5 dischi elogiati da Valerio Mattioli nel libro “Superonda”

  • Claudio RocchiVolo magico n.1” (1971)
    Con “Volo magico” Rocchi firma l’apice della civiltà psichedelica italiana e l’inno dilatato che la comunità underground aspettava da anni
  • Luciano CilioDialoghi del presente” (1977)
    “Dialoghi del presente” è un disco di una bellezza disarmante. Fa venire alla mente un rito misterico umanissimo e caldo, un reticolo di timbri (tutti acustici) che dolenti fluttuano trai riflessi di un lago a fine estate
  • Lino Capra VaccinaAntico adagio” (1978)
    Un autentico, irripetibile e precario capolavoro di minimalismo alla Steve Reich e spleen mediterraneo che però, come al solito, uscirà troppo tardi (nel 1978) e nell’indifferenza quasi generale
  • Franco BattiatoSulle corde di Aries” (1973)
    Quando alla fine del 1973 arriva nei negozi “Sulle corde di Aries” è chiaro a tutti che la personale “Conversazione in Sicilia” di Battiato ha prodotto non solo un musicista molto distante da quello che il pubblico aveva conosciuto appena un anno prima, ma uno dei dischi più belli mai usciti in Italia fino a quel momento, e anche dopo, aggiungerei
  • Canzoniere del LazioLassa sta la me creatura” (1974)
    Opera dall’aria torbida e pesantemente esoterica, i cui solchi profumano di zolfo e acqua santa assieme, “Lassa sta la me creatura” è il titolo che certifica il “tradimento” del Canzoniere del Lazio. Ed è anche il capolavoro del nuovo folk italiano


In corsivo testi tratti dal libro di Valerio MattioliSuperonda“.

VALERIO MATTIOLI “Superonda”, 2016, Baldini & Castoldi

Questo libro, non a caso sottotitolato “storia segreta della musica italiana“, è, per l’appunto, un libro di storia. Un libro di storia della musica che affronta un periodo che va, grosso modo, dalla metà degli anni ’60 alla metà degli anni ’70.

L’idea è quella di narrare una stagione straordinardia della musica italiana (e, in realtà, delle arti tutte) particolarmente influente, ma, soprattutto, seminale, sia nel nostro paese che all’estero, attraverso la ricostruzione di cosa accadde e l’individuazione di coloro che ebbero un ruolo determinante nello svolgersi degli eventi.
Non si racconta di un particolare genere musicale, o di una scena comunque ben definita, quanto di una attitudine che, pur agendo in ambiti relativamente distanti e scollegati, segnerà in maniera personalissima l’evoluzione della musica in Italia.

A narrare il tutto il giornalista e musicista Valerio Mattioli, classe 1978.

Verrebbe subito da chiedersi come mai una tale complessa ricostruzione ed interpretazione degli eventi sia stata realizzata da qualcuno che in quegli anni neanche era nato, piuttosto che da qualcuno che c’era (i Bertoncelli, gli Assante…) o che almeno ne avesse annusato le fasi conclusive, ma, leggendo il libro, uno degli aspetti migliori e più interessanti che saltano all’occhio è proprio come la distanza temporale dagli eventi e l’estraneità dell’autore a quanto accaduto, permettano a Mattioli di affrontare i fatti narrati senza scivolare mai nella nostalgia di anni mitici (o di musicisti mitici). Lo spazio che separa l’autore dai fatti garantisce uno sguardo libero da pregiudizi (positivi o negativi che fossero), inevitabili per chi quei momenti li ha vissuti, ed è proprio il tono dell’autore, spesso ai limiti di un cinismo figlio della propria onestà intellettuale, ad essere uno dei punti di forza della narrazione.
Mattioli dimostra di non avere timore di cadere nel delitto di lesa maestà e non si fa problemi a sottolineare l’ingenuità di certi lavori o i loro limiti, e questo rafforza significativamente le sue parole quando invece esprimono meraviglia e apprezzamento per altri, o gli stessi, lavori. Si parla di artisti che l’autore ama (altrimenti questo libro non sarebbe neanche nato), ma lo sguardo di chi scrive è lo sguardo di chi ama anche la musica del nuovo millennio e non ignora come e quanto le cose siano, se non progredite, perlomeno cambiate.

Altro punto di forza di questo libro, a mio parere diretta conseguenza di quanto scritto sopra, è lo sforzo e la capacità di contestualizzare quanto narrato. Mattioli non ci parla solamente di un certo musicista e dei suoi lavori, ma ogni volta realizza una doppia contestualizzazione:
relaziona l’opera al contesto sociale nel quale è stata prodotta (sotto i nostri occhi scorrono con dovizia di dettagli e riferimenti, sia l’Italia della “Dolce vita” che quella dei cosiddetti “anni di piombo“) e, in parallelo, al contesto musicale nazionale e internazionale nel quale gli artisti si muovevano (nessuna musica nasce dal nulla). In questo modo ci permette di comprendere (da vero storico) nella maniera migliore possibile cosa sia successo e perché sia successo.

A questo punto vi chiederete quali siano i protagonisti di queste oltre 600 pagine, fitte fitte e senza apparato iconografico. Sono tanti, alcuni famosissimi, altri misconosciuti, altri ancora conosciuti ma mai narrati da questo punto di vista. Tutti, secondo Mattioli, hanno in comune qualcosa che rese speciali tutte queste musiche che si muovevano in uno spazio enorme, esterno sia alla musica (cosiddetta) commerciale che a quella (cosiddetta) colta, musiche che spiccavano per originalità conservando tutte un qualcosa di speciale che non possiamo chiamare italianità, ma certo era legato alla cultura (magari solo alla sua parte migliore) italiana.

Cercando di sintetizzare per macro-categorie posso dire che qui si parla di musica contemporanea, musica di (più generica) avanguardia (spesso “incolta“), musica elettronica, rock progressivo nelle sue varie, e spesso contraddittorie, forme e declinazioni, psichedelia, musiche che guardano alle tradizioni, cantautorato (meglio se borderline), colonne sonore, library music (e musiche per sonorizzazioni varie) e (più o meno free) jazz.
Ma si parla anche dei luoghi dove queste musiche sono germogliate (il Piper, il Beat 72, L’Attico, lo Studio di Fonologia Musicale della RAI…), di “non musicisti” che, a vario titolo, hanno permesso a queste musiche di svilupparsi (Gianni Sassi, Mario Schifano, Fabio Sargentini, Diego Carpitella…). Il tutto mostrando come spesso i protagonisti di questa epopea saltassero da un genere all’altro in un ricco florilegio di relazioni e contaminazioni reciproche.

Difficilissimo fare un elenco degli artisti di cui si parla, sono davvero tanti. Vi basti sapere che, nonostante l’enormità della materia affrontata, ci sono tutti quelli che ci devono essere (e anche qualcuno di più). Ovviamente non a tutti è concesso lo stesso spazio: per alcuni basta una mezza paginetta, su altri l’autore zoomma con grande interesse, dedicandogli anche più di un capitolo (Franco Battiato, Claudio Rocchi, Ennio Morricone, Piero Piccioni, Piero Umiliani, Alvin Curran…).

Proprio perché il libro ricostruisce una storia, i vari capitoli che si susseguono affrontando le varie scene che interessano Mattioli, sono raccontati in ordine cronologico (per quanto possibile). Capite bene quindi perché il percorso, ad esempio, di Battiato sia stato suddiviso in più capitoli artisticamente diversi e temporalmente separati (uno sul primo periodo Bla…Bla…, “Fetus e Pollution“, uno sui restanti dischi per l’etichetta di Massara ed uno per il periodo Ricordi). In questo modo il procedere della vicenda e degli artisti si segue non solo in maniera più chiara, ma soprattutto meglio contestualizzata con quella degli altri protagonisti di queste pagine.

Da sottolineare, tra i tanti meriti di questo lavoro, lo spazio dedicato a veri e propri unsung heroes dell’epoca, passati sostanzialmente (Pietro Grossi, Luciano Cilio, Franca Sacchi, Bruno Nicolai…) o completamente (Mario Nascimbene, Amedeo Tommasi…) inosservati. Personaggi le cui storie meriterebbero ancora più spazio.

Tra i capitoli più riusciti, nel senso di più chiari ed efficaci, ma anche di più innovativi nei contenuti, segnalo quello dedicato al Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza (il GINC, la loro storia meriterebbe un film, o almeno una fiction di RAI 1), quello dedicato ai musicisti che cercarono di recuperare aspetti delle tradizioni popolari (Nuova Compagnia di Canto Popolare, Canzoniere del Lazio…) nel quale, giustamente, si esaltano i loro meriti, ma vengono anche segnalate le loro ambiguità e quelle che potremmo definire ipocrisie concettuali, quello dedicato alla library music (in assoluto la scena dove la differenza tra la conoscenza e l’apprezzamento odierno diverge in maniera clamorosa con la percezione che se ne ebbe allora, quando nessun critico si degnò di occuparsene e quasi nessun ascoltatore le dedicò attenzioni, a dispetto della quantita enorme di dischi che vennero prodotti in quegli anni).

Tra quelli meno riusciti invece quello dedicato ai cantautori e al loro boom, forse l’unico capitolo a risultare abbastanza superficiale (troppo vasta la quantità di lavori ascrivibili a questa scena per parlarne diffusamente e in maniera esaustiva, nonostante le dovute citazioni per alcuni cantautori minori come Juri Camisasca e Francesco Currà). E’ forse l’unico capitolo che poteva essere escluso, tanto che sembra avere soprattutto il compito di introdurre quello dedicato al Battisti di “Anima latina“.

La pretesa di essere un lavoro storico non impedisce a Mattioli di dare il suo personale punto di vista sugli artisti raccontati. Emergono spesso, e chiaramente, le sue preferenze, a volte condivisibili (Claudio Rocchi, Alvin Curran…), a volte meno (Sensations’ fix, Osanna…), ed è giusto che sia così, ma questo non impedisce a “Superonda” di essere immediatamente diventato un classico nel suo genere, un libro che sorprenderà chi quegli anni li ha vissuti e amati, e ancor di più interesserà chi non c’era e fosse curioso di sapere cosa è successo in quello che probabilmente rimarrà come il periodo storico recente nel quale la musica italiana è stata più capace di produrre musiche, non solo innovative, ma, soprattutto, capaci di lasciare una traccia importante nel solco di tutta la produzione occidentale.

Spaghetti sound forever.

KRAFTWERK “Autobahn”, 1974, Philips

E’ strana la storia di “Autobahn“, fondamentale brano per la storia dei Kraftwerk, quello che ne segnerà il passaggio da gruppo di stra-culto a gruppo di (relativo) successo.
Esce contenuto nell’album omonimo e ne occupa l’intera prima facciata per una durata di oltre 22 minuti.

L’LP vendicchia, ma non va molto oltre le consuete vendite del gruppo tedesco.
Poi succede l’assurdo.
Ne viene tratto un singolo (che definire insensato è poco) che, attraverso tagli e ritagli, lo riduce a 3 minuti e mezzo (!!!), e, incredibilmente, questo 45 giri spopola negli Stati Uniti (e poi, di rimbalzo, in Europa).

Quasi senza un perché, da quel momento e fino ad oggi, i Kraftwerk diventeranno una formazione capace di scalare le classifiche.

Misteriosa anche la storia del video ufficiale che qui vi propongo.
La potete leggere in dettaglio cliccando qua, ma la sostanza è che lo commissionarono (fuori tempo massimo) e alla fine della fiera decisero di non utilizzarlo.
Ma questi sono tempi di scavi archeologici che tutto recuperano, e quindi ve ne propongo la visione.

Il brano, comunque quasi dimezzato, si sposa con disegni animati che vi rimanderanno esattamente a quegli anni.
Spero apprezzerete.

Un’ora di canzoni a 78 giri

Ribadendo che non sono un esperto di canzoni anni ’30 e ’40, eccovi una personalissima e discutibilissima playlist dedicata ai fasti della musica incisa sui fragili 78 giri.

Come al solito abbiamo dovuto fare i conti con la disponibilità del materiale su Spotify. Purtroppo, e con mia sorpresa, non ho trovato diverse canzoni che avrei voluto inserire di Rodolfo De Angelis e Natalino Otto (che, rispetto alle intenzioni, risultano così sottorappresentati), viceversa l’abbondanza del materiale relativo al Trio Lescano ha fatto sì che ci siano parecchie loro (belle) canzoni.

Sottolineo pure che, incredibilmente, non sempre i nomi dei cantanti sono indicati in maniera corretta.
Ne paga le conseguenze l’ottima Maria Jottini.

Tutte le canzoni che sentite sono state pubblicate in un periodo che va dal 1933 al 1948, e sono solo la punta di un iceberg di eccellente livello e che vale la pena approfondire.

Buon ascolto.

RODOLFO DE ANGELIS “Ma… cos’è questo De Angelis ?”, 1995, Fonit Cetra

Già in passato ebbi a manifestare la mia passione per la musica italiana degli anni ’30. Per quel poco che conosco di questa scena, se dovessi farvi un nome, un nome solo, di un autore geniale e meritevole di approfondimento, non potrei che indicarvi Rodolfo De Angelis.

Proveniente dagli ambienti del caffè concerto (forse a voi più noto come cafè-chantant), vicino alle avanguardie futuriste (Marinetti e Depero tra gli altri), autore, cantante e interprete sensibile, uomo di teatro e personaggio poliedrico, ha realizzato svariati 78 giri che spiccano per originalità e qualità sotto ogni punto di vista.

Se oggi ve ne parlo è perché, a fine anni ’70, la meritoria collana “Fonografo italiano” gli dedicò 3 LP antologici, a loro volta, a metà anni ’90, convertiti pedissequamente in 3 CD (anche se secondo me sarebbe stato più sensato fare un unico doppio CD piuttosto che 3 distinti dischetti mezzi vuoti). Tutto materiale oggi purtroppo fuori catalogo e non banale da trovare.

All’interno di questi LP mi si è aperto un mondo davvero stupefacente e singolare. Nulla in De Angelis è scontato: niente canzoni d’amore, niente drammoni nazional-popolari, nessuna particolare derivazione dalla tradizione lirica o da quella della canzone napoletana (pur essendo lui nato a Napoli), ma un canzoniere sfacciato e pieno di sorprese, a partire dalla sua celeberrima trombetta (molto spesso nelle sue canzoni, nelle sezioni strumentali, De Angelis canticchia simulando il suono di una tromba, con dei “perepè perepè” personalissimi e un tantino assurdi).

E’ l’ironia a dominare le sue canzoni, di volta in volta messa al servizio di temi diversi:

da canzoncine proto-demenziali (la surreale “Tinghe tinghe tanghe“, con elementi dixieland, le tre affascinanti sorelle “Babà Bebè Bubù“, le rime baciate di “Cinque contro uno“),

divertissement tinti di exotismi (“La carioca“, dai chiari riferimenti latino-americani, l’oriente di cartapesta di “Nel Parapapà” e il medio-oriente altrettanto fantasioso di “Sciali sciali“, la Cina inverosimile di “Liulai“, i ritmi e le percussioni di una delirante “Il venditore di nastrini“, una assurda “Canzone tirolese” strapiena di stereotipi sugli austro-tedeschi con tando di rapida citazione marinettiana),

pezzi che ricordano la comicità dell’avanspettacolo (“Pesci e frutti di mare“, dai doppisensi volgari eppure di un’eleganza che abbiamo irrimediabilmente perso, musicalmente trascinantissima, gli stereotipi sulle varie nazionalità in “Donne e mariti“, la cinica “C’è troppa concorrenza“, l’ironia sugli oratori in “Lo sport delle parole“, la scettica, probabilmente non a torto, “E se non fosse vero ?“),

canzoni che affrontano questioni di costume (la famosissima, e sempre d’attualità, “Ma… cos’è questa crisi ?“, “Il colore che vuoi tu“, dai continui cambi di melodia, le riflessioni semiserie su arte, mass-media e massimi sistemi di “Schiocca la frusta e va“, i vizi italiani stigmatizzati in “Le presento e raccomando“, lo sguardo pessimista sulla contemporaneità di “Di sera dove andare“, con i fiati che spingono tantissimo),

fino ad arrivare ad alcune clamorose meta-canzoni che, da vero nobile precursore di Elio e le Storie tese, ironizzano sui mezzi e mezzucci utilizzati per scrivere le canzoni (la deliziosa e sfaccettata “Per fare una canzone“, pure questa ancora attualissima), o descrivono la soppressione delle canzoni americane dal mercato e dalle trasmissione italiane (una straordinariamente ambigua “Addio canzoni americane“, musicalmente del tutto affine alle canzoni che il regime aveva proibito e che sono l’argomento del brano), fino al meraviglioso (non)plagio dichiarato di “Ho rubato un motivo” nel quale gioca con ampi e riconoscibili frammenti della famosa canzone “Quel motivetto che mi piace tanto“.

Musicalmente si accoppiano melodie azzeccate e immediatamente memorizzabili con strutture che dimostrano una evidente conoscenza di tanti e diversi stili musicali, con i quali tendenzialmente il De Angelis compositore si diverte a giocare insieme all’orchestra leggera che di volta in volta lo accompagna.

Non mi nascondo dietro un dito: se oggi pochi ricordano De Angelis è anche per le sue simpatie verso il regime fascista, simpatie che sono tranquillamente esplicitate in alcune delle sue canzoni, il cui ascolto ai giorni nostri risulta difficoltoso, se non altro perché è complicato entrare in sintonia con le cose che vengono cantate.
Ma bisogna dire anche che, non solo De Angelis non fu mai organico al Partito Fascista (nel ’22 irruppero a Firenze dove stava effettuando uno spettacolo per sospenderglielo), ma soprattutto il suo approccio ironico mal si adattava alla retorica fascista (non avrebbe mai potuto scrivere “Faccetta nera“) e una figura anarcoide come la sua prima o poi non poteva non entrare in contrasto con l’establishment. Ciò nonostante anche un brano come “C’è una bella società“, riferito alla Società delle Nazioni, dimostra come almeno qualcuno dei suoi brani ricchi di riferimenti politici possa essere ascoltato ancora oggi (una cosa è la propaganda, altra cosa è avere una opinione, non necessariamene condivisibile da tutti).

Aggiungo pure che molti potrebbero trovare alcuni aspetti del linguaggio di De Angelis politicamente scorretti, ma, anche qui, va sottolineato che, ad esempio, quando parla di “canzoni negre” si limita ad utilizzare un modo di parlare e di pensare del tutto normale per l’epoca (credo faccia bene a tutti sforzarsi di contestualizzare ciò che si ascolta, senza giudicarlo su parametri contemporanei che, inevitabilmente, ci porterebbero a fraintendere ciò che viene cantato o narrato).
Analogamente quando disegna scenari di improbabili paesi lontani non fa altro che utilizzare stereotipi dell’epoca che, spesso, descrivevano l’oriente (vicino o lontano) o l’Africa in maniera fantasiosa e mitizzata, lontanissima da una realtà che in quegli anni, fondamentalmente, la gente semplicemente non conosceva.

Rodolfo De Angelis è stato un artista incontrollabile e dalla fantasia sfrenata, difficilmente irregimentabile e difficilmente gestibile, che ci ha lasciato in eredità, oltre alla mia amatissima Discoteca di Stato (da lui istituita, oggi Istituto per i beni sonori ed audiovisivi), un pacchetto di canzoni spesso irresistibili e imprevedibili.

Le belle canzoni di una volta.

Un’ora con le canzoni di Francesco De Gregori

Chiudiamo questa serie di post dedicati al principe dei cantautori con questa playlist.

L’idea questa volta è semplicemente quella di raccogliere brani di De Gregori ai quali sono affezionato, canzoni che mi ricordano determinati momenti o sono state importanti in determinati momenti. Nessuna ambizione, quindi, a riuscire a distillare il meglio della sua produzione.

Come di consueto ho dovuto fare i conti con l’offerta di Spotify, pertanto una decina di brani sono nella versione che volevo, altri sono dal vivo ma li preferivo in studio, altri ancora sono in studio ma li preferivo dal vivo (e sia chiaro che alcune canzoni sono dal vivo perché preferivo PROPRIO queste versioni rispetto alle originali).
Purtroppo c’è stato un brano che avrei voluto inserire, ma non è disponibile in nessuna forma: si tratta di “Bellamore” e la sua assenza rende questa raccolta monca.

Ovviamente questa selezione è dedicata ad Inno.

Buon ascolto

FRANCESCO DE GREGORI “Terra di nessuno”, 1987, CBS

Secondo post dedicato ai dischi in studio di Francesco De Gregori (ma non starò esagerando ?).

Ricapitoliamo la situazione: dopo il trionfale ritorno con “Titanic” (1982), De Gregori si concede nuovamente qualche anno di silenzio per poi regalarci un tris di album che, a mio parere, rappresentano il periodo migliore della sua produzione.
Scacchi e tarocchi” (1985), “Terra di nessuno” (1987) e “Mira mare 19.4.89” (1989) sono tre dischi dove il cantautore romano rivela una vena musicale estremamente felice unita ad una capacità di realizzare liriche in perfetto equilibrio tra personale e sociale, cronaca e metafora, tanto da poter parlare di una vera e propria nuova giovinezza artistica.

Di questi tre dischi quello al quale sono più legato è il secondo, disco che, nonostante la copertina tipicamente degregoriana, cioè poco invitante (con rispetto per Karl Hubbuch, autore del quadro dal quale è tratta), raccoglie nove brani tutti di ottimo livello con alcune eccellenze assolute (anche se, purtroppo, nessuno di questi brani è riuscito a diventare un classico al livello dei vari “Buonanotte fiorellino“, “Generale” o “Viva l’Italia“, ma non è da questi particolari che si giudica una canzone).

Il disco si apre con il rock circolare de “Il canto delle sirene“, lungo brano che, nella struttura senza un vero e proprio ritornello, si ispira dichiaratamente al “Jokerman” di qualche anno prima cantato da Bob Dylan, mentre nel testo, splendidamente ambiguo, evoca sia la necessità di contrastare l’arrembante ascesa dell’ideologia liberista, sempre più affermata e trionfante, sia questioni più strettamente intime e personali. Peccato solo per un arrangiamento pulitino (problema che caratterizza tutto il disco, e gli altri due di cui ho parlato, prodotto in maniera molto professionale, ma senza quegli azzardi e quelle sporcizie sonore che forse avrebbero dato maggior forza alle musiche), con un po’ di birra in più questa canzone sarebbe stata una vera e propria bomba.

Riguardo il resto del disco, mi limito a segnalarvi le canzoni di livello superiore, ad esempio “Pilota di guerra“, ispirata dalla figura di Antoine de Saint-Exupéry, brano malinconico che unisce mirabilmente temi sociali, la guerra e l’orrore, e personali, la solitudine. Chitarra e tastiere per una musica adeguatissima ai testi, lenta e rassegnata.
Pane e castagne” è invece il pezzo che contiene la frase che dà il titolo al disco ed è un’altra canzone che gioca moltissimo con l’ambiguità di un testo che può esser letto sia in chiave sociale (il complicato attraversamento di frontiere da parte di chi vuole andare a vivere e cercare fortuna in un altro paese), sia in chiave introspettiva (il percorso evolutivo/formativo che tutti compiamo). Questa doppia chiave, unita ad una melodia meravigliosa ed un arrangiamento pianocentrico di grande effetto, crea un piccolo miracolo passato troppo inosservato.
Con “Nero” rientriamo più esplicitamente nelle questioni sociali: una canzone che, ascoltata oggi, sembra avere ancora più senso di ieri, con questo ritratto, tutto in levare, di ordinaria emarginazione e ordinaria faticosa ricerca di un pezzetto di felicità. Bello il contrasto tra la musica allegrotta e la storia narrata fatta di sacrifici e umiliazioni (ma la canzone è del tutto priva di retorica). Consigliata a leghisti e a sovranisti.
Mimì sarà” è un altro dei pezzi forti del disco, ancora il pianoforte al centro del pezzo per una amara, molto amara, cronaca di fallimenti e bilanci personali che non tornano mai. Un brano struggente e commovente, aiutato in questo dagli archi arrangiati da Renato Serio (non è chiaro se sia ispirato/dedicato da/a Mia Martini, e non so se sia importante saperlo, anche se è certo che lei lo fece suo).
I matti” è un affettuoso ed empatico (e coraggioso) ritratto di tutte quelle persone che vengono sbrigativamente liquidate come strani o, appunto, matti. Anche qui il pianoforte al centro del brano con una specie di valzerino rallentato e un finale che sembra farli scivolare nel nulla, un brano che se lo si ascolta non può non colpire dove fa più male.

Gli altri brani, tutti comunque validi, sono un gradino sotto, magari solo per una meno perfetta messa a fuoco, ma questo è un disco assolutamente compatto, senza cadute di tono.

Dopo questi LP De Gregori produrrà ancora un lavoro che trovo valido, anche se inferiore a questi tre, “Canzoni d’amore” (1992), per poi scivolare in una aurea mediocrità con occasionali zampate di gran classe.

Purtroppo non tornerà più a questi livelli e a questa perfetta misura.