ZU “Conflict acceleration”, 2015, Ipecac Recordings

Torniamo a Roma per questo video dei grandi Zu appena sfornato, ancora bello caldo.
Il loro jazz-core non è propriamente nelle mie corde, ma la stima per il gruppo è sempre alta.

Questo video mi ha colpito perché parte da una idea abbastanza semplice per ottenere dei risultati che a me convincono moltissimo. Un plauso quindi alla regista Sara D’Uva per queste atmosfere che mi fanno pensare a certe cose degli Autechre (non che questi ultimi abbiano molto in comune con gli Zu, ma che ci volete fare, i pensieri associativi sono quello che sono)

Se questa musica vi intriga provate ad assaggiare il nuovo album “Cortar todo” del quale si dice un gran bene.

Cantare in inglese ?

Negli ultimi tempi mi è capitato spesso, nell’intento di documentarmi su quanto di buono si muove nel sottobosco del rock/pop italiano, di ascoltare delle antologie (gratuitamente scaricabili) variamente concepite ma tutte caratterizzate dalla presenza di molti gruppi e solisti generalmente a me sconosciuti o conosciuti solo di fama.
Mi ha sorpreso il fatto che molti di questi ragazzi abbiano scelto di cantare (e scrivere) in inglese i testi delle loro canzoni, una scelta che non ho mai compreso.
Quelli vecchi come me ricorderanno che nei primi anni ’80, di fronte ad una scena new-wave italiana che spessissimo utilizzava l’inglese, fu abbastanza intensa la polemica tra chi era pro e chi era contro questa scelta. Ovviamente ognuno ha continuato a fare come credeva, ma, in linea di massima, si impose la linea che prediligeva l’italiano (Litfiba, Diaframma, CCCP e CSI e tanti altri gruppi stanno lì a dimostrarlo).

La mia impressione è che la scelta di cantare in inglese sia o irrazionale o furbesca.

Iniziamo col chiederci innanzitutto che cosa sia un testo cantato in una canzone, perché i casi sono due: o l’autore vuole dire delle cose attraverso questi versi oppure per lui non hanno importanza e quello che conta è solo la musicalità dei fonemi.

Nel secondo caso, il più semplice da analizzare, non si capisce perché, se uno è sinceramente interessato solo al suono di quello che viene cantato, debba utilizzare PROPRIO l’inglese.
Con tutte le lingue che ci sono (europee, extra-europee, inventate…) non mi si venga a dire che l’inglese sia la più musicale del pianeta perché fatico a credere ad una affermazione simile (anche perché esistono artisti, come Wim Mertens o i Sigur Ros, che da anni utilizzano fonemi propri, più strutturati quelli dei Sigur Ros, più liberi e anarchici quelli di Mertens, proprio per meglio legare questi suoni alle loro musiche).
Per cui l’impressione è che in questi casi la scelta non sia giustificata e anzi, verrebbe voglia di invitare costoro ad auto-costruirsela una lingua più efficace (e meno inflazionata, personalmente suggerisco il tlhIngan Hol o l’Alto Valyriano).

Nell’altro caso, quello in cui le parole di una canzone abbiano un significato e, almeno nelle intenzioni dell’autore, vogliano esprimere qualcosa, chiunque in vita sua abbia avuto la ventura di scrivere dei testi avrà notato come siano talmente tante le sfumature di una lingua che solo se la si conosce in maniera approfondita si ha la reale possibilità di dire ciò che si vuole nel modo appropriato. Mi verrebbe da dire che solo con la lingua madre è possibile davvero esprimersi nel miglior modo possibile, pesando gli aggettivi, le virgole e ogni componente del testo. Perché basta niente per andare completamente fuori bersaglio ed esprimere concetti agli antipodi di quelli che volevamo comunicare.
Se siete d’accordo con me concorderete che per dire ciò che si vuole dire l’utilizzo della propria lingua è sempre la scelta migliore (se poi, come Eugenio Finardi, si è perfettamente bilingue allora si può scegliere di volta in volta quella che si preferisce).

Ma allora perché usare una lingua straniera ?

La giustificazione più frequente sarebbe quella secondo la quale l’italiano avrebbe delle caratteristiche poco musicali mentre l’inglese risulterebbe meglio plasmabile ed adattabile alle strutture rock e pop.

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Sarà pure vero, ma, in oltre 50 anni di musica leggera fatta in Italia, l’elenco di artisti che hanno fatto delle straordinarie liriche in italiano appoggiate sulle più varie musiche è talmente vasto da smentire con decisione questa tesi. Per rimanere in ambito rock, dai progressivi anni ’70 (Area, Banco del mutuo soccorso, Le Orme, Battiato…), agli ’80 punk & wave (Litfiba, Kina, Franti, CCCP…), agli indefinibili ’90 (C.S.I., Massimo Volume, Ustmamò, Afterhours…), fino al nuovo millennio (Il genio, Le luci della centrale elettrica, Baustelle, I Cani…) è fin troppo evidente quanto sia possibile scrivere (ottimi) testi in italiano con un duplice vantaggio: il controllo su ciò che si esprime e (fondamentale) la possibilità per chi ascolta di comprendere ciò che viene cantato (checchè ne pensino i nostri rockers, la principale audience che hanno è quella italica, se avranno successo sarà quasi sicuramente prima qui e poi, eventualmente, altrove, per cui stabilire un canale di comunicazione con gli italiani dovrebbe essere considerata una priorità).

Perché la mia maliziosa impressione è che coloro che sfuggono all’italiano lo facciano innanzitutto perché hanno paura di prendersi la responsabilità dei loro testi. Sanno benissimo che quando il pubblico comprende ciò che viene cantato è anche in grado di criticarlo e trovarlo geniale come ributtante, mentre se si canta in inglese nessuno baderà più di tanto al testo.
Ma se non si ha il coraggio delle proprie composizioni, come si può sperare di fare strada nel mondo della musica ?

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Forse sarebbe meglio correre il rischio di essere poco apprezzati ma di portare alle orecchie altrui un prodotto completamente comprensibile, che possa essere odiato, ma anche amato, senza la barriera di un linguaggio altro. Perché una canzone ci farà innamorare perdutamente solo se avremo la possibilità di entrarci dentro completamente.

Up patriots to italian !

AA.VV. “Italian records – The singles 7″ collection”, 2013, Spittle records

Ecco un altro box che gli appassionati della musica italiana non dovrebbero ignorare.
Come dovreste già aver intuito dal titolo, trattasi di una corposa raccolta, spalmata su ben 5 cd, di TUTTI i 7″ (dalle nostre parti volgarmente detti 45 giri) pubblicati dalla storica, benemerita e rimpianta Italian records durante la sua non lunghissima, ma fondamentale, esistenza (per i pochi che non lo sapessero siamo negli anni ’80).

R-4525275-1367352670-3442.jpegI 5 cd sono contenuti in una piccola scatola bianca contenente anche un ricco libretto nel quale trovano posto (stampate praticamente nella dimensione originale) tutte le copertine e le retrocopertine dei dischi in questione (un applauso al curatore) più note, articoli, approfondimenti e un piccolo gadget.

R-4525275-1367352704-6005.jpegMa cosa è stata la Italian records ? E’ presto detto.
Tramontata la Cramps, fu una delle pochissime etichette indipendenti italiane capaci di dare spazio al meglio che offrisse il belpaese dell’epoca unendo intelligenza, ecumenismo, libertà di pensiero e insofferenza per qualunque tipo di gabbia, e questa antologia, di fatto, ci presenta uno splendido ritratto di quell’Italia musicale ospitando molti dei nomi che hanno dato lustro alla nostra musica negli anni del (sia sempre maledetto) riflusso.
All’ascolto dei dischi stupisce la assolutà varietà della proposta capace, senza rinchiudersi in inutili steccati, di sorprendere continuamente l’ascoltatore facendogli ascoltare punk, rock demenziale, avant-rock, new wave, elettronica glaciale, art-rock più o meno scombinato, cover improbabili, dance music, memorie Tuxedomoon, sinth-pop e altro che sicuramente ora non ricordo. Tutto questo con apertura mentale a 360 gradi e grande intuito nel riconoscere i talenti, tanto è vero che possiamo ascoltare gruppi e solisti, ormai diventati di culto assoluto, quali Freak Antoni, Confusional quartet, Diaframma, Neon, Rats, Gaznevada, Kirlian camera, Johnson Righeira, Windopen o gli Art Fleury (e l’elenco potrebbe continuare).
Uno sguardo lucido e consapevole capace di individuare la buona musica dovunque essa approdasse.

Credo ce ne sia già abbastanza per spingervi a curiosare all’interno di questo universo, ma, non potendo trattare in dettaglio questa vera e propria montagna sonora (oltre 5 ore e mezza di musica), della quale fanno parte anche singoli progettati ma mai commercializzati (altro applauso al curatore), ci vogliamo soffermare sul secondo disco nel quale trova spazio la riproposizione di uno stranissimo progetto, risalente al 1981, e originariamente intitolato “L’incontenibile Freak Antoni” (all’epoca strutturato in un cofanetto costituito di 5 singoli ognuno dei quali accreditato ad altrettanti gruppi fantasma, tutti gravitanti intorno alla figura di Freak Antoni e ognuno dei quali dotato di una precisa personalità artistico-musicale).

R-2967361-1329613143.jpegNel primo 45 giri troviamo così I nuovi ’68, dal prelibato aroma beat, intonare una “Il governo ha ragione” la cui serissima ironia è un piccolo miracolo, subito seguita dalla brevissima e pienamente sixtiesBambini” (testo politicamente scorretto, ma questo è un classico marchio Freak Antoni), mentre sul lato B ascoltiamo una funkettonaNegro” divertente (pseudo)apologia di certa retorica sulla blackness con assolo finale di chitarra niente male.
Il secondo singolo è appannaggio dei Genuine Rockers che partono con il rock bello tirato di “Non salutare chi non ti ama” e proseguono con un’altrettanto grintosa “Mica male / Not bad” (dal testo che è un clamoroso inno all’autostima).
Il terzo 7″ è praticamente uno spin-off degli Skiantos poiché I Recidivi (a cui è attribuito) vedono insieme a Freak Antoni nientepopodimenoche Jimmi Bellafronte e Bubba Loris (chi li conosce lo sa). Sul primo lato troviamo “Il mondo sta finendo (sbobba psichedelica)” (sax ed elettroniche in libertà più batteria apocalittica per una sorta di avant-demenzialità, del tutto imprevedibile). Sull’altro lato c’è prima “Capelli dritti“, acceleratissimo pezzo demenziale, e poi la iperdepressiva (e irresistibile) “Datemi un letto per morire” (batteria e sinth svociato).
Arriviamo così al quarto disco, accreditato ad Astro Vitelli & The Cosmoz (Astro Vitelli è uno degli alias più sviluppati e complessi del nostro, qui basti dire che musicalmente propugna il recupero di vecchie canzoni in contrapposizione alla falsa avanguardia dei giorni nostri) dove ascoltiamo prima una “Love in Portofino” come l’avrebbero suonata i Tuxedomoon e subito dopo una “Arrivederci Roma” virata in chiave elettro-dark che è una assoluta delizia.
Chiudono il cofanetto gli Hot Funkers che esordiscono con una “Ieri/Yesterday” (ovviamente in chiave funky con tanto di assolo del sassofonista Alan King, special guest del progetto), bella, ma meno riuscita della b-side “Posso farlo ovunque“, dall’impressionante groove (gli ottimi Bruno Corticelli e Daniele Barbieri a basso e batteria) e dal geniale testo dedicato alla possibilità di urlare. Pezzo perfetto per chiudere in bellezza.

Questi 5 singoli sono un raro concentrato di intelligenza, originalità e leggerezza. Doti che è raro trovare insieme e ancor più raro trovare unite ad una sapienza e sensibilità musicale che rende questi pezzi pienamente riusciti. Da soli giustificano l’acquisto dell’intero cofanetto.

elephantmenMa le sorprese non finiscono qui, perché in chiusura di questo stesso CD troviamo due brani accreditati ai The Elephant men (ovvero i Merrick Brothers), altro progetto laterale del nostro eroe, che ci presentano due brani sotto il cappello “Music for a lonely soundtrack“. Sul lato A una “Hard spleen theme” elettronica e decadente, mentre sul lato B c’è una “Titles song” (?) dalle atmosfere analoghe, ma dalla ritmica più veloce e un testo più tradizionalmente Skiantos.

Mi perdonino tutti gli altri degnissimi artisti presenti in questo cofanetto, ma non potendo parlare di tutti non ho potuto fare a meno di approfondire i contributi di uno dei grandi scomparsi della musica italiana, quel Roberto Antoni che dobbiamo fare in modo non sia mai dimenticato.

L’altra faccia degli anni ’80 (quella buona).

p.s. Spendo una parola anche per la qualita delle digitalizzazioni, laddove spesso le major non sanno neanche più dove siano i master originali costringendo i loro dipendenti ad utilizzare masterizzazioni da vinile per poter ristampare alcuni titoli, qui possiamo ascoltare questi brani con ottimi riversamenti dai nastri dell’epoca regalando un ascolto anche tecnicamente di altissimo livello (e certo migliore di quanto potevano fornire i 45 giri originali)

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Poco più di un anno ed è già ora di una nuova antologia.
Evidentemente sto tornando ad essere di bocca buona.

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20 canzoni (scelte con gran gusto dal sottoscritto) per i soliti 80 minuti di eccellente musica, raccolte sotto il titolo pretestuoso “Incontri“, scelto in quanto molte delle canzoni presenti nascono dalla collaborazione, più o meno inattesa, di diversi artisti.

All’interno qualche recente prodotto della scena romana, qualche dinosauro proveniente dagli anni ’70, qualcosina dagli ’80, ma la ragione principale per avere questa raccolta (che è indispensabile compendio al blog) è ascoltare un arietta d’opera (meno di 3 minuti) per la quale ho letteralmente perso la testa.

Tu guarda gli effetti della vecchiaia.

Chi fosse interessato non dovrà fare altro che contattarmi e darmi le coordinate per potergliela spedire tramite WeTransfer (per chi non lo sapesse, trattasi di una piattaforma che permette lo scambio di file fino a 2 gigabyte, è gratuita e non prevede alcuna iscrizione, in pratica io spedisco all’interessato un link, lui lo preme e tramite il suo browser, e seguendo una semplicissima ed essenziale procedura, scarica i file in poco tempo).
Volendo si possono richiedere anche le antologie precedenti.