SoundScapeS vol.13

Poco più di un anno ed è già ora di una nuova antologia.
Evidentemente sto tornando ad essere di bocca buona.

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20 canzoni (scelte con gran gusto dal sottoscritto) per i soliti 80 minuti di eccellente musica, raccolte sotto il titolo pretestuoso “Incontri“, scelto in quanto molte delle canzoni presenti nascono dalla collaborazione, più o meno inattesa, di diversi artisti.

All’interno qualche recente prodotto della scena romana, qualche dinosauro proveniente dagli anni ’70, qualcosina dagli ’80, ma la ragione principale per avere questa raccolta (che è indispensabile compendio al blog) è ascoltare un arietta d’opera (meno di 3 minuti) per la quale ho letteralmente perso la testa.

Tu guarda gli effetti della vecchiaia.

Chi fosse interessato non dovrà fare altro che contattarmi e darmi le coordinate per potergliela spedire tramite WeTransfer (per chi non lo sapesse, trattasi di una piattaforma che permette lo scambio di file fino a 2 gigabyte, è gratuita e non prevede alcuna iscrizione, in pratica io spedisco all’interessato un link, lui lo preme e tramite il suo browser, e seguendo una semplicissima ed essenziale procedura, scarica i file in poco tempo).
Volendo si possono richiedere anche le antologie precedenti.

LAVERNA (seconda parte)

Seconda cinquina di album/EP prodotti dalla netlabel electro-friendly Laverna (la prima parte la trovate qua).

cecchinatoPartiamo con “Pulsar evenings“, lavoro di media durata (46 minuti) di Manuel Cecchinato Posadas. Cinque lunghi deliziosi brani che vanno dalle atmosfere quartomondiste di “Pulsar evening 1” (con la tromba di Daniele Goldoni a ricamare, con l’aiuto del pianoforte, sopra una base elettronica dal beat insistito), al Milesi in progressione di “Pulsar evening 2” (basato su una minimale frase di pianoforte intorno alla quale l’elettronica disturba e innerva, con gran classe), fino al minimalismo vagamente alla Palestine di “Pulsar evening 4” (pianoforte rapido e ossessivo che si intreccia benissimo con una elettronica glitch e una ritmica frammentata) in quello che è forse il pezzo più originale del lotto.
Un lavoro interessante e prezioso

stellapolanskyGhost window” di Stella Polansky (5 tracce per una mezzoretta di musica) è un lavoro con forti reminiscenze ambient ma molto aggrappato al nuovo millennio. L’iniziale “Freste klep” si apre con una nebbia e una malinconia molto basinskiana alla quale però si aggiunge una chitarra acustica a portare un po’ di sole. Seguono gli altri brani che si muovono su coordinate analoghe con particolare attenzione per il lungo “Floating boat” caratterizzato da un delicato vento elettronico che sembra esplorare gli spazi intorno a noi (e a lui) dai quali emergono radi suoni concreti (ma nessuna parvenza di vita, salvo la solita chitarra nel finale) e la conclusiva “In winter’s bones” dall’elettronica glaciale e le atmosfere (uniche a presentare anche delle voci umane) degne del miglior Biosphere (e a casa mia questo è un gran complimento).

bingsatellitesHigh fidelity” di Bing Satellites (3 tracce per poco meno di mezzora) si muove su coordinate a metà tra l’ambient-quartomondista e i corrieri cosmici. Si apre con “High fidelity“, un brano che distilla il meglio dei Tangerine dream periodo post-Phaedra con morbide percussioni a dare ritmo a suoni elettronici vagamente space caratterizzati da una interessante ascesa verso l’armonia. Senza una reale interruzione il brano sfocia in “Caterpillar dance” che pare essere una versione più rallentata e atmosferica del brano precedente. Chiude il lavoro “Space between your ears“, il più ambient del lotto, dove spariscono le percussioni tribaloidi e si entra in una dimensione vagamente mistica, piena di good vibrations ed echi di certe cerimonie tibetane. Globalmente un lavoro di sostanza che magari non stupisce con effetti speciali, ma si lascia ascoltare con grande soddisfazione.

haloXVIThe dreaming E.P.” di Halo XVI (anche in questo caso il lavoro si estende per la solita mezzora, per 5 tracce di varia lunghezza) è ambient purissima, solo venata da qualche oscurità, dotata di interessanti sviluppi all’interno dei suoi brani (una sorta di immobilità in divenire tutt’altro che scontata). Lo si avverte nelle note di pianoforte nell’iniziale “A different afternoon“, ben inzuppate in suoni elettronici, nelle tastiere soffuse e nei vocalizzi della deliziosa “Lost evenings” (con echi dei Cluster più morbidi), nella lunga “Night moves” dagli echi west-coastiani (nel senso della scuola ambient cresciuta in California negli anni ’80 intorno alla figura di Steve Roach).

roomsdelayedChiudiamo questo secondo post dedicato alla Laverna con “Flickering traces“, lavoro accreditato a Rooms delayed (progetto che fa capo a Vincenzo Nazzaro), che si sviluppa attraverso 5 tracce che compongono (la solita) mezzora di ambient classicissima realizzata a partire da una chitarra elettrica sapientemente trattata. Toni lentissimi a volte profondi, “Somewhere near“, a volte meno, “Every day, early morning“, a volte meravigliosamente oscuri, “Centerlight shade“, a volte piuttosto languidi, “Flowing across“. Inevitabilmente il pensiero va a certe (splendide) cose di Fripp & Eno.

Al solito il consiglio, oltre a dargli e darmi fiducia, è di assaggiarli utilizzando i link che trovate qui sotto.

Manuel Cecchinato Posadas
Stella Polansky
Bing Satellites
Halo XVI
Rooms delayed

Alla prossima :-)

OPEN MUSEUM OPEN CITY, al MAXXI di Roma, 2014

Roma sulla carta è una grande capitale europea, ma sotto molti aspetti non è paragonabile alle varie Londra, Parigi, Berlino
Il suo rapporto con l’arte contemporanea non è dei più facili, e ancor più complicato è il rapporto con la sound-art, un aspetto dell’arte contemporanea particolarmente difficile da incontrare nella caput mundi.
Accogliamo quindi con un applauso e legittima soddisfazione questa iniziativa del MAXXI (il bellissimo museo dedicato all’arte del XXI secolo) intitolata “Open museum open city“.

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Per poco più di un mese il MAXXI ha (quasi) del tutto svuotato i suoi spazi da cose e oggetti e nei suoi ampi corridoi, nelle sue gallerie imponenti, ha ospitato una serie di installazioni sonore fatte solo di suoni (niente proiezioni o appendici visuali). A prescindere dalla qualità delle installazioni va davvero apprezzato il coraggio di proporre una mostra così inusuale per i romani (saranno stati in grado di farsi affascinare da essa ? Avranno ricompensato il coraggio degli organizzatori ?) all’interno non di una piccola galleria privata o di una struttura semi-clandestina, ma di una delle più importanti istituzioni dedicate all’arte.
La mia speranza è che la risposta degli appassionati sia stata positiva ed iniziative come questa diventino la norma (e non l’eccezione) in questa città che troppo spesso si appoggia esclusivamente alla sua storia e al suo passato e sembra fare enorme fatica a vivere il qui ed ora. Nel frattempo mi sono recato in via Guido Reni una domenica mattina (stendendo subito un velo pietoso sull’incredibile ed insensato orario di apertura fissato alle ore 11) e ho dedicato a questa mostra quasi due ore del mio tempo, con risultati del tutto soddisfacenti.

Essendo io interessato più alla musica che alla sound-art in generale, le installazioni che ho più apprezzato sono state quelle di Ryoji Ikeda (intitolata “A [4ch version] 2014“, dove la A va intesa come la nota LA espressa in notazione anglosassone) realizzata in uno spazio cubico con (se non erro) semplicemente 8 altoparlanti messi negli angoli, due per angolo, a diffondere, appunto, il suono continuo di diversi “LA” per un risultato molto vicino (dal punto di vista dell’ascoltatore) a quello delle classiche sinewaves di LaMonte Young, con l’ascoltatore che, se vuole, può esplorare lo spazio palmo a palmo e osservare le mutazioni del suono, i battimenti, le oscillazioni. Altra installazione splendida quella di Philippe Rahm (“Sublimated music“) nella quale una sezione di un brano per pianoforte di Debussy viene scomposta su una moltitudine di singoli altoparlanti e sta, anche qui, all’ascoltatore ricomporla o meno attraverso il suo movimento all’interno della sala. Ho apprezzato il fatto che, alla fine della fiera, il risultato dell’operazione fosse, per quello che mi riguarda, l’ascolto di qualcosa di molto vicino al minimalismo storico (e quindi estremamente gradevole).

Ho anche avuto una ottima impressione, seppur in maniera diversa rispetto ai due casi sopraelencati, dello scalpellìo insistito e moooolto (ben) amplificato di “Doing” di Lara Favaretto, dell’ironico e divertentissimo “Oracle 2.0” di Justin Bennett (adoro moltissimo il modo in cui l’arte contemporanea spesso mi strappa dei sorrisi di puro godimento e divertimento) e anche di “External binaural envelope” di Haroon Mirza, con la sua capacità di trasformare dei muri in vere e proprie membrane permeabili ai suoni esterni. Mi ha intrigato “Territoriale” di Francesco Fonassi, anche se, per un infausto problema tecnico, ho solo potuto immaginare come sarebbero state le interazioni tra i presenti al di qua e al di là del muro, centro di gravità della sua installazione.

Meno riuscite, sempre a mio poco significativo parere, le altre installazioni: “Sonic mappings” di Bill Fontana (forse non situata nel posto migliore del museo per rendere al meglio), “Hyper-forum” ancora di Bennett (mi ha lasciato molto freddo con questo suo riportare suoni romani all’interno di un cubo virtuale delimitato dagli altoparlanti), “A room of rhytms-curva” di Cevdet Erek (interessante l’idea, ma non mi ha troppo convinto la realizzazione finale, a parte gli altoparlanti dai quali usciva una emozionante voce femminile che ripeteva sempre la stessa breve frase, in italiano).
C’erano poi alcuni punti di ascolto preparati da quelli di RAM (radioartemobile), un po’ dispersivi quelli interni al museo, più interessanti quelli esterni dove si potevano selezionare dei file audio molto interessanti (io mi sono ascoltato una intervista ad Alvin Curran davvero imperdibile).

Come scritto sopra due ore molto stuzzicanti passate in compagnia del puro suono (e di qualche altro viandante, a volte, coraggiosamente, con figli al seguito, sperduto nelle sale).

Il mio invito è, a quelli del MAXXI, di insistere su questa strada, mentre ai romani suggerisco di cogliere queste occasioni perché non è detto che ne avranno molte altre in futuro per annusare forme d’arte così poco usuali per questa città a volte troppo provinciale.

PLAID “Itsu”, 2003, Warp

La musica dei Plaid si è spesso integrata con video di buona o ottima fattura, in un caso addirittura un loro album, “Greedy baby“, uscì con allegato un dvd contenente un videoclip per ognuno dei brani presenti nel cd.

Ovvio che la mancanza dei testi aumenti la possibilità di costruire su queste musiche quello che si vuole, ed è quindi relativamente facile avere una buona idea e (ben) realizzarla abbinandola a questi suoni elettronici, ma molto caldi.

Tra i loro video più riusciti c’è questo “Itsu” (un brano minore del gruppo, proveniente da una specie di maxi-singolo di complicata reperibilità).

Lo dedico ai miei amici vegetariani.