecumenici, nel senso che ha utilizzato (più o meno) contemporaneamente sia gli archi, sia l’elettronica, sia qualche elemento rock, senza una rigida scelta di campo.

Specifico subito che ho molto amato i suoi lavori pop in cui l’elettronica dominava (“Orizzonti perduti“, “L’ombrello e la macchina da cucire“) così come ho apprezzato quelli più acustici (“Come un cammello in una grondaia“, il primo “Fleurs“), fatico invece a digerire questi arrangiamenti né carne né pesce in cui gli strumenti si infilano un po’ tutti, privando di anima il suono generale del disco.

Ci sono poi alcune scelte specifiche che proprio non ho digerito, ad esempio l’uso del quartetto d’archi.

Senza voler essere iper-nostalgici della golden age degli anni ’80, credo sia indubitabile come l’uso del quartetto in questo disco non produca quell’intensità e bellezza che Giusto Pio realizzava con un solo violino.
E questo è giusto e naturale.
Perché un quartetto d’archi (ancor di più se i 4 musicisti provengono dall’universo della musica classica) tenderà a suonare BENE e con PRECISIONE lo spartito affidatogli (non sono stato certo io a dire per primo che “gli orchestrali sono uguali in tutto il mondo simili ai segnali orario delle radio“). Al contrario se Battiato avesse utilizzato UN SOLO violino, probabilmente il musicista, nell’eseguire lo spartito, si sarebbe sentito libero di interpretare la musica giocando con gli accenti, la velocità, le pause in maniera tale da rendere più vibrante ed emozionante la sua esecuzione. Non è un problema di collaboratori (i due violinisti del quartetto, così come gli altri due componenti del gruppo, sono eccellenti interpreti), ma si tratta di dare energia, sentimento e calore alle parti degli archi, che, così come sono, risultano fredde e scolastiche, l’esatto contrario di come suonava il violino negli anni ’80.

Non ho invece capito (ma anche qui potrebbe essere più una questione di gusto personale che una verità assoluta) la presenza e l’utilizzo della chitarra in questo disco. Usata generalmente in maniera dolce, con lievi arpeggi per nulla, o pochissimo, distorti, mi appare sempre come un corpo estraneo (per non dire fastidioso), qualcosa che se non ci fosse non se ne sentirebbe la mancanza.
Ho l’impressione che se in brani come “Passacaglia” o “Un irresistibile richiamo” la si fosse tolta magari, contemporaneamente, aumentando il ruolo delle tastiere, probabilmente il pezzo sarebbe risultato più riuscito (e mi sfugge anche perché abbia reclutato Simon Tong per questo ruolo, tanto poco è incisiva la sua presenza, capace solo di far rimpiangere non solo Alberto Radius ma anche Davide Ferrario).
Resta sempre l’impressione che quando Battiato si lascia andare con l’elettronica (i campionamenti di “Un irresistibile richiamo“, il bel feeling tra pianoforte, tastiere e ritmiche di “Aurora“, i suoni acustici processati in “Testamento“, l’energia e i contrappunti di “Eri con me” e di “La polvere del branco“) l’arrangiamento risulti più convincente.

Tra i momenti musicali più felici del disco la tastiera di “Quand’ero giovane” che, non chiedetemi perché, sembra davvero evocare gli anni ’60 dei quali parla il testo, l’elettronica (un po’ più) spinta in “Passacaglia” e “Aurora“, gli accenni rockettari di “Caliti junku” e l’utilizzo, sempre pertinente ed efficace, del pianoforte di Carlo Guaitoli.

Molti hanno criticato la voce di Battiato in questa occasione. A mio parere invece l’uso che ne fa dimostra una chiarezza invidiabile nel Battiato interprete che, perfettamente conscio dei suoi limiti attuali, la utilizza al meglio rendendola efficace e molto espressiva rinunciando, gioco forza, alla potenza e a tutta quella muscolarità che oggi va tanto di moda. Una scelta umile e saggia, di chi ha grande rispetto per la musica e conosce minuziosamente l’importanza delle sfumature.

Non torno più, se non per un attimo, sull’infinita, meravigliosa, liaison tra le canzoni di Battiato e la musica classica, qui portata avanti nuovamente in “Caliti junku” e in “Passacaglia” (ne ho già parlato a sufficienza altrove e in altri tempi).

2) i testi

Uno dei punti più critici di questo disco riguarda i testi. Quando Battiato raggiunse il grande successo commerciale, una delle sue carte vincenti fu la qualità dei suoi testi. Pienamente post-moderni, più che raccontare storie e esprimere concetti cercavano di stimolare, a svariati livelli, la curiosità dell’ascoltatore attraverso citazioni, riferimenti alti e bassi e un continuo stuzzicare l’intelligenza dell’appassionato giocando tra il serio e il faceto. Veniva lasciata proprio all’ascoltatore, eventualmente, la possibilità di approfondire uno o più di questi stimoli.

Questo modo di fare canzone pop a me piaceva (e piace) molto.

Con “Apriti sesamo” arriva a compimento invece (e purtroppo) un percorso di cambiamento che ha trasformato Battiato in un cantautore che nelle sue canzoni esprime concetti ben determinati, di fatto ponendosi nei confronti dell’ascoltatore come chi, ex cathedra, vuole convincerlo a credere e condividere la sua visione del mondo. Noi, che siamo figli del situazionismo e delle avanguardie di inizio XX secolo, tendiamo a bollare questo atteggiamento come autoritario e paternalistico, ma sembra che ai giorni nostri, più banalmente, molti ascoltatori desiderino che le canzoni veicolino messaggi o concetti ai quali aggrapparsi o ai quali ispirarsi.
Ascoltiamo pertanto canzoni (o importanti sezioni di alcune di esse) molto buddhist-oriented dove in maniera esplicita Battiato ci propone convintamente la sua visione del mondo.
Tutto legittimo, per carità, ma mi si permetta di non condividere questa scelta.

Inspiegabile poi, specie per chi come me è cresciuto sui testi delle sue canzoni, l’autoreferenzialità fine a sé stessa di “Quand’ero giovane“, ricca di frammenti di vita vissuta dallo stesso Battiato del tutto privi di interesse e di significanza per chi ascolta (“Quand’ero giovane andavo a letto tardi, sempre, vedevo l’alba, dormivo di giorno e mi svegliavo nel pomeriggio“, che viene da chiedersi cosa mai potrà interessarcene di cotanta informazione, il Grande Capo Estiqaatsi avrebbe di che commentare).

Non mancano qua e là le zampate del nostro (Sgalambro sembra spesso ai margini delle canzoni), come alcuni passaggi di “Testamento” o de “La polvere del branco“, ma, in generale, direi che i testi sono il punto più debole del disco (e non è un caso che, dopo aver ascoltato parecchie altre canzoni, l’arrivo di “Aurora“, il cui testo è derivato da una poesia di Ibn Hamdis, scuota l’ascoltatore mostrandogli dei versi che spiccano in positivo rispetto ai precedenti in maniera quasi imbarazzante).

Perdonatemi infine una piccola digressione riguardo l’uso che Battiato e Sgalambro fanno della parola “branco”. Da appassionato ideologico dei predatori credo che in realtà il branco di cui parlano i due autori siciliani sia quello che meglio sarebbe stato indicare come mandria o gregge. Il branco è una unità collettiva, ben organizzata e razionale, mirata a soddisfare le necessità di sopravvivenza di tutti i suoi componenti. Nulla a che spartire quindi con l’immagine evocata nella canzone (appunto) “La polvere del branco”. Che poi oggi, nei giornali, questa parola venga trattata in maniera altrettanto inappropriata è uno dei tipici effetti distorsivi sul linguaggio dovuti alla retorica giornalistica e all’abuso di frasi fatte che la caratterizza.

3) le eccezioni

Gli ultimi due brani del disco spiccano rispetto agli altri per quello che riguarda la loro forma musicale. E sono probabilmente, insieme ad “Aurora“, i brani più interessanti e stimolanti (e riusciti) del lotto.

La traccia 9, “Il serpente“, è uno di quei brani che ogni tanto escono a Battiato caratterizzati da melodie ampie e sviluppate, privi di batteria o percussioni, simili a certe romanze dell’ ‘800, ma perfettamente adattate alla contemporaneità. Testo un po’ più sgalambriano degli altri (è un complimento) e questa melodia che conquista ascolto dopo ascolto, lontanissima dalla banalità tipica della musica leggera moderna e che sembra essere stata scritta per persone capaci di una attenzione alla musica che (ho l’impressione) si stia sempre più perdendo (soprattutto tra gli adolescenti e i post-adolescenti di oggi). Pianoforte e tastiere per un gioiello che sembra sia rimasto nascosto ai più.

La conclusiva “Apriti sesamo” (indicata non a caso come bonus-track) è il pezzo più originale dell’intero disco. Tutta elettronica e pianoforte, la musica sembra essere erede, alla lontana, di certi lavori post-minimalisti di Robert Ashley caratterizzati, appunto, da voce recitante e tastiere. Qui Battiato utilizza un bellissimo recitar-cantando (in cui racconta, non vi sorprenderà, parte della storia di Ali Babà e i quaranta ladroni) appoggiato su queste tastiere ripetitive creando una atmosfera delicata ed ipnotica lontana sia dalla forma canzone sia dai suoi lavori più di ricerca (ma siamo sempre immersi in una musicalità fortissima ed ascoltare questo pezzo, seguirne lo sviluppo, è un grande piacere).
Una interessante via di mezzo che potrebbe essere stimolante percorrere ancora e qualcosa di abbastanza unico nella sua pur lunga e variegata carriera.

Quindi, in conclusione, un disco con molti aspetti positivi (sui quali magari mi sono espresso poco, ma sono le consuete qualità dei lavori di Battiato) e alcune questioni che invece mi trovano in disaccordo.

Ma di solito quello che non mi piace oggi di Battiato tendo ad apprezzarlo dopo una decina d’anni (dandogli regolarmente ragione), per cui forse sarà meglio riparlarne nel 2025.

MEG “Distante”, 2008, Multiformis

Capita abbastanza spesso che, dopo avervi parlato di un determinato disco di un certo artista, io ascolti un altro suo album e lo trovi sostanzialmente analogo al precedente. Ugualmente bello.
Non reputo però utile scrivere un ulteriore articolo per la semplice ragione che dovrei sostanzialmente ripetere i medesimi concetti. Ciò non toglie però che anche questi altri dischi meriterebbero un post e che, anche se non ne parlo, il mio giudizio in merito sia largamente positivo.

E’ il caso, ad esempio, del secondo album solista di Meg, “Psychodelice“, che conferma ampiamente le belle parole spese da me per il suo omonimo esordio.

In questo secondo lavoro spicca la collaborazione, riconoscibilissima, con Stefano Stylophonic Fontana le cui macchine arrotondano alcuni degli spigoli dell’elettronica tipica della cantante e musicista partenopea.
Un esempio è questo ottimo brano impreziosito da un bel video che, come piace a me, ormai lo sapete, ben sviluppa una idea semplice, ma efficace.

Lo dedico ai miei lettori e alle mie lettrici che amano il rosa.

GAETANO e TOMANGELO CAPPELLI “Minimal, trance music e elettronica incolta”, 1982, Sconcerto

Spesso accenno a questo librettino (175 pagine per un formato iper-tascabile di 17×12 cm) definendolo “il mio personalissimo libro della formazione“, ed effettivamente questo libro è stato per me fondamentale nella mia formazione di ascoltatore seriale risultando il principale strumento di orientamento in anni fondamentali per la mia crescita musicale (e non solo).

Siamo nella parte centrale degli anni ’80, non solo ancora non esiste internet (e tantomeno Wikipedia), ma l’editoria musicale italiana è ancora estremamente provinciale e i libri e gli studi che si possono incontrare in libreria riguardano in gran parte artisti indigeni o alcune star del pop e del rock anglosassone. Se si è interessati a musiche altre, un po’ fuori dai canoni che vanno per la maggiore, ci sono solo alcune ottime riviste mensili (ma le riviste hanno il difetto di scomparire mese dopo mese dalle edicole, e per chi non ha notato che in un certo numero si è parlato di qualcosa di interessante è complicato recuperare informazioni) o il tam-tam tra amici unito ai consigli di quei negozianti, all’epoca ce n’erano, che sanno far bene il proprio mestiere.

Questo libro arriva in questo scenario desolato con la forza di un meteorite. Non solo per la prima volta in Italia si parla diffusamente (e con competenza) di tanti musicisti di cui normalmente si tace, ma il libro, coraggiosamente, suggerisce inediti legami e connessioni tra Glass e i Popol Vuh, tra Reich e i Kraftwerk. Il tentativo è quello di raccontare e collegare tra loro musiche del tutto diverse ma legate da un approccio al suono e alla stessa idea di composizione lontano sia dalle semplicità del pop e del rock così come dalle ingessature della musica contemporanea. Non tanto una via di mezzo tra le due opzioni quanto uno sguardo del tutto alternativo e ugualmente scandaloso per gli adepti dell’uno o dell’altro universo.
Musica non allineata che si è fatta da sola, partendo dal basso, ma che in quegli anni iniziava ad avere visibilità e dignità (e anche un minimo di fama e seguito).

A parlarci di tutto questo sono i fratelli Gaetano e Tomangelo Cappelli che caratterizzano tutto il libro con una prosa ardita ed estremamente affascinante, tutt’altro che tecnica. Strutture degne di un romanzo prestate all’analisi musicale, come se anche nelle modalità di realizzazione questo libro avesse cercato di somigliare all’argomento trattato cercando di scavalcare le consuetudini più retoriche normalmente utilizzate per parlare di musica.

CappelliCoverIl libro è diviso sostanzialmente in tre parti. Una prima parte introduttiva che si occupa del suono e della sua liberazione dalle costrizioni occidentali (e quindi, inevitabilmente Stockhausen, ma anche Cage e gli altri americani) per poi aprirsi ad uno sguardo sulla musica classica dell’India.

A questa introduzione che cerca di stabilire da dove vengano gli autori (e la loro visione del mondo musicale e non solo) dei quali si parlerà più avanti segue la prima parte vera e propria intitolata “Minimal e trance music” dove si racconta di tutti quei compositori che hanno scelto di lavorare sulla riduzione e semplificazione del materiale musicale per permetterci davvero di aprire le orecchie e ascoltare il nuovo udibile. Oggi i nomi di La Monte Young, Philip Glass, Terry Riley e Steve Reich suonano scontati, quasi ovvi, ma all’epoca erano ancora roba da carbonari, e ancor di più lo erano i nomi a loro avvicinati (Jon Gibson, Charlemagne Palestine, Alvin Curran, Roberto Laneri, Joan La Barbara, David Behrman e altri). Per noi giovani di belle speranze si apriva un universo di enorme interesse e dalla complicata reperibilità (altro che Spotify…) fatto di lunghe ricerche, spesso anche all’estero, raramente premiate da successo. Ma ciò nonostante le parole dei Cappelli, così convincenti e ammalianti, ci spronavano a non mollare. Perché ne valeva davvero la pena, e ogni volta che, per fortuna o per cocciuta determinazione, riuscivamo nell’impresa di riuscire a trovare/comprare/ascoltare qualcuno di questi dischi misteriosi, la magia che emergeva dai solchi del vinile era un più che sufficiente premio a tanto impegno.

Il soffio fragoroso dei grandi corni indiani rana sringa, la vibrazione sorda dei ragdun tibetani, risuonano in un tono lungo, continuo, che ondeggia nell’etere oltre l’estensione naturale del respiro il cui ritmo è forse la prima scansione temporale. Un suono oltre il tempo, puro, immateriale, scaturigine del prana, esso si congiunge all’energia creativa dell’Universo. Già Cage aveva mostrato che il silenzio in sé non esiste, La Monte Young compie il grande passo. Ricongiungimento con la Musica Eterna del Cosmo.

La seconda parte del libro, “Elettronica incolta“, era a sua volta divisa in alcune sottosezioni: “Kosmische musik” (Tangerine dream, Klaus Schulze, Ash Ra tempel, Popol Vuh…), “Machinisme e science fiction” (Kraftwerk, Neu!, Lou Reed, Tony Conrad…), “L’arte del tono” (Cluster, Brian Eno…) e “In Italia” (Franco Battiato, Roberto Cacciapaglia, Claudio Rocchi…). A seguire trovavamo una coraggiosa e singolare sezione, sorta di postilla in negativo ai materiali trattati in precedenza, intitolata “La macchina delle mistificazioni“, che metteva in guardia da artisti solo apparentemente vicini a quelli elogiati e consigliati nelle sezioni precedenti (e quindi si potevano leggere roboanti stroncature relativi ad artisti quali Mike Oldfield, Vangelis, Jean Michel Jarre…).

Per ogni artista c’era un esauriente capitolo (dedicato esclusivamente alla sua produzione vicina alle tematiche del libro, ad esempio Lou Reed era citato solo per il suo “Metal machine music“) arricchito da una discografia consigliata (e di quanti dischi dei quali non immaginavo neanche vagamente l’esistenza ho saputo da queste discografie…).

Veramente è altro che si ascolta tra i solchi illuminanti di In den Garten, Zeit, Irrlicht, che risuonano di toni lunghi e misteriosi, ritmi cellulari, movenze sospese; né si tratta di rock: di essa si può solo dire che è musica senza nome, deliziosamente marginale, eppure capace di segnare una direzione affascinante per quanti in quegli anni cominciavano a sentirsi stretti addosso i panni della pop star, ad avvertire limitanti, schemi che si ripetevano uguali da troppi anni. In più in Germania – e non è poco per il luddismo generazionale – sembrò si trasformasse, attraverso una strana ma efficace alchimia, la macchina nel suo perfetto contrario, ora veicolo sonoro, tramite flessibile alla realtà in movimento che si osserva nel procedere dal finito verso l’infinito del dilatarsi del suono“.

Questo libretto mi ha seguito fedelmente in giro per l’Europa, e non ho idea di quante volte l’ho ripreso in mano per consultarne alcune voci. E’ stato il fidato oracolo al quale chiedere informazioni su di un acquisto possibile o su un artista da approfondire. E’ stato utilizzato fino allo sfinimento e le sue pagine oggi ingiallite e, in qualche caso, strappate, sono la testimonianza migliore di quanta fatica, tempo e dedizione servano per soddisfare una curiosità, un desiderio di qualcosa che allora non sapevo cosa fosse, ma che stavo cercando convinto di essere in grado di riconoscerlo (cosa poi puntualmente accaduta).

Per altri questa funzione è stata data da libri, come dire, più nobili (Gibran, Hesse, Marcuse, Musil, Proust o chissà quali altri), per me, che sono solo quello che sono, è stato questo il libro che mi ha aperto porte fondamentali per la mia crescita, il libro che mi ha schiuso universi inaspettati, ma affascinanti, nei quali perdermi.

Questo post è quindi, innanzitutto, un doveroso ringraziamento ai due autori.

ALICE “Veleni”, 2014, Arecibo

L’ultimo lavoro pubblicato da Alice si intitola “Weekend” ed al suo interno compare una canzone, intitolata “Veleni“, che già prima di essere pubblicata provocò discrete polemiche (proposta per Sanremo, pare sia stata bocciata, o forse no, o chissà…) e che appena ascoltata mi ha scatenato qualche piccola riflessione.

Scritta da Manlio Sgalambro e Franco Battiato (che l’ha anche prodotta e arrangiata) questa canzone, dal punto di vista dei testi, si muove sulle coordinate più recentemente frequentate dall’autore siciliano (reincarnazione, buddhismo, senso della vita… sapete di cosa parlo), ma l’aspetto che mi ha fatto sussultare è stata l’interpretazione che ne ha fatto Alice, particolarmente nel passaggio, circa a metà della canzone, nel quale vengono elencati questi famigerati “veleni” (o, come scrivono alcuni, ironizzando, “veleeeeeeeeeeni“).

Facciamo un classico passo indietro.

Sono ormai moltissimi anni (direi almeno da “Park hotel“, 1986) che Alice si è caratterizzata come interprete raffinata di musiche delicate, dagli arrangiamenti sofisticati incentrati soprattutto su tastiere fascinose, chitarre, rigorosamente non distorte, e ritmiche quanto basta. La sua voce sembrava aver perso definitivamente certe asprezze, certa cattiveria, che invece la caratterizzava nel periodo di massimo successo commerciale. Era passato così tanto tempo dalla (beata) esplosione di rabbia di “Messaggio” o dai saliscendi acrobatici di “Bazar” (ma gli esempi potrebbero essere tantissimi) che neanche speravo più di ritrovare certi toni e certe intensità.
E invece in questa canzone (o almeno per un suo importante tratto) ritroviamo, come un fulmine a ciel sereno, quella rabbia, quella grinta, quella energia che, a dispetto degli anni passati, anche anagraficamente, scopriamo sorprendentemente essere ancora perfettamente preservate, pronte a farci ancora vibrare come allora. Perché la voce di Alice si è perfettamente conservata e gli anni hanno solamente aumentato le sue capacità interpretative e la sua abilità di gestire ogni piccola sfumatura.
Può sembrare una osservazione nostalgica, ma il punto è che, quando un artista ha molte corde al suo arco e si concentra solo su alcune evitando sistematicamente di utilizzarle tutte, in qualche modo è come se si privasse (e ci privasse) di un pezzetto di sé, e questa cosa, d’istinto, non mi sembra positiva.

Insomma: è stato un po’ come ritrovare dopo tanto tempo vecchi amici con i quali siamo sempre andati d’accordo e che abbiamo perso di vista senza sapere bene perché.

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Già che ci siamo due parole sul resto del disco, un lavoro che è caratterizzato (direi programmaticamente) da una particolare e gustosissima leggerezza. Realizzato senza obblighi contrattuali e senza particolari velleità ideologico-artistiche, è tutto giocato sul piacere di suonare assieme a tempo perso (i week-end del titolo), e sembra di poter toccare con mano l’atmosfera rilassata delle session, il gusto dell’artista nello scegliere i brani da interpretare (pescando tranquillamente tra inediti, cover altrui, brani propri recuperati… sempre senza dover obbedire a steccati imposti o autoimposti) e l’assoluto divertimento di tutti i musicisti che hanno partecipato. Una atmosfera che ben si percepisce e molto influenza (positivamente) il climax del disco tutto. Magari, se l’avessi prodotto io, avrei aggiunto un po’ più di calore nelle tastiere, utilizzando glitch e disturbi vari in maniera più pronunciata, ma è una questione di mio gusto personale (anche se, da questa punto di vista, mi sembra che Alice e Francesco Messina siano da tanti anni fermi nell’utilizzo di suoni sintetici più o meno sempre uguali).

Particolare menzione per l’iniziale e struggente (e bellissima) “Tante belle cose“, per un capolavoro senza tempo come “La realtà non esiste” (metà del doppio omaggio allo scomparso Claudio Rocchi), per la conclusiva “Qualcuno pronuncia il mio nome” (scritta da Mino De Martino con la consueta profondità) che accenna con nonchalance anche a quei “dischi di La Monte Young” che non so quanti degli appassionati di Alice abbiano mai ascoltato (e ai quali consigliamo di recuperarli, per quanto possibile).

Dimenticavo: “Veleni“, oltre a restituirci una Alice interprete a 360 gradi è anche una splendida canzone.

ZU “Conflict acceleration”, 2015, Ipecac Recordings

Torniamo a Roma per questo video dei grandi Zu appena sfornato, ancora bello caldo.
Il loro jazz-core non è propriamente nelle mie corde, ma la stima per il gruppo è sempre alta.

Questo video mi ha colpito perché parte da una idea abbastanza semplice per ottenere dei risultati che a me convincono moltissimo. Un plauso quindi alla regista Sara D’Uva per queste atmosfere che mi fanno pensare a certe cose degli Autechre (non che questi ultimi abbiano molto in comune con gli Zu, ma che ci volete fare, i pensieri associativi sono quello che sono)

Se questa musica vi intriga provate ad assaggiare il nuovo album “Cortar todo” del quale si dice un gran bene.