SoundScapeS vol.14

Circa un anno e mezzo per arrivare a comporre questa nuova antologia,
indispensabile appendice del blog.

17 brani per i soliti 80 minuti (scarsi) di ottime canzoni spesso distantissime le une dalle altre (e con un paio di interpreti inaspettati per chi segue queste pagine).

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Stavolta direi che il mio gusto personale abbia segnato ancor più del solito la scelta dei brani.
Non a caso l’ho intitolata “Ricordi lontanissimi“, proprio perché molti dei brani (ri)emergono dalle nebbie del mio passato, riesumate da una sorta di oblìo inconsapevole al quale le avevo destinate.

Cose vecchie, ma anche recenti, una spolverata di Battiato (e dintorni), alcuni brani in spagnolo, per una raccolta che non so quanto vi potrà piacere, ma ho l’impressione dica molto di me.

A buon intenditor…


Chi fosse interessato non dovrà fare altro che contattarmi e darmi le coordinate per potergliela spedire tramite WeTransfer (per chi non lo sapesse, trattasi di una piattaforma che permette lo scambio di file fino a 2 gigabyte, è gratuita e non prevede alcuna iscrizione, in pratica io spedisco all’interessato un link, lui lo preme e tramite il suo browser, e seguendo una semplicissima ed essenziale procedura, scarica i file in poco tempo).
Volendo si possono richiedere anche le antologie precedenti.

MIKEL ROUSE BROKEN CONSORT “A walk in the woods”, 1985, Crammed discs

Ancora un lavoro post-minimalista (si è capito che ho un debole per questo genere musicale ?).

Mikel Rouse è un compositore americano che, almeno inizialmente, con il suo gruppo, denominato Tirez tirez, realizza alcuni dischi vicini a certa post-wave tipicamente newyorkese (giro Byrne/Eno, tanto per capirci). In particolare segnalo l’LP “Story of the year“, pubblicato nel 1983 dalla Les Disques du Crépuscule (incredibile il ruolo di cerniera tra musica pop e musica sperimentale effettuato da questa etichetta negli anni ’80), dove già si potevano ascoltare alcune piccole avvisaglie della sua musica a venire.

Questa familiarità con la musica (cosiddetta) leggera si riverserà nei suoi dischi più ambiziosi, realizzati sotto il marchio del suo progetto denominato Mikel Rouse broken consort, dischi nei quali l’insegnamento minimalista (soprattutto quello di Philip Glass e Steve Reich) viene adulterato con una squisita sensibilità rock e funk e con una strumentazione che occhieggia a quella tipica della musica pop.

Durante gli anni ’80 realizza diversi dischi interessanti, il migliore dei quali, probabilmente, è questo “A walk in the woods“, 7 pezzi genericamente di media durata con un paio di brani che superano i 9 minuti.
L’organico di questo disco vede da un lato strumenti della tradizione colta (oboe, tromba, clarinetto, sassofono, violino, viola, fagotto) uniti con strumenti decisamente più moderni (basso elettrico, sintetizzatori, batteria elettronica), una scelta che sposa teoria e pratica di queste composizioni.

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Si parte con “Friendship ’84“, archi a dettare il tema principale, tastiere e fiati a ricamarci sopra (vaghi echi dei coevi Soft Verdict) in un brano che sembra precipitare in una serie di spirali infinite.

Big pine II” gioca invece su rapide tastiere e allegre percussioni elettroniche in un continuo stop & go dove non si parte mai davvero e non si arriva mai da nessuna parte (è un complimento, sia chiaro).

Airland 2000” si caratterizza per svariati strumenti acustici che si rincorrono l’un l’altro per poi rallentare e poi accelerare nuovamente in un insistito (e ambizioso) gioco di contrappunti. “Hardfall” spicca per toni lunghi e sostenuti sui quali i fiati disegnano melodie ipnotiche e decadenti (e dissonanti), forse il brano più atipico del lotto. Segue “Winter in Wyoming“, una delle due composizione particolarmente lunghe, brano lento col violino in bella evidenza, tastiere ripetitive e melodia malinconica, per una specie di versione depressa (ma molto intrigante) di Wim Mertens.
The eloquent dissenter” nuovamente gioca con i contrappunti tra tastiere, basso elettrico e fiati, in una giostra di grande divertimento. Il disco si chiude con il brano che da il titolo all’album: tastiere glassiane estremamente ripetitive, violino e fiati a danzargli intorno, basso a segnare il ritmo per 9 minuti di magica apnea.

Alla fine degli anni ’80 Rouse abbandona queste sonorità per riavvicinarsi a dimensioni post-wave o comunque più vicine alla sua anima pop, per qualche disco lo seguo, ma poi, scontento della sua produzione, lo perdo di vista (non posso però escludere che nella sua ricca produzione recente o semi-recente ci possano anche essere cose interessanti).

Questo disco resta un lavoro interessantissimo, ancor di più nell’edizione CD, curata dalla stessa Crammed, nella quale viene accoppiato con un mini-LP realizzato insieme a Blaine L.Reininger che è un altro lavoro delizioso.

Peccato per come questo autore si sia poi indirizzato verso tutt’altre musiche, avrebbe potuto sicuramente regalarci altre perle.

LO STRANIERO “Nera”, 2016, La Tempesta

Tuffiamoci nel presente (ogni tanto ci vuole).
I Lo Straniero ci hanno appena regalato il loro omonimo esordio, per la prestigiosa e sempre attenta La Tempesta, e questo è il video del loro singolo “Nera“.

Musicalmente siamo dalle parti del Consorzio Produttori Indipendenti (sempre sia lodato), particolarmente in zona Disciplinatha e Ustmamò, il video invece, in uno scintillante, e mai fuori moda, bianco e nero, ci regala una citazione bergmaniana, magari non originalissima, ma vivaddìo ! (averne).

Solito concetto: quando ci sono le idee non servono effetti speciali e vagoni di soldi.

ROBERTO DONNINI “Tunedless”, 1980, Lynx records

Altro lavoro molto interessante realizzato in Italia e (purtroppo) alquanto dimenticato.

Tunedless“, come ben specificato nelle note di copertina, è l’insieme di quattro composizioni di Roberto Donnini (figura poliedrica: architetto, ma anche molte altre cose) la prima delle quali, intitolata semplicemente “T“, è presente in questo disco in due diverse esecuzioni.

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T” sembra essere un brano che lascia ampio spazio all’improvvisazione, pur nei limiti circoscritti dall’autore, e, all’ascolto, sembra caratterizzato da una breve melodia insistentemente ripetuta dal piano elettrico, con piccole variazioni (vagamente glassiana), sulla quale i musicisti che partecipano alla realizzazione sovrappongono strati di suoni (non melodie, ma tendenzialmente toni lunghi e prolungati).

Nella versione presente sul lato A del disco, intitolata “T 1 A“, sono presenti lo stesso Donnini (piano elettrico, armonica), Maurizio Montini (Sinthi A), Carlo Bonomi (violoncello), Sauro Albisani (sax alto) e Albert Mayr. Registrata nel ’78 questa performance mi ricorda alcuni lavori di David Behrman, ma, forse, con una maggiore carica emozionale, più cuore, con questo piano elettrico che crea il fondale sul quale gli altri musicisti possono aggiungere le loro sonorità profonde e il loro respiro.

La performance presente sul secondo lato, questa volta intitolata “T 2 A“, vede cambiare completamente la line-up che interagisce con Donnini. Troviamo quindi Stefano Fiuzzi (pianoforte), Jacqueline Darby (voce), Roberto Buoni (sax alto), Aldo de Bono (sitar), Michele Losappio (trombone) e Mino Vismara (violoncello). Come vedete la composizione non prevede un numero fisso di musicisti, né l’utilizzo sempre degli stessi strumenti.
Questa seconda esecuzione, datata 1979, rispetto all’altra suona più variata e meditativa al tempo stesso, con il violoncello più dinamico e la splendida voce della Darby a ripercorrere le magie che furono, in altri luoghi e qualche anno prima, di Joan La Barbara.
Va sottolineato come le due versioni suonino molto diverse l’una dall’altra, pur mantenendo una sostanziale identità di fondo, e siano entrambe assolutamente convincenti.

Due parole sulla piccola Lynx records (pochi dischi ma tutti di alto livello, basti fare i nomi di Lino Capra Vaccina e Arturo Stalteri), l’etichetta personale di Donnini che pubblicò questo lavoro (edizione numerata, pochissimi esemplari…) con una cura e attenzione rara nell’industria discografica, anche in quella cosiddetta indipendente, e un ricordo di Maurizio Pieri, tecnico del suono e del missaggio di questo disco, che, tantissimi anni fa, conosciuto per altre ragioni, mi convinse, fortunatamente, ad acquistare questo e gli altri dischi della Lynx.

Peccato che, a quanto pare, non ne uscirà mai una versione digitale, perché la qualità della musica lo richiederebbe.

Un’altra oscura perla della ricerca musicale italiana.

p.s. per altre informazioni www.robertodonnini.com

Un’ora con le canzoni di Juri Camisasca

Piccolo compendio al post precedente.
L’idea di questa playlist è quella di introdurre i lavori di Juri Camisasca a chi non lo dovesse conoscere (mi sono limitato all’universo delle sue canzoni, escludendo lavori più arditi).
Ho pertanto ripercorso la sua carriera in ordine grosso modo cronologico selezionando, a mio parere, i brani più significativi.

Alcune puntualizzazioni:

  1. la selezione è stata fatta a partire da quanto disponibile su Spotify (manca, ad esempio, l’intero album “Il carmelo di Echt“)
  2. de “La musica muore” ho privilegiato la versione fatta da Battiato, con lo stesso Camisasca a duettare, perché rarissimo caso di cover estremamente più riuscita dell’originale
  3. in molti casi a cantare sono altri artisti, questo perché, oltre ai suoi ottimi dischi, Camisasca spesso ha scritto per altri interpreti (tra questi anche Milva, assente per le ragioni di cui al primo punto)
  4. per il titolo, che non so se vi appare, sono debitore nei confronti di Christian Zingales
  5. le orecchie più delicate non si facciano intimorire dal primo (bellissimo!) brano, abbiano fede e proseguano l’ascolto

Buon ascolto