THALASSA Festival IV, Roma, 2016

Ho avuto il piacere di seguire tutte e tre le serate che hanno composto la quarta edizione dell’ormai celebrato festival Thalassa (normalmente dedicato alla “italian occult psychedelia“, ma quest’anno incentrato particolarmente intorno all’etichetta veneta Boring Machines).
Di seguito qualche osservazione/annotazione riguardante i 12 concerti svoltisi nelle tre serate, ospitati, come di consueto, dagli spazi angusti del Dal Verme.

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– l’importanza del festival

La prima riflessione che mi viene da fare riguarda l’importanza dell’esistenza di un festival simile. Mettere sotto un unico cappello (pure fosse del tutto pretestuoso) musiche così particolari (e spesso anche così distanti) significa, di fatto, costruire una lente d’ingrandimento verso artisti che si fatica a legare alla normale musica da concerti (pur se in locali, diocomeodioquestaparola, alternativi).
Musiche sostanzialmente distanti dal pop, dal rock, dal jazz, dal reggae, dal folk e da tutti quei (per altro rispettabilissimi) generi che fanno la fortuna di tanti locali, piccoli e grandi, disseminati lungo la nostra penisola.
Calcolate che lo strumento che più si è visto sulle pedane sono state delle misteriosissime scatolette ricche di ingressi, uscite e potenziometri, ne saranno passate sul palco almeno una cinquantina…

Qui si punta l’attenzione verso musiche, ne parleremo più avanti, più libere e indeterminate (i fratelli Cappelli parlerebbero di “elettronica incolta” e, forse, potrebbe essere la macro-definizione più pertinente) e il solo fatto di mettere vicino tanti artisti fa si che ognuno, invece di splendere solo di luce propria, illumini il lavoro degli altri artisti e possa godere di una visibilità e una attenzione che difficilmente si potrebbero avere attraverso un concerto al singolare o un evento più normale.
La semplice esistenza del festival si trasforma in un moltiplicatore di attenzione verso queste musiche non solo da parte dei mass-media o dei social network, ma anche, più banalmente, da parte dei presenti ai concerti e dei semplici passanti al Dal Verme che, dato il sold-out di tutte e tre le serate, si sono limitati a transitare presso il locale senza accedere alla sala dei concerti pur tuttavia respirando l’aria dell’evento e rimanendone incuriositi.

– l’organizzazione del festival

Ho davvero molto apprezzato lo sforzo degli organizzatori nella gestione dei concerti, dei continui cambi palco (un applauso infinito, in particolare, a credo-si-chiamasse-Claudia che si è prodigata con una intensità incredibile nel gestire queste situazioni), nella puntualità dei concerti (a Roma tutt’altro che scontata), nel garantire, per quanto possibile, una situazione confortevole per tutti.
Dispiace per i problemi avuti con i vigili urbani e i vicini, in tutta onestà un tantino iper-sensibili e prevenuti verso una situazione che, pur avendo richiamato molte persone e nonostante l’altissimo volume dei concerti, è stata gestita al meglio per non creare particolari problemi a chi vive nelle vicinanze del concerto

– la sala per i concerti del festival

Molti si sono lamentati per l’esiguità del pubblico che ha potuto seguire i concerti (80 persone a serata). E’ evidente che per l’importanza e l’eco dell’evento, la sala del Dal Verme (non molto più grande della sala di casa mia…) è risultata ampiamente insufficiente.
La scelta degli organizzatori di non crescere, rimanendo ancorati al locale dove tutto è iniziato, è però secondo me corretta. Spostarsi, andare altrove, se avrebbe probabilmente aumentato il numero degli spettatori (così come le problematiche di un’organizzazione da svolgersi fuori casa, e quindi i costi) dall’altro avrebbe rischiato di eliminare tutti quegli aspetti costitutivi del festival che ne determinano l’anima.
La piccola sala, dove chi suona ha gli spettatori a pochi centimetri, dove tutti si è a contatto con tutti, dove è facilissimo familiarizzare… tutto questo rende l’atmosfera dei concerti del tutto peculiare, e perdere questo aspetto del festival rischierebbe di comprometterne la natura. Senza contare che la saletta così piccola, con le casse a volume discretamente alto, facilita tutte quelle distorsioni, quei feed-back e quella sporcizia sonora che, per molte delle musiche eseguite, sono tutt’altro che una cornice, determinandone il colore ideale.

– i concerti del festival

In generale posso dire che tutti i concerti sono stati degni di essere ascoltati, che tutti i musicisti presenti hanno fatto del loro meglio e che non ci sono stati momenti noiosi o poco interessanti.
Le mie personali preferenze sono state dettate, più che dalla qualità dei set, dai miei personali amori verso certi stili musicali rispetto ad altri. Quindi, in ordine del tutto casuale, spendo qualche buona parola per l’ambient (più rumorosa di quanto mi aspettassi) di Fabio Orsi (molto più di una certezza per la musica elettronica italiana, prima o poi ne riparleremo), per il rituale esoterico dei Father Murphy (il momento più ambizioso del festival, e Dio solo sa quanto abbiamo bisogno di alzare l’asticella delle proposte musicali, con le loro percussioni, la tromba, la voce e l’archetto a ben miscelarsi con le tastiere nel tentativo di disegnare una cerimonia di grande fascino), le tastiere e le apparecchiature di Everest/Magma (in certi momenti una sorta di David Borden sotto MDMA, in altri più ascetico e dronante), gli Holiday Inn (tastiera, batteria elettronica e voce distorta) che, oltre agli inevitabili Suicide, mi hanno fatto pensare ai primi lavori, quelli più rockettari, di gruppi nostrani quali Tasaday o T.A.C., con una attitudine anni ’80 molto apprezzabile (peccato per il canto in inglese, sapete che non lo sopporto), l’incredibile energia di Passed con il suo (post?)industrial tutto noise e sofferenza.
Non posso poi non spendere due parole per l’ottima esibizione del padrone di casa, Mai Mai Mai, (la perizia con la quale si giostra tra apparecchi moderni e vecchi oggetti vintage ha dello stupefacente, ma la sua sensibilità musicale gli permette sempre di sviluppare traiettorie interessanti e avvolgenti), per gli Heroin in Tahiti (per ragioni di orario l’unico concerto che ho perso, ma le loro cose sono sempre molto affascinanti, ne riparleremo) e l’elettronica di Von Tesla (immaginate le cose meno cerebrali di Alva Noto portate ad un livello ulteriormente più fisico e coinvolgente).

Insomma, un’altra ottima edizione che (pare, forse, si mormora) potrebbe avere una appendice estiva all’aperto.

Un evento obbligatorio per tutti coloro che hanno amato le colonne sonore italiane dei ’60 e ’70, la parte più coraggiosa e sperimentale del progressive nostrano dei ’70, l’industrial e post-industrial che tante belle cose ha partorito in Italia, la tradizione contemporanea dei Berio e degli Scelsi, l’incredibile storia della library music di casa nostra… In sintesi: per tutti coloro che hanno saputo distillare l’eccellenza musicale italiana dal dopoguerra ad oggi.

il sito del Dal Verme
il sito del Thalassa festival
il sito di Boring Machines

p.s. Una nota a margine riguardante il merchandising venduto in concomitanza con l’evento. Premesso che capisco il senso di certe scelte (a volte ideologico, a volte meramente economico) devo sottolineare come, nell’arco delle tre serate, io abbia comprato 2 cd, ma ne avrei comprati altrettanti (e forse di più) se ce ne fossero stati in vendita. Invece quasi tutti i gruppi hanno portato LP o singoli in vinile. Va bene tutto, ma vorrei ricordare a chi vuol vivere di musica che esiste ancora moltissima gente che NON ha e NON vuole avere il giradischi ed invece possiede un lettore di CD. Ancora più incredibile, e a parere mio stigmatizzabile, la scelta di alcuni gruppi di vendere dei loro materiali in audiocassetta (!!!), un supporto musicalmente orrendo e che non mi sogno neanche lontanamente di comprare (un bel cd-r invece ? è vietato dalle tavole della legge del trendismo imperante ?). Fate le scelte che volete, ma poi non prendetevela con me se torno a casa a mani vuote.

GRONGE “Gli anni ’80”, 2015, Fonoarte

E dopo averli tanto citati in post del passato (anche molto recententemente😉 ) provo a parlarvi di uno dei gruppi italiani più importanti partoriti dalla scena (diciamo così, tanto per capirci) alternativa degli anni ’80, ’90 e oltre.
Il pretesto per fare questo è la recente uscita di questo doppio cd che raccoglie quanto prodotto dal gruppo nella prima parte della sua attività (la seconda metà degli ’80).

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I Gronge sono stati un gruppo complesso, articolato, impossibile da descrivere e sintetizzare, inafferrabile e sfuggente a qualsiasi definizione, e, già osservando il materiale contenuto in questo disco, ci rendiamo conto di quanto sia stato singolare il loro percorso.

Non a caso in questo doppio CD troviamo:

  • la prima omonima (e credo unica) cassetta dei Kapò koatti (prima inevitabilmente acerba incarnazione del gruppo, siamo nel 1983)
  • il loro primo demo “Classe differenziale” (che verrà pubblicato come EP in vinile solo nel 1988)
  • il loro primo album “Fase di rigetto” (1985)
  • lo split album “Gronge & Move” (metà disco per ognuno dei due gruppi, risale al 1987)
  • la loro partecipazione, 3 brani inediti, ad un progetto dedicato ai manicomi, “La nave dei folli” (1988)

Come potete notare non ci sono due supporti utilizzati allo stesso modo, perché la cifra stilistica (musicale, letteraria, iconografica…) dei Gronge è sempre stata quella di una enorme libertà mentale, con nessun interesse per le abitudini e le consuetudini, unita ad una consapevolezza rarissima nella musica italiana.
Analogamente nella strumentazione dei brani troviamo ovviamente basso, batteria e chitarra elettrica, ma anche tastiere, violino, sitar e, di volta in volta, strumenti non sempre scontati per il tipo di musica che facevano (in “Creme” c’è un utilizzo geniale della voce di una, credo, bambola parlante).
Già, perché voi vi starete ancora chiedendo cosa suonassero questi ragazzi. Diciamo che il gruppo è stato capace di declinare la forma-canzone in maniera originalissima, lontanissimi dalla consuetudine strofa/ritornello come da certi eccessi free. Sono sempre stati in grado di mantenere una musicalità, oserei dire una cantabilità, fatta non di melodie classiche, quanto di ritmi e note che viaggiano avanti e indietro, si accartocciano su se stesse, si fermano e ripartono per poi fermarsi ancora, in uno scenario che ad un primissimo sguardo può sembrare caotico, ma che facilmente svela una sua bellezza e originalità di primissimo livello, con un uso delicato della dissonanza spesso sorprendente.
Ad influenzarli ovviamente il post-punk e la new-wave a loro contemporanei, ma anche il jazz, la musica elettronica, l’universo canterburyano, la musica contemporanea… tanta carne al fuoco spesso splendidamente miscelata senza mai cadere nel difficile o nel famolo strano fine a sé stesso, ma sempre legata alla necessità di voler esprimere con precisione le proprie idee e la propria arte. Sempre rigorosamente utilizzando un punto di vista “dal basso” (citando Lou X) senza mai tagliare le proprie radici ben affondate in quel quadrante della periferia di Roma est che, con tutti i suoi limiti e le sue miserie, tanto ha dato allo spessore culturale di questa dannata città.

I testi. Scontato dire che non fossero mai banali, ma forse sarà più utile ricordarne la struttura spesso a cut up, l’utilizzo a volte di versi non letterari (regolamenti di condominio, indicazioni sull’utilizzo di insetticidi, scritte sui muri), sempre con una capacità di colpire al cuore l’ascoltatore che a volte ha del miracoloso. Hanno sempre avuto quest’odio per la retorica (qualunque retorica) e questa capacità di toccare temi enormi con una intelligenza acuminata e sottile.

Tra i tanti pezzi presenti in questa antologia (che raccoglie, val la pena ricordarlo, tutto quanto pubblicò il gruppo nel periodo selezionato) vi segnalo i brani che ho trovato più riusciti (ma il livello è sempre altissimo):

brani dalle strutture più, relativamente, canoniche (“La torre del silenzio” che mirabilmente unisce elettroniche e sax, i tamburi asfissianti e le grida del violino nell’ottima “Prigioniero politico“, la classica “Walter“, uno dei pezzi più amati del gruppo, dal basso ricchissimo di personalità) e brani dall’originalità addirittuta debordante (la frenetica “S.A.D.C. (Salvo Approvazione Della Casa)“, dalle molte facce e dai molti umori, “Graffiti (1985)” dal testo memorabile e dalle improvvise accelerazioni e decelerazioni, la marziale e straziante “Grido chimico“, le percussioni in libertà della esplosiva “Frutti finti“, le alternanze di tono e ritmo di “Dinosauri in farmacia“, il Weill arrugginito di “Radio“).

Tra i molti componenti del gruppo che si sono succeduti in questi dischi una parola speciale va per Tiziana Lo Conte, voce principale del gruppo, straordinario talento che, per quanto mi riguarda, è la vocalità più importante e interessante emersa qui in Italia negli anni di cui ci stiamo occupando, musicista dotata di una tecnica sopraffina messa al servizio di una capacità non comune di essere espressivi, non possiamo poi non citare almeno il basso nervoso e incisivo di Vincenzo Caruso, il ruolo del tutto originale delle tastiere di Alessandro Denni, le percussioni, la voce e l’incredibile energia di Marco Bedini.

Concludo segnalando il buon (a tratti ottimo) lavoro di rimasterizzazione (non era facile ottenere questa qualità partendo, come credo sia avvenuto, non dai nastri originali), il libretto che poteva invece essere fatto meglio (magari con maggiore presenza dell’iconografia originale, sempre splendidamente artigianale, con i testi meglio evidenziati e qualche dettaglio in più sulle varie formazioni del gruppo presenti nel doppio cd), ma globalmente questo è un lavoro molto ben fatto che rende onore ad un gruppo che meritava questa ripubblicazione e di tornare sotto la luce dei riflettori in questa sua prima indimenticabile incarnazione (attualmente ha cambiato forma, inevitabilmente, date le coordinate sulle quali si è sempre mosso, e l’ultimo disco è di pochi mesi fa, ma questa, come si dice, è un’altra storia).

Un imprescindibile pezzo di storia (che non finisce certo qui).

p.s. Chi volesse comprare il doppio cd può cliccare qua

GRAFFITI (insignificanti sincronie)

Questo è un post anomalo. Non saprei neanche dirvi di cosa parli esattamente.

Iniziamo dicendo che a partire dai primi anni ’80 (e in parte fino ad oggi) ho periodicamente realizzato dei lavori musicali. All’epoca li registravo su delle audiocassette (no ragazzi, a quei tempi non esistevano i masterizzatori).
Nulla che vi debba interessare, salvo il fatto che ultimamente sto riascoltando questi vecchi lavori avendo deciso di digitalizzare queste vetuste (e non sempre perfettamente invecchiate) cassette.
In particolare mi occuperò di una cassettina realizzata in un arco temporale tra il 1985 e il 1986 e intitolata “R.A.I. (Radio Annunci Importanti)“.

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Allora come oggi ho sempre subito il fascino dei testi che, attraverso collage più o meno arditi, fornivano all’ascoltatore percorsi di significato imprevisti e imprevedibili e in quegli anni, percorrendo spessissimo il tratto di via Prenestina che va (grosso modo) da Largo Preneste a Porta Maggiore con il tram (prima per andare al liceo, poi per andare all’università, poi per andare a lavorare), rimasi colpito dalle scritte sui muri che ornavano questa antica via romana.
Decisi così di fare un pezzo che, su una base elettronica, utilizzasse queste frasi (e a volte frammenti di frasi, mai finite o parzialmente cancellate).  Lo intitolai “Isolation intellectuel” selezionando una di queste scritte tra le tante (trascritta esattamente come si presentava sul muro).

Tutto questo, di per sé, non dovrebbe suscitare il vostro interesse.

Qualche anno dopo mi innamorai della musica dei Gronge, gruppo spesso citato su queste pagine e che presto (spero) verrà meritatamente narrato in maniera un po’ più seria, e fu con una certa sorpresa che, nel 1988, ascoltando la ristampa in vinile del loro demo di esordio, “Classe differenziale“, risalente al 1985, disco che fino a quel momento non mi era mai passato tra le mani, notai come il brano “Graffiti” utilizzasse come testo (lo si intuisce anche dal titolo) una serie di scritte sui muri.

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Voi penserete, giustamente: va bene, avete avuto una idea simile, ma chissà quanti altri avranno fatto qualcosa di analogo.
La cosa interessante però è che, sia io, sia i Gronge, sostanzialmente negli stessi mesi, abbiamo fatto due pezzi che utilizzavano le stesse identiche scritte presenti sulla via Prenestina.
Quindi non solo la struttura del testo era simile, ma lo spunto, l’idea iniziale, è nata per entrambi dalle stesse scritte osservate probabilmente dagli stessi tram (il 13, il 12, il 14, il 19…).

Naturalmente non c’è paragone tra la grande capacità di Tiziana Lo Conte di interpretare questi versi sui generis rispetto alla mia. Tra l’altro io pronunciavo, chissà perché, la scritta che dava il titolo al mio pezzo in maniera anglofona (aisolescion intellectuel), mentre lei, immagino più correttamente, la declinava al francese (isolaziòn intellectuel).

Tutto questo riemerge ora, dopo 30 anni, perché, sempre in maniera del tutto casuale, da un lato io ho digitalizzato manualmente i miei lavori e dall’altro, sempre in questo sorprendente 2015, è stato pubblicato un doppio cd antologico dei Gronge intitolato “Gli anni ’80” nel quale finalmente ricompare anche il loro pezzo e, in pratica, mi è capitato di (ri)ascoltarli a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro dopo un’eternità (no, non uso il giradischi per tante buone ragioni, e lo sapete).

Io non so esattamente cosa significhino queste sincronie (negli stessi mesi le stesse suggestioni e, dopo 30 anni, le stesse riemersioni), e forse non significano nulla (anche se in questa fase della mia vita sono abbastanza colpito da questo tipo di eventi, come se dietro ci possa sempre essere qualcosa di più di quello che sembra).

L’unica riflessione che mi viene da fare è che, forse, negli anni ’80 il ruolo delle scritte sui muri delle città era assai più importante di quanto sia oggi.
Forse le scritte duravano di più e si sedimentavano negli sguardi dei passanti,
forse erano più significative, cercavano di esprimere qualcosa (molto più della deriva narcisistica che caratterizza i giorni nostri, con questi stramaledetti tagger che riempiono le strade delle loro vuote firme),
forse erano anni in cui si guardava, letteralmente, di più quello che c’era intorno a noi invece di fissare un piccolo schermo tenuto tra le mani…
fatto sta che è successa ‘sta cosa qua e io ve la racconto.

Sperando di non avervi fatto perdere troppo tempo.

TIC TAC BIANCONIGLIO “Il volto di Lewis”, 2015, Goodfellas

Iniziamo l’anno guardando avanti.
Tra i materiali che mi sono passati nelle mani recentemente, mi ha colpito l’esordio sulla lunga distanza dei Tic Tac Bianconiglio (un giorno apriremo una parentesi sui nomi improbabili che si danno gruppi e solisti negli ultimi anni).
Dal loro primo album, “Il volto di Lewis“, è stato anche realizzato un video (proprio della canzone che da il titolo al disco) dalle atmosfere disturbate e angosciose che ben si sposano con la musica del gruppo (post punk ad alto tasso di distorsione sul quale si appoggia il recitarcantando coinvolgente di Cristina Tirella, metà del gruppo insieme ad Armando Greco).

Per cui godetevi questo bel video e magari andatevi a sentire il disco (aggiungo al volo il mio personale apprezzamento per “Petali di piombo“).

p.s. cliccate qui per andare sul loro sito