TITO RINESI “Dargah”, 2020

consigli per gli acquisti 2

Secondo post dedicato a quegli artisti, a me cari, che hanno realizzato dischi durante la pandemia e che, in mancanza di concerti, possiamo sostenere solo attraverso l’acquisto dei loro lavori.
Questa volta parliamo di un nuovo lavoro di Tito Rinesi (vi ho parlato di lui in passato in questo post e in quest’altro post) intitolato “Dargah” e molto chiaramente sottotitolato “musiche e canti Sufi“.
Rinesi rivolge la propria attenzione all’universo delle musiche sufi senza limiti geografici e temporali, raccogliendo 12 brani dei quali propone versioni decisamente fedeli alla linea, senza arrangiamenti moderni o modernisti, ma cercando di rimanere vicino allo spirito dei brani originali. Non a caso la strumentazione vede esattamente gli strumenti che vi dovreste aspettare, a partire dall’immancabile ney, passando per oud, tar e strumenti classicamente vicini alla tradizione sufi. A questi si aggiungono, ma molto rispettosamente, strumenti meno abituali per queste musiche (viola, fisarmonica, violino, bouzouki…) per una serie di tracce nei quali lo spirito ecumenico di Rinesi si confronta con delicatezza e cura estreme con il corpus di interpretazioni che questi brani hanno avuto negli anni.
Come accennato sopra nella scelta dei brani non ci si è limitati alla tradizione turca, ma si è guardato anche molto più lontano, vedi la versione di “Allah hu“, classicone portato alla notorietà in Occidente, direttamente dal Pakistan, dal compianto Nusrat Fateh Ali Khan.

Spicca in tutti i brani l’uso delle voce fatta da Rinesi, voce solista in tutti i brani. E’, credo, la prima volta che nei suoi lavori la sua voce ha tutto questo spazio, ed è una lieta e interessante novità, così come spicca la traccia 8 “O amore“, unico brano cantato in italiano (testo tratto da una poesia di Rumi e musica che, unico caso nel disco, è farina del sacco di Rinesi).
Insomma: un disco che non può mancare nelle case di chi ama certa musica.

dargah
Se siete interessati a questo disco potete acquistare il CD fisico (CD vero, non masterizzato, sia chiaro) con una eccellente copertina ed un libretto assai esaustivo, rivolgendovi direttamente a Tito Rinesi (lo potete contattare su Facebook o alla mail info@titorinesi.com)
Sarà lui a dirvi come pagare il CD tramite Paypal per poi riceverlo direttamente a casa. Faccio notare che da lui potete comprare, sempre in una edizione fisica, anche i due dischi linkati sopra (“Meetings“, con introduzione di Franco Battiato, e “Verso Levante“) e che il prezzo dei dischi, comprensivo dei costi di spedizione, è decisamente accettabile (fidatevi).

In alternativa (molto meno consigliata, perché, come sapete, agli artisti arrivano pochissimi soldi) potete ascoltarlo in streaming, ad esempio su Spotify.

Potete anche acquistarlo, in versione liquida, su vari store digitali, ad esempio Amazon.
Lo trovate anche, ma non è così banale rintracciarlo, su YouTube.
Qui sotto la traccia di apertura.

Concludo ribadendo l’invito a sostenere la musica che amate in questi momenti economicamente, e non solo, estremamente complicati.

SoundScapeS vol.17

Sono anni strani questi, anche per quanto riguarda i miei ascolti (e forse anche i vostri).

La pochezza del nostro presente musicale (o quella che appare A ME come pochezza),
l’incredibile, mostruosa, quantità di dischi prodotti mensilmente,
il fatto che, anche quando sono di buona qualità, sembrino emergere dal chiuso di una cameretta e mai far parte di una scena, di un’idea condivisa di musica, di un mondo, di una cultura,
il confronto col passato, oggi più che mai facile ed immediato, unito alla possibilità di venire a sapere di musiche un tempo difficili da scovare,
tutte queste cose, e forse molte altre, fanno sì che la mia periodica antologia rappresentativa dei miei ascolti negli ultimi due anni, si caratterizzi per materiali che quasi mai emergono dalla pietra fondativa del mondo della musica pubblicata (l’album), ma che provengano da piccoli reperti collaterali, minori, dimenticati e considerati dimenticabili.
Da qui il titolo della raccolta, “Effimeri“, proprio ad indicare non incisioni nei quali l’autore credeva, ma cose accantonate, pubblicate a latere et similia.

Ma, in concreto, di cosa stiamo parlando ?
Provo ad elencare:

  • due demo provenienti dagli anni ’70, che, pur bellissimi, furono inizialmente scartati dagli album in cui dovevano comparire e recuperati solo molti anni dopo
  • due remix, usciti su singoloni, che, se non sono più belli degli originali, sono sicuramente almeno al loro stesso livello e meritano una chance
  • tre live televisivi recuperati con qualche fatica e dall’audio non sempre adeguato, con arrangiamenti però molto molto sfiziosi e intriganti, MAI riproposti nei live ufficiali
  • alcuni brani provenienti da cassette o album legati al mondo dei Centri Sociali Autogestiti di inizio anni ’90, cose dimenticate da tutti eppure di una qualità e di una profondità degne di una riscoperta
  • il dimenticatissimo, a dir poco, lato B di un 45 giri degli anni ’60 pensato per i bambini, nel quale gli esecutori mostrano una fantasia negli arrangiamenti e nella scrittura musicali insieme a una abilità tecnica (un professionismo, oserei dire) che oggi, purtroppo, suona come una bestemmia
  • un brano eccellente, e recente, eppure pubblicato SOLO su YouTube (O tempora, o mores)
  • il recupero di un gioiellino tra i tanti che gli Hare Krishna hanno divulgato porta a porta in giro per l’Italia (ne abbiamo parlato spesso da queste parti)

A queste chicche si aggiungono un paio di brani cileni, che in Italia nessuno vi farà mai conoscere e poco altro (tra il quale anche un breve brano di musica classica, famoso e poco noto al tempo stesso).

In tutto 17 brani per i consueti 80 minuti di godimento (almeno per le mie orecchie).

p.s. come sapete queste mie antologie non sono più distribuibili, per varie ragioni, per cui considerate questo post un po’ delirante come una semplice testimonianza o, al massimo, un piccolo stimolo per indirizzare i vostri ascolti anche verso materiali, appunto, effimeri, ma non per questo da dimenticare

Disfunzioni Musicali (il documentario)

C’è molta retorica in giro sui negozi di dischi, di come fossero veicoli e promotori di cultura più o meno alta. In realtà moltissimi di questi negozi non erano sostanzialmente differenti da una macelleria o da un negozio che vendesse autoricambi.

Ma c’erano delle eccezioni, a volte clamorose.
A Roma, in particolare, c’era Disfunzioni Musicali, un negozio che è sempre stato molto di più di un luogo dove si vendevano dischi. Per molti aspetti fu un faro nella notte per tanti ragazzi che erano divorati dalla curiosità e che cercavano musiche altre.

Di tutto questo parla questo breve, ma meritorio, video.
Non ve lo propongo come sterile nostalgia canaglia di un passato che non tornerà, ma come un doveroso omaggio a chi rese quel luogo quello che era.

Un pensiero particolare va a Sante, che all’epoca fu un eccellente suggeritore di acquisti per il sottoscritto.

IL WEDDING KOLLEKTIV “Brodo”, 2021

consigli per gli acquisti 1

Torniamo dopo lungo silenzio per segnalare alcune recenti uscite di quelle che ci sono care, ma che non necessariamente trovano spazio sui mass-media principali.
Come sapete da molti mesi non è possibile assistere ai concerti, pertanto il modo migliore per sostenere gli artisti che amiamo è acquistare la loro musica.
Sottopongo quindi alla vostra attenzione un gruppo esordiente, di nome Il Wedding Kollektiv, e il suo EP intitolato “Brodo“.
Hanno attirato la mia attenzione intanto per ragioni geografiche: il gruppo orbita tra il quartiere romano del Pigneto (dove sono cresciuto) e quello berlinese di Wedding (che si pronuncia VEDDING, non alla maniera inglese…), e sapete quanto sono legato a Berlino.
All’interno del gruppo poi ritroviamo alcuni musicisti provenienti da esperienze di cui vi ho parlato in passato: i Gronge (un pezzo enorme di storia della musica fieramente indipendente romana e non solo, ve ne parlai, ad esempio, qui) e gli eccellenti Roseluxx (ve ne parlai qua).

wedding
Questo esordio raccoglie 5 brani per una ventina di minuti di musica splendidamente in bilico tra la forma canzone e il suo tradimento. Canzoni in diagonale, come direbbe Battiato, che non hanno paura dell’orecchiabilità, ma si permettono continui dietro-front e passaggi inaspettati. Il tutto condito dalla voce splendida di Tiziana Lo Conte, mai, come in questo caso, capace di spaziare attraverso registri diversissimi.

Come dicevo all’inizio, in mancanza di concerti, possiamo sostenere questi progetti e questi artisti acquistando la loro musica. Pertanto potete andare su Bandcamp (cliccate qua) e comprare il vinile di “Brodo” oppure, come ho fatto io che non sopporto i vecchi dischi neri, comprare il disco in formato FLAC con annessa copertina (e volendo poi masterizzarvelo).

Come ulteriore alternativa (molto meno consigliata, perché al gruppo arrivano molti meno soldi) potete ascoltarlo in streaming, ad esempio su Spotify.

O più banalmente, ma forse più comodamente, ascoltarlo da YouTube.
Qui sotto una delle tracce, tra le mie preferite.

In ogni caso sostenete la musica che amate in questi momenti economicamente, e non solo, estremamente complicati.

PIRA666 “Fratello cosmico”, 2011, Cervello meccanico rec.

Sono ancora vivo, ma in altre faccende affaccendato. Di corsa posto questo video riemerso dai miei prelievi nel pozzo sempre ricco della Cervello meccanico rec. (il loro sito è questo, ma per ragioni di obsolescenza non so quanto agibile per molti di voi, e anche per me).

Nella seconda loro raccolta dedicata alla “Musica per astronauti“, compare questa deliziosa “Fratello cosmico” di Pira666.
Elettronica intelligente, lunga e accattivante, che mi ricorda certi momenti degli Orbital, ma con un retrogusto DIY che solo noi italiani sappiamo dare.
Il video è più che meritevole.

Per cui appassionatevi anche voi a questa elettronica sotterranea, ma di primissima qualità.

Antonio Ballista (una intervista)

Sempre in attesa di tornare ad avere un po’ di tempo per scrivere qualcosa di minimamente strutturato, vi regalo questa breve intervista ad Antonio Ballista, dalla quale, tra l’altro, emerge la sua grande intelligenza e consapevolezza (non che ci fossero dubbi, vista la qualità della sua carriera).

Ballista dice: “Io penso che la musica, purtroppo, il pubblico non la può capire, la può godere“.

Io aggiungerei, specularmente, anche che: “i musicisti non possono godere della musica, la possono capire” (cosa che ho riscontrato spessissimo nelle chiacchierate avute con compositori e musicisti professionisti) .

SoundScapeS vol.16

E in attesa di ritornare a scrivere qualcosa di serio, vi presento l’ennesima raccolta che certifica quelle canzoni o quei brani musicali che in questi ultimi 14 mesi mi hanno colpito, vuoi per la musica, vuoi per le parole, vuoi per un brivido, vuoi per una vertigine.

Questa volta l’antologia è concettualmente spaccata in due.
Da un lato un discreto numero di brani strumentali (o dove eventuali testi non hanno particolare rilevanza).
Si spazia da materiali quasi-progressive, al minimalismo, a qualcosa di microtonale, un inevitabile passaggio per qualcosa di classico (scoperta dell’ultimo viaggio berlinese), un pizzico di exotica e un gioiellino post-minimalista.

Dall’altra parte, forse figlie dei tempi, alcune canzoni che si pongono il problema della libertà, ma da punti di vista diversi, anche opposti.
Da lì il titolo della raccolta, necessariamente al plurale.

Solo 17 brani (diversi sono piuttosto lunghi) per i consueti 80 minuti di good vibrations (con un paio di dediche implicite).

Scava scava, si trova sempre in giro un sacco di bella musica.

BJÖRK “Black lake”, 2015, One Little Indian

Come alcuni di voi avranno intuito, questo blog sta vivendo un periodo di pausa. Non tanto per scelta editoriale, quanto per mancanza di tempo. Le mie, già poche, risorse energetico-temporali (?) sono indirizzate, per varie ragioni, verso alcuni altri miei blog (e su uno nuovo in preparazione, che chissà quando vedrà la luce).

Nell’attesa di un ritorno ad una scrittura con una certa regolarità, vi propongo questo (abbastanza) recente video di Björk.

Se l’artista islandese negli ultimi anni ha partorito “solo” buoni dischi, generalmente con alcuni brani di buona qualità e altri un po’ meno riusciti, è anche vero che ogni tanto la leonessa riesce a dare delle zampate più che degne della sua storia musicale.

E’ il caso di questo “Black lake“, tratto dall’album “Vulnicura“, che, nei suoi 10 minuti abbondanti, racconta con grande efficacia del dolore seguente alla separazione con il di lei ex-marito.

Sincerità, emozione e classe da vendere.

My heart is enormous lake,
black with potion.
I am blind
drowning in this ocean

BIS [2018]

Anche quest’ anno vi segnalo alcuni dischi che, come scrissi, riguardano “...artisti, o scene musicali, dei quali ho già parlato in passato. Dischi che non aggiungono nulla di particolare a quanto già scritto, e che quindi non meriterebbero un ulteriore post su queste pagine (sarei costretto a riesprimere gli stessi concetti già espressi in precedenza), ma che, allo stesso tempo, sono lavori davvero belli, lavori che se li avessi conosciuti prima sicuramente sarebbero stati citati nei post in questione.

Non sono dischi necessariamente pubblicati nel 2018, ma dischi che ho ascoltato e approfondito in questo anno solare che ci stiamo per lasciare alle spalle.


Iniziamo con un classico di queste parti: Enzo Avitabile (di lui vi ho parlato diffusamente qua e qua) che, con il suo “Lotto infinito” (2016) realizza l’ennesimo disco ricco di sostanza e musicalità. Forse non il suo più ispirato, ma certamente un disco molto al di sopra della media della roba che circola in giro. Come di consueto per lui, anche questa volta ricco parterre di ospiti tra i quali spiccano Francesco De Gregori, Elena Ledda, Paolo Fresu e l’immortale Giovanna Marini.

Altro abitué del mio blog è Arturo Stalteri. Negli ultimi anni ha preso a fare dischi con grande regolarità. Il suo recente “Low and loud” (2017) è un disco tipicamente suo: pianocentrico, caratterizzate dalle consuete composizioni ispirate, a metà tra Chopin e Mertens, e con la novità di alcune tracce dedicate agli amori musicali di Stalteri (i Rolling Stones, Bach, Pachelbel) e un omaggio a Rino Gaetano del quale Stalteri fu compagno di avventure alla It records.

Di Maurizio Bianchi vi ho parlato spesso (in particolare qui e qui), ma è davvero incredibile come nei suoi dischi, e ne ha fatti tantissimi, molti di più di quanti possiate immaginarne, ci sia sempre una idea di fondo forte e robusta, una necessità di pubblicazione che bussa forte dai solchi. Non fa eccezione “Ludium” (2009), stranissimo lavoro fatto a partire dai suoni di un pianoforte. Disco anomalo per lui, ma più che meritevole di (ripetuti) ascolti. E’ davvero un grande (relativamente) misconosciuto.

Le più recenti stagioni discografiche si sono segnalate per recuperi di materiale anche molto datato, ma attuale, forse, più oggi che allora.

Tra queste produzioni devo segnalarvi il bellissimo “Evoluzione interiore” (2018) di Juri Camisasca, registrato dal vivo a fine anni ’70, sorta di bootleg ufficiale di una bellezza inaudita. Un Camisasca lontano dalla forma canzone e catturato dall’amore per il suono, per la sua essenza più pura. Una performance eccellente che oscura moltissimi materiali prodotti, con molte più ambizioni, al giorno d’oggi.

Altra performance risalente ad un lontano passato è quella presente all’interno di “Drumming” (2018, riedizione di un disco pubblicato nel 1971 in pochissimi esemplari). Brano celeberrimo di Steve Reich, esecuzione meravigliosa con a suonare, tra gli altri, Jay Clayton, Jon Gibson, Joan La Barbara, Steve Chambers. Disco obbligatorio sia per chi già conosce quest’opera sia per chi non la dovesse conoscere (conosciatela !).

Non manca mai in questi “Bis” di fine anno Brian Eno che con il suo “Music for installations” (2018, 6 CD) raccoglie alcune sue musiche, come da titolo, per installazioni varie realizzate in un passato recente e meno recente. Questa pubblicazione va a smentire quanto scrissi qui, ma ben vengano questi cambiamenti di opinione quando il risultato è la circolazione di materiali di così buona qualità (in particolare “I dormienti“, “Atmospheric lightness” e “Kazakhstan“). Speriamo realizzi ancora box come questo (volendo ci sarebbero i presupposti).

Una grande sorpresa all’ascolto è stato invece “We could for hours” (2008) di Fabio Orsi e Valerio Cosi. Del primo vi avevo già parlato, con toni entusiasti, in questo post e in un bis precedente, ma questo disco, preso quasi per caso, non posso non elogiarlo. Drone music per, soprattutto, organo, sax ed elettroniche varie, in splendido equilibrio tra certo minimalismo sacro (Palestine, Gibson e Riley), il Battiato di “M.elle le Gladiator” e qualcosa di Stephen Scott. Musiche eternamente ascendenti nelle quali ci si perde con grande gusto.

Anche dei Radiodervish ho parlato spesso, il loro “Il sangre e il sal” (2018) conferma la loro cifra stilistica che ormai ha raggiunto la piena maturità. E se manca l’effetto sorpresa (le canzoni sono proprio come ci aspettiamo che debbano suonare) in compenso la vena compositiva è molto fresca e vivace e nel disco scorrono diversi brani tra i migliori della loro produzione. “Time for a coffee” e “Nuovi schiavi” sono i pezzi più coinvolgenti, ma tutto il disco conferma la bravura di un gruppo la cui lontananza dai riflettori del mainstream risulta sempre più inesplicabile.

Concludiamo con un pezzo di storia della musica. Karlheinz Stockhausen.
Normalmente si parla dei suoi brani storici, giustamenti considerati importanti e riusciti. Mi è capitato però di ascoltare questo relativamente recente “Elektronische musik mit tonszenen vom Freitag aus Licht” (1996), realizzato nella prima metà degli anni ’90, ed è un disco di musica elettronica non solo bello, ma molto sorprendente e terribilmente “avanti“. Il modo in cui Stockhausen gioca con i suoni, li modifica, li sposta nello spazio, è qualcosa di molto particolare capace di essere nuovo senza risultare indigesto. Considerate questo come un invito, a voi e a me stesso, ad approfondire le musiche composte da lui negli ultimi 15-20 anni della sua vita, è probabile che al loro interno ci siano delle perle rimaste immeritatamente nascoste.

Detto questo non resta che augurarvi

Buon Anno a tutti