FRANCO BATTIATO “Anthology – Le nostre anime (deluxe edition)”, 2015, Universal

Una antologia, normalmente, non dovrebbe essere argomento di una critica o di un post, a maggior ragione visto che ne escono in continuazione (tutte uguali, tutte ugualmente inutili). Ma in questo caso facciamo una eccezione: vuoi perché a selezionare i brani è stato l’autore delle canzoni qui raccolte (e non qualche funzionario incompetente), vuoi perché molti di questi brani sono stati remixati o risuonati.
Cercheremo di capire esattamente cosa sia stato fatto e quale siano state le direttrici seguite da Battiato nel preparare questo cofanettone (prenderemo in considerazione la versione deluxe, caratterizzata da ben 6 cd). Non ci occuperemo invece, se non marginalmente, della sezione video (i dvd dei 3 film di Battiato più uno con una antologia della trasmissione, sempre di Battiato, “Bitte, keine reclame“).

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– gli inediti

Ciliegina sulla torta di questo mastodontico box sono alcuni inediti, sui quali non c’è molto da dire. “Le nostre anime” e “Lo spirito degli abissi” sono due canzoni che ben esemplificano il Battiato dell’ultimo periodo. Forse non due capolavori, ma certo due canzoni dignitosissime musicalmente con testi che, testardamente, proseguono nella recente insistenza di Battiato su tematiche legate alla reincarnazione. “Se telefonando” è una cover di lusso, molto ben arrangiata e discretamente cantata dal nostro (sui suoi limiti vocali attuali, anche in studio, torneremo più avanti). Infine abbiamo anche un duetto con Mika per una versione in inglese di “Centro di gravità permanente“, ora ribattezzata “Center of gravity” in cui Battiato fa poco e gli altri si danno da fare per volgarizzare una canzone che forse non era necessario trattare così.

– i nuovi missaggi

Degli inediti si è già molto parlato in sede di recensioni e sui social network. Proviamo invece ad occuparci dei molti brani soggetti o a nuovi missaggi (indicati sul cofanetto con la scritta “mix 2015” o “edit 2015“) o a versioni del tutto nuove (indicate come “new version 2015“, ma vedremo che questa scritta non indicherà sempre un totale rifacimento del brano).

Quando ho letto che molti brani sarebbero stati remixati (partendo dai nastri con le registrazioni delle singole piste, in maniera tale da poter rivedere del tutto gli equilibri tra gli strumenti) sono stato molto incuriosito dalla cosa, pur essendo eticamente contrario a questo tipo di interventi (ne parlai già in questo post dedicato al Banco del Mutuo Soccorso). Mi aspettavo una migliore grana sonora e un’interessante revisione del bilanciamento tra le varie componenti sonore delle canzoni, e, in effetti, in qualche caso questo tipo di operazione è stata fatta (ad esempio le tastiere più avanzate rispetto all’originale ne “Le aquile“), ma le coordinate seguite da Battiato sono state fondamentalmente altre.
L’impressione è che la volontà sia stata duplice: adeguare le canzoni agli arrangiamenti più recenti realizzati nei concerti da Battiato stesso e accorciarne la durata (una cosa ovviamente non esclude l’altra, anzi, Battiato dal vivo molto spesso esegue versioni decisamente rapide delle sue canzoni).

Partiamo dalla durata.

Non so se sapete cosa sia un radio-edit. Si tratta di una versione di un brano “pensata” (e qui il verbo pensare è usato decisamente a sproposito) per essere trasmessa nelle radio e, generalmente, portata sotto i 3 minuti e mezzo attraverso tagli di piccole sezioni, eliminazione di qualche ripetizione e tutti i trucchetti che si possono fare attraverso l’audio-editing.
L’impressione è che in moltissimi casi Battiato abbia sfruttato questi nuovi missaggi proprio per accorciare i brani rendendoli più radiofonici.

E’ il caso di “Stranizza d’amuri (edit 2015)” dove il brano scende dai 5’13” originali a un misero 3’28”, perdendo in spazio e respiro e (lo sottolineiamo) avvicinandosi alle versioni dal vivo. Trattamento non dissimile per “L’era del cinghiale bianco” che passa dai 4’16” del ’79 ai soli 3’20” del mix 2015, a pagarne le spese soprattutto la coda finale (che in originale sfumava, mentre qui si simula il finale più tipico dei concerti dal vivo).

Anche per i brani di “Patriots” la regola aurea è quella di accorciare: “Up patriots to arms (mix 2015)” perde tutta l’introduzione (ci può stare) e si accorcia di oltre 40 secondi, “Le aquile (mix 2015)” e “Prospettiva Nevski (mix 2015)” perdono entrambe parte della coda finale. In questo modo scompaiono parte dei vocalizzi di Battiato e, in “Prospettiva…“, anche alcune splendide note di pianoforte.

Stessa sorte per i brani tratti da “La voce del padrone” (tutti mix 2015).
Perdono parte della coda strumentale (“Summer on a solitary beach“, “Bandiera bianca“, “Gli uccelli“, “Centro di gravità permanente“, “Sentimiento nuevo“) o gli viene mutilata l’introduzione (“Segnali di vita“). Particolarmente penalizzate, vengono accorciate di oltre 40 secondi, “Bandiera bianca” (una vergogna) e “Gli uccelli” (una grande vergogna, con la sostanziale scomparsa dell’assolo finale di sintetizzatore, sepolto dagli archi, sorte non dissimile da quella dell’assolo in coda a “Sentimiento nuevo“).

Apro una parentesi: sono molteplici gli assoli strumentali che Battiato decide di far affogare sotto gli altri strumenti: oltre ai casi già citati vanno aggiunti perlomeno la chitarra di Alberto Radius in “Prospettiva Nevski” e quella di Ricky Belloni nel finale di “Nomadi“, tutte scelte perfettamente allineate con le versioni dal vivo degli ultimi lustri.

Ma torniamo ai tagli e ritagli: sparisce un pezzettino della coda di “Voglio vederti danzare (mix 2015)” (ma perché ?), ancora peggio per “Chan-son egocentrique (edit 2015)” alla quale, nella parte finale, tolgono alcune ripetizioni, cantate da Alice, della frase “chan-son egocentrique, self-centered song” e ne mozzano la coda di una decina di secondi. Sorte simile per “Caffè de la paix (mix edit 2015)“: la accorciano di un minuto, ma qui a pagare, in particolare, sono la sezione (molto bella, a dire il vero) dominata dagli archi nell’introduzione strumentale del pezzo e la parte in cui, nell’originale, c’era un coro a cantare il ritornello (del tutto tagliato). Però in questo modo anche questo pezzo arriva a durare circa tre minuti e mezzo (e quindi l’obiettivo viene raggiunto).

Per quello che invece riguarda i suoni sottolineiamo come, nei brani de “La voce del padrone” ci sia, un po’ in tutte le canzoni, una migliore messa a fuoco delle varie componenti, uno scenario sonoro più limpido e anche tante altre modifiche di varia natura e interessanti: gli archi più avanzati e le voci di Battiato meglio distinte di “Summer on a solitary beach“, le tastiere e le chitarre più presenti in “Bandiera bianca“, il violino di Giusto Pio molto più chiaro ne “Gli uccelli“, ancora gli archi più avanti in “Centro di gravità permanente“, e tante altre microvariazioni che sicuramente mi saranno sfuggite. In “Nomadi (mix 2015)” mi sembra che le controvoci di Battiato siano più presenti, con un interessante effetto di moltiplicazione della voce del nostro (ma magari sono io che ricordo male la versione originale). Discorso diverso per “Strani giorni (mix 2015)” e “La cura (mix 2015)“, entrambe non sono state mutilate e ci si è limitati a lavorare sui suoni (in maniera non particolarmente percepibile per quanto mi riguarda, in ogni caso senza cancellare gli assoli di chitarra elettrica), tutto sommato meglio così, mentre nel quinto CD ascoltiamo una “Sui giardini della preesistenza (mix 2015)” che non viene accorciata e della quale pure ci sfuggono gli aspetti innovativi (anche il bilanciamento degli strumenti sembra lo stesso).

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– le nuove versioni

Discorsi tutto sommato simili anche per le cosiddette nuove versioni.
Partiamo però da un caso particolarissimo, e apparentemente schizofrenico: i due brani estratti da “Orizzonti perduti“.
La stagione dell’amore (new version 2015)” è in realtà la versione originale, dalla quale (oltre a togliere un pezzetto di coda, non sia mai), viene tolta la voce originale per permettere a Battiato di ricantarla. Scelta del tutto incomprensibile.
Intanto perché Battiato oggi canta peggio di ieri, e poi perché il cantato originale era del tutto all’altezza. Verrebbe il dubbio che al Battiato di oggi non piaccia più il modo in cui fu registrata la sua voce all’epoca, però a smentire questa ipotesi ci pensa “Un’altra vita (mix 2015)“. In questo caso Battiato opera secondo logiche esattamente contrarie a quelle della canzone precedente. Sceglie come base la più recente incisione (presente in “Inneres auge“), ma ci monta sopra (almeno così mi è sembrato) il cantato della versione originale.
Prima sembra non apprezzare la voce in “Orizzonti perduti“, e subito dopo sembra preferirla.
Boh. Due scelte di cui mi sfugge la logica.

La nuova versione de “L’animale” (sicuramente ricantata, non sono sicurissimo sia stata anche risuonata) è uno dei punti più bassi incontrati finora. Cantata in maniera discutibile (e tutt’altro che eccellente) non vale la metà della versione originale. Se proprio la prima versione non andava bene, potevano recuperarne una dal vivo di quando Battiato sapeva ancora cantare, sarebbe stato assai meglio. “Giubbe rosse (new version 2015)” ha subito un trattamento abbastanza originale (ma sempre nella solita ottica di guadagnare una quarantina di secondi). Il cantato è quello originale (fortunatamente), la canzone invece è stata parzialmente risuonata perché hanno deciso di accorciare i tanti piccoli ponti strumentali tra le varie strofe cantate (soprattutto nella prima metà).
Nell’originale avevano un certo respiro, oggi, togliendo 4 secondi qui, 5 secondi là, l’hanno molto velocizzata. Probabilmente sono partiti con l’idea di un radio-edit, ma, per la struttura musicale del pezzo originale, si saranno presto resi conto che era impossibile farlo, sono allora intervenuti risuonando alcune sezioni.
Un gioco di prestigio abbastanza vacuo.

Lode all’inviolato (new version 2015)” segue gli arrangiamenti tipici dei tour dal vivo (niente batteria elettronica e durata accorciata), ma l’utilizzo della voce attuale di Battiato non la rende per niente piacevole (altra scelta masochistica). “Haiku (new version 2015)” paga anch’essa la voce attuale di Battiato, e, visto che la durata è sostanzialmente la stessa della versione originale, non si capisce perché non abbiano utilizzato la versione storica.
Più sensata la “Stati di gioia (new version 2015)“. E’ vero che la accorcia di un minuto (ancora!), ma, togliendo la ritmica e modificando la coda con una interessante parte per pianoforte, la rende sufficientemente diversa dall’originale da giustificare questa scelta.
Io chi sono ? (new version 2015)” paga la solita voce fiacca, ma trova il suo senso soprattutto in una quindicina di secondi di accorciamento (forse è eseguita un po’ più velocemente), e in una asciuttezza che, tour dopo tour, evidentemente Battiato preferisce alla ricchezza degli ornamenti inseriti nella versione in studio.

Come vedete ben poche di queste nuove versioni sembrano preferibili (o almeno qualitativamente equivalenti) a quelle originali, e rimangono molte perplessità sulla decisione di sostituirle ai brani originali, salvo seguire le direttive citate in precedenza (delle quali comunque ci sfuggono senso e ragione).

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– la selezione dei brani

Proviamo ora a ragionare su cosa Battiato ha incluso, e cosa omesso, realizzando questa ampia selezione del suo catalogo.
Premessa ovvia è che chiunque volesse fare una raccolta di questo tipo la farebbe diversa da quella di un altro, ognuno di noi troverà presenze e assenze incomprensibili in questa come in qualunque altra selezione. Ciò nonostante qualche riflessione, a nostro parere, ci sembra si possa fare.

Intanto, soprattutto per quello che riguarda la selezione dei dischi che vanno da “L’era del cinghiale bianco” fino a “Gommalacca“, mi sembra di poter dire che Battiato chiarisca definitivamente perché nei concerti non suonasse MAI certi pezzi (“Tramonto occidentale“, “Risveglio di primavera“, “Radio Varsavia“… l’elenco sarebbe lunghissimo): a Battiato questi pezzi non piacciono, fatevene una ragione. Perché dopo non averli eseguiti per anni li ha anche esclusi da questa antologia.
Chi ha una idea chiara di cosa Battiato ha suonato nei tour degli ultimi 15 anni troverà una sostanziale corrispondenza tra l’insieme delle scalette eseguite live e i brani presenti in questa antologia, che tradotto significa: “suono abitualmente dal vivo i brani che trovo più riusciti o più amati, e quelli ho inserito in questa raccolta“.

Diverso il discorso per i dischi più recenti che, con l’eccezione de “La voce del padrone” (presente al completo) e “Come un cammello in una grondaia” (ben 6 tracce), sembrano godere di una visibilità maggiore (probabilmente essendo gli ultimi sono anche quelli più vicini alla sensibilità musicale e poetica del Battiato attuale).
Certo è che fa impressione vedere la presenza di 6 brani provenienti da “Il vuoto” contro uno solo da “L’arca di Noè“, così come sembrano tanti i 4 di “Apriti sesamo” confrontati con i due di “Orizzonti perduti” o i 3 di un capolavoro assoluto quale “L’era del cinghiale bianco“. Finisce nel dimenticatoio anche il mio amatissimo “L’ombrello e la macchina da cucire” (un solo brano), ma fa sensazione che anche due successi come “L’imboscata” e “Gommalacca” siano ridotti a sole, rispettivamente, 2 e 3 canzoni (allo stesso livello di “Ferro battuto“, disco decisamente più sottotono).

Discorso speciale meritano i dischi di covers. La scelta di condensare in un solo cd (il quarto) tutta l’attività del Battiato interprete ha fatto si che i 3 “fleurs” siano stati decisamente sovrarappresentati per l’importanza che hanno avuto nel percorso artistico di Battiato.
E’ difficile spiegare la presenza di 6 tracce da “Fleurs” (scartando gli ottimi inediti presenti !) e “Fleurs 2” così come le 5 per “Fleurs 3” (anche qui senza recuperare gli inediti), specie confrontando questi numeri con quelli dei dischi anni ’80 di Battiato (i 3 miseri brani da “Patriots” ma anche i 4 dell’eccellente “Fisiognomica“). E’ una delle tante scelte discutibili di questa selezione, e forse una delle più oggettivamente sbagliate.

Interessante invece l’idea di mischiare in una unica suite alcuni dei brani del periodo Bla…Bla…
Cuciti insieme fanno una loro discreta figura (al netto dei gusti personali) e ben risolvono il problema di come inserire in uno spazio limitato brani così importanti, ma anche così lunghi.

Anche il sesto cd, quello dedicato al repertorio classico, lascia diverso amaro in bocca.

Dedicare un unico disco a questo materiale pretendeva una scelta attenta e delicata, invece si è scelto di occuparne buona parte con la “Messa arcaica” (presente nella sua assoluta integrità), uno dei pochi lavori di questo genere già naturalmente diviso in sezioni autonome di media grandezza che, paradossalmente, ben si prestavano ad essere estratte e decontestualizzate. Se a questo aggiungete anche lo spazio inspiegabilmente dedicato a ben 3 dei 4 lieder cantati da Battiato in “Come un cammello in una grondaia“, ecco inevitabilmente, che di minuti per le quattro opere liriche ne siano rimasti davvero pochini.

E quindi troviamo solo 3 frammentini estratti da “Genesi” (e scelti secondo me in maniera sciagurata… in particolare il “Sen peigamberler” molto meglio si prestava ai frammenti scelti di “Introduzione” o a quello di “Finale“), 2 per il “Gilgamesh” (questi forse più assennati anche se gridano vendetta la mancanza dell’ “Exultet” e del “Solo“, i due brani più celebri dell’opera), 3 dal “Telesio” e solo uno dall’inedito “Il cavaliere dell’intelletto” (ma quale occasione migliore per riportarne alla luce qualcuno dei temi che lo caratterizzavano ?).
Sorprende moltissimo la mancanza del famigerato “L’Egitto prima delle sabbie“, brano che Battiato magnifica ogni volta che può e che non trova alcuno spazio in questa antologia, così come la totale assenza di estratti da “Campi magnetici“.

– conclusioni e suggerimenti

Con l’esclusione degli inediti il giudizio su questa (costosa) antologia è pesantemente negativo: la scelta dei brani, le nuove versioni e i nuovi missaggi… tutte le scelte si sono rivelato ai miei occhi sbagliate o dannose.

Qualcuno potrebbe dire che è facile criticare e che tutto sommato non si poteva fare meglio. Di seguito perciò riporto qualche suggerimento che (se me l’avessero chiesto per tempo) avrei dato volentieri:

1) si poteva (e secondo me si doveva) fare (almeno) un cd di inediti e rarità: brani mai pubblicati in CD, b-sides semidimenticate, demo e tracce alternative (a cercarle se ne trovano sicuramente)

2) al posto di questi nuovi missaggi o queste nuove versioni si potevano cercare delle registrazioni dei concerti degli ultimi 15 anni (sicuramente ce ne sono molte conservate dal gruppo di lavoro di Battiato) selezionando esecuzioni particolarmente riuscite (e ben cantate) da inserire al posto di versioni originali (eventualmente) ritenute non all’altezza

3) se proprio si volevano ripubblicare tutti e 3 i film di Battiato per l’occasione li si poteva far uscire in inediti blu-ray, un formato migliore del dvd, evitando così a quelli come me di riacquistare esattamente il medesimo oggetto

4) “Bitte, keine réclame” meritava decisamente una riproposizione integrale

5) esistono anche videoregistrazioni mai pubblicate di concerti di Battiato (dal progetto “Diwan” al famoso concerto a Segesta del 2004) che con l’occasione si potevano recuperare

Ma magari tutti questi materiali saranno oggetto di un prossimo boxone😉

Attendiamo fiduciosi il prossimo Natale.

BJORK “Hidden place”, 2001, One Little Indian

Torno a pubblicare un video di Björk, forse l’artista che, a mio gusto personale, ha con miglior frequenza spesso realizzato video belli ed originali.
Questo “Hidden place“, estratto da “Vespertine“, realizza molto bene una idea semplice semplice, originale e che ben si sposa con il brano (dalle tastiere ripetitive mooooolto intriganti).

Lei poi è sempre bellissima…

 

IOSONOUNCANE “La macarena su Roma”, 2010, Trovarobato

In questo inizio di millennio sono comparsi, in ambito (diciamo così) indipendente una marea di nuovi cantautori. In parte per sopperire all’impossibilità di reperire i fondi per registrazioni più complesse (lavorando da soli si abbattono i costi e le incisioni casalinghe meglio si prestano per questa tipologia di musicisti), in parte perché si è affacciata nel mondo della musica una nuova generazione, sufficientemente lontana dai vecchi e (ormai) storici cantautori da non soffrire il confronto con modelli ormai assurti a vere e proprie icone, capace di rinnovare le modalità con le quali l’approccio cantautorale si manifesta.

Per quello che mi riguarda, e per quello che ho sentito, il difetto principale di questi artisti sta in una esagerata ombelicalità nei testi cantati (poco coraggio nel raccontare il mondo e troppa attitudine verso piccole storie fatte di quotidianità, a mio parere, di nessun interesse) e in una mancanza di coraggio nel tentare di alzare genericamente il tiro delle proprie opere (da questo punto di vista mi ricordano tanti registi italiani post-morettiani autori di decine di film straordinariamente inutili nel raccontare storie, personaggi e stati d’animo talmente piccoli da apparire infimi).

Tutto questo cappello introduttivo per (invece) segnalarvi questo lavoro di Iosonouncane (pseudonimo scelto da Jacopo Incani senza troppa fantasia, in questi ultimi anni di autonominati cani, nel sottobosco della musica italiana, se ne sono visti parecchi), che credo sia il suo esordio, album che spicca per personalità e coraggio.

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Musicalmente abbiamo una attitudine low-fi sfruttata in maniera molto intelligente, con un largo uso di un elettronica povera, sempre spinta verso distorsioni e insistenze, priva di delicatezza ma molto calda e coinvolgente (ma c’è ancora qualcuno che pensa che i suoni elettronici siano freddi ?).
I brani si caratterizzano per una lunghezza straordinariamente variabile e per una sostanziale indifferenza verso il modulo strofa/ritornello soppiantata da uno streaming attraverso il quale musica e testi piombano addosso all’ascoltatore mettendolo al muro con una energia che (fortunatamente) nulla ha a che vedere con l’idea canonica di cantautorato.
I testi ben si adattano a queste musiche: ironici, caustici, a volte cinici, visionari, costruiti più per accumulazione di senso che per narrazione orizzontale, non si nascondono dietre le tendine della propria cameretta, ma escono all’esterno per provare ad esprimere pezzetti del mondo che attraversiamo tutti i giorni.
L’apertura con “Summer on a spiaggia affollata”😉 è perfettamente paradigmatica dei pregi di tutto il disco: frase di chitarra, effetti elettronici, cantato compresso e il tutto reso ammaliante da una circolarità ipnotica (con una deliziosa coda psichedelica).
Tra i brani che seguono segnalo il ritratto della pancia del paese in “Il boogie dei piedi“, tutto giocato su sovraincisioni delle voci ricche di fantasia, la (almeno inizialmente) ballata “Il corpo del reato“, testo logorroico dedicato alle miserie della provincia italiana e la musica che sa incattivirsi con delicate rasoiate di organo e una ritmica elettronica capace di sottolineare ottimamente il testo e il modo in cui viene cantato, l’electro-tribalismo di “Grandi magazzini pianura” con un testo ai limiti della (benedetta) invettiva, gli angoscianti ritratti di “Torino pausa pranzo“, con elettronica ripetitiva a sostenere voce e percussioni, e di “Il sesto stato“, più aerea ma non meno coinvolgente, l’elettronica alla Boards of Canada de “Il ciccione“, dall’intrigante testo metaforico, e poi il capolavoro del disco, “La macarena su Roma“, brano monstre, abbondantemente oltre i 9 minuti, cronaca spietata delle ossessioni piccolo borghesi, su una musica circolare e stratificata, con una ritmica angosciante e campionamenti televisivi assortiti.

Oltre i brani citati vanno segnalati anche alcuni siparietti strumentali e l’interessante teatro radiofonico de “I superstiti“.

Queste sono davvero 12 ottime tracce, di quelle che ci danno ancora speranza per il futuro della canzone italiana (e tutti parlano benissimo del suo secondo lavoro, magari dopo averlo ascoltato torneremo su questo autore).

Il nuovo (millennio) che avanza.

THALASSA Festival IV, Roma, 2016

Ho avuto il piacere di seguire tutte e tre le serate che hanno composto la quarta edizione dell’ormai celebrato festival Thalassa (normalmente dedicato alla “italian occult psychedelia“, ma quest’anno incentrato particolarmente intorno all’etichetta veneta Boring Machines).
Di seguito qualche osservazione/annotazione riguardante i 12 concerti svoltisi nelle tre serate, ospitati, come di consueto, dagli spazi angusti del Dal Verme.

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– l’importanza del festival

La prima riflessione che mi viene da fare riguarda l’importanza dell’esistenza di un festival simile. Mettere sotto un unico cappello (pure fosse del tutto pretestuoso) musiche così particolari (e spesso anche così distanti) significa, di fatto, costruire una lente d’ingrandimento verso artisti che si fatica a legare alla normale musica da concerti (pur se in locali, diocomeodioquestaparola, alternativi).
Musiche sostanzialmente distanti dal pop, dal rock, dal jazz, dal reggae, dal folk e da tutti quei (per altro rispettabilissimi) generi che fanno la fortuna di tanti locali, piccoli e grandi, disseminati lungo la nostra penisola.
Calcolate che lo strumento che più si è visto sulle pedane sono state delle misteriosissime scatolette ricche di ingressi, uscite e potenziometri, ne saranno passate sul palco almeno una cinquantina…

Qui si punta l’attenzione verso musiche, ne parleremo più avanti, più libere e indeterminate (i fratelli Cappelli parlerebbero di “elettronica incolta” e, forse, potrebbe essere la macro-definizione più pertinente) e il solo fatto di mettere vicino tanti artisti fa si che ognuno, invece di splendere solo di luce propria, illumini il lavoro degli altri artisti e possa godere di una visibilità e una attenzione che difficilmente si potrebbero avere attraverso un concerto al singolare o un evento più normale.
La semplice esistenza del festival si trasforma in un moltiplicatore di attenzione verso queste musiche non solo da parte dei mass-media o dei social network, ma anche, più banalmente, da parte dei presenti ai concerti e dei semplici passanti al Dal Verme che, dato il sold-out di tutte e tre le serate, si sono limitati a transitare presso il locale senza accedere alla sala dei concerti pur tuttavia respirando l’aria dell’evento e rimanendone incuriositi.

– l’organizzazione del festival

Ho davvero molto apprezzato lo sforzo degli organizzatori nella gestione dei concerti, dei continui cambi palco (un applauso infinito, in particolare, a credo-si-chiamasse-Claudia che si è prodigata con una intensità incredibile nel gestire queste situazioni), nella puntualità dei concerti (a Roma tutt’altro che scontata), nel garantire, per quanto possibile, una situazione confortevole per tutti.
Dispiace per i problemi avuti con i vigili urbani e i vicini, in tutta onestà un tantino iper-sensibili e prevenuti verso una situazione che, pur avendo richiamato molte persone e nonostante l’altissimo volume dei concerti, è stata gestita al meglio per non creare particolari problemi a chi vive nelle vicinanze del concerto

– la sala per i concerti del festival

Molti si sono lamentati per l’esiguità del pubblico che ha potuto seguire i concerti (80 persone a serata). E’ evidente che per l’importanza e l’eco dell’evento, la sala del Dal Verme (non molto più grande della sala di casa mia…) è risultata ampiamente insufficiente.
La scelta degli organizzatori di non crescere, rimanendo ancorati al locale dove tutto è iniziato, è però secondo me corretta. Spostarsi, andare altrove, se avrebbe probabilmente aumentato il numero degli spettatori (così come le problematiche di un’organizzazione da svolgersi fuori casa, e quindi i costi) dall’altro avrebbe rischiato di eliminare tutti quegli aspetti costitutivi del festival che ne determinano l’anima.
La piccola sala, dove chi suona ha gli spettatori a pochi centimetri, dove tutti si è a contatto con tutti, dove è facilissimo familiarizzare… tutto questo rende l’atmosfera dei concerti del tutto peculiare, e perdere questo aspetto del festival rischierebbe di comprometterne la natura. Senza contare che la saletta così piccola, con le casse a volume discretamente alto, facilita tutte quelle distorsioni, quei feed-back e quella sporcizia sonora che, per molte delle musiche eseguite, sono tutt’altro che una cornice, determinandone il colore ideale.

– i concerti del festival

In generale posso dire che tutti i concerti sono stati degni di essere ascoltati, che tutti i musicisti presenti hanno fatto del loro meglio e che non ci sono stati momenti noiosi o poco interessanti.
Le mie personali preferenze sono state dettate, più che dalla qualità dei set, dai miei personali amori verso certi stili musicali rispetto ad altri. Quindi, in ordine del tutto casuale, spendo qualche buona parola per l’ambient (più rumorosa di quanto mi aspettassi) di Fabio Orsi (molto più di una certezza per la musica elettronica italiana, prima o poi ne riparleremo), per il rituale esoterico dei Father Murphy (il momento più ambizioso del festival, e Dio solo sa quanto abbiamo bisogno di alzare l’asticella delle proposte musicali, con le loro percussioni, la tromba, la voce e l’archetto a ben miscelarsi con le tastiere nel tentativo di disegnare una cerimonia di grande fascino), le tastiere e le apparecchiature di Everest/Magma (in certi momenti una sorta di David Borden sotto MDMA, in altri più ascetico e dronante), gli Holiday Inn (tastiera, batteria elettronica e voce distorta) che, oltre agli inevitabili Suicide, mi hanno fatto pensare ai primi lavori, quelli più rockettari, di gruppi nostrani quali Tasaday o T.A.C., con una attitudine anni ’80 molto apprezzabile (peccato per il canto in inglese, sapete che non lo sopporto), l’incredibile energia di Passed con il suo (post?)industrial tutto noise e sofferenza.
Non posso poi non spendere due parole per l’ottima esibizione del padrone di casa, Mai Mai Mai, (la perizia con la quale si giostra tra apparecchi moderni e vecchi oggetti vintage ha dello stupefacente, ma la sua sensibilità musicale gli permette sempre di sviluppare traiettorie interessanti e avvolgenti), per gli Heroin in Tahiti (per ragioni di orario l’unico concerto che ho perso, ma le loro cose sono sempre molto affascinanti, ne riparleremo) e l’elettronica di Von Tesla (immaginate le cose meno cerebrali di Alva Noto portate ad un livello ulteriormente più fisico e coinvolgente).

Insomma, un’altra ottima edizione che (pare, forse, si mormora) potrebbe avere una appendice estiva all’aperto.

Un evento obbligatorio per tutti coloro che hanno amato le colonne sonore italiane dei ’60 e ’70, la parte più coraggiosa e sperimentale del progressive nostrano dei ’70, l’industrial e post-industrial che tante belle cose ha partorito in Italia, la tradizione contemporanea dei Berio e degli Scelsi, l’incredibile storia della library music di casa nostra… In sintesi: per tutti coloro che hanno saputo distillare l’eccellenza musicale italiana dal dopoguerra ad oggi.

il sito del Dal Verme
il sito del Thalassa festival
il sito di Boring Machines

p.s. Una nota a margine riguardante il merchandising venduto in concomitanza con l’evento. Premesso che capisco il senso di certe scelte (a volte ideologico, a volte meramente economico) devo sottolineare come, nell’arco delle tre serate, io abbia comprato 2 cd, ma ne avrei comprati altrettanti (e forse di più) se ce ne fossero stati in vendita. Invece quasi tutti i gruppi hanno portato LP o singoli in vinile. Va bene tutto, ma vorrei ricordare a chi vuol vivere di musica che esiste ancora moltissima gente che NON ha e NON vuole avere il giradischi ed invece possiede un lettore di CD. Ancora più incredibile, e a parere mio stigmatizzabile, la scelta di alcuni gruppi di vendere dei loro materiali in audiocassetta (!!!), un supporto musicalmente orrendo e che non mi sogno neanche lontanamente di comprare (un bel cd-r invece ? è vietato dalle tavole della legge del trendismo imperante ?). Fate le scelte che volete, ma poi non prendetevela con me se torno a casa a mani vuote.