JON GIBSON “Relative calm”, 2016, New World records

Se c’è un musicista al cui pensiero le prime parole che mi vengono in mente sono umiltà e professionismo, questi è Jon Gibson.

Compositore e sassofonista, classe 1940, è uno dei componenti cardine del Philip Glass Ensemble praticamente da sempre (ma ha anche suonato con Steve Reich, Terry Riley e Lamonte Young, la crème de la crème del minimalismo).
Lontano dai riflettori e dalla stampa, anche quella specializzata, Gibson da sempre vive una sorta di doppia vita. Orchestrale e musicista perennemente in tour e, quasi privatamente, compositore di eccellente livello.

Sono pochi i dischi realizzati da lui (credo sette ad oggi, nell’arco di oltre 40 anni…), ma tutti più che degni di essere ascoltati.
Compositivamente appartenente alla corrente del minimalismo (o al post-minimalismo… dipende dai punti di vista), per quanto in lui ogni tanto l’indole del sassofonista prenda il sopravvento, sembra essere uno di quei compositori che scrivono musica solo quando i loro lavori facciano pressione per emergere, solo quando la creatività si trasforma in bisogno da soddisfare necessariamente.

Niente mestiere per lui, nessun obbligo con il mercato discografico.

Questo disco, il suo più recente, non posso certo definirlo il suo migliore, da questo punto di vista i suoi primi due lavori pubblicati dalla Chatam Square di Philip Glass negli anni ’70 restano inarrivabili, ma suona così piacevole e fresco che non posso non parlarvene. E suona fresco soprattutto se lo si confronta con i lavori dei suoi colleghi, storicamente più importanti ed influenti, che, dopo tanti anni, tanti dischi e tante composizioni, sembrano invece aver perso la capacità di sorprenderci, vittime di una aurea mediocrità che faticano a scrostare dai loro spartiti.

Relative calm” si struttura su quattro lunghi brani (tutti intorno ai 17-18 minuti), molto diversi tra loro, composti nei primissimi anni ’80 per un balletto di Lucinda Childs, e solo recentemente resi disponibili per la pubblicazione (meglio tardi che mai).

Si inizia con il brano che da il titolo al disco, “Relative calm (rise)“, il pulsare di un telegrafo innesca gli altri strumenti: un pianoforte ripetitivo più una marimba delicata e anch’essa minimale (alle percussioni in tutto il disco troviamo l’eccellente David Van Tieghem) più il drone di un organo, per una composizione che fa della grazia e della iteratività la sua arma principale, cullandoci in una spirale di ascesi ed eleganza.

Q-music (race)” parte con un pianoforte molto glassiano sul quale però si inseriscono le tastiere in maniera molto morbida, ascendendo e discendendo con accordi che sembrano ondeggiare sull’acqua. Anche questo brano non nasconde la sua matrice minimalista, pur deviando verso spiagge più delicate.

Extension (reach)” cambia atmosfera, tutto realizzato per sassofono soprano sovrainciso è caratterizzato da brevi frasi che si susseguono, non si capisce bene quanto ci sia di improvvisato o di scritto, ma il risultato è un lungo dialogare tra sé e sé, piacevolmente libero.

L’ultimo brano, “Return (return)” è il più leggero del lotto, con una ritmica e delle atmosfere che possono ricordare alcuni lavori di Andrew Poppy. Percussioni, tastiere e sassofono per un pezzo solo apparentemente facile e pop, ma in realtà sempre erede della musica minimale (e decisamente il brano più post-minimalista dell’intero CD).

Ribadisco il concetto: questo disco non è un capolavoro, e nemmeno il capolavoro di Gibson, ma la conferma di un artista che meriterebbe maggiore attenzione e maggiori riconoscimenti, perché sarebbe ora che la critica musicale non si facesse troppo condizionare dalle sirene del marketing e dal sapersi mettere in mostra, imparando a valutare gli artisti per le loro oggettive qualità.

Coerenza e costanza.
Forma e sostanza.

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FUTURO ANTICO “Futuro antico”, 1980, Black Sweat records

Quando nei primissimi anni ’90 comprai l’esordio in vinile del gruppo Futuro Antico, intitolato significativamente “Dai primitivi all’elettronica“, rimasi abbastanza deluso (soprattutto in relazione alle ottime recensioni che avevo letto).
Il gruppo, formato da tre musicisti di diversissima estrazione (Riccardo Sinigaglia, compositore di musica elettronica, Walter Maioli, ex-Aktuala e ricercatore di musica molto antica e Gabin Dabirè musicista di origine africana), aveva realizzato un disco nel quale si cercava di fondere le rispettive passioni e stili musicali, ma, almeno questa fu la mia impressione, i brani sembravano risentire di scarsa integrazione tra i tre con, di volta in volta, uno del gruppo a dare personalità ai brani e gli altri a fare poco più che da cornice. Il progetto sembrava mancare di omogeneità e reale integrazione tra i suoi componenti.
Riascoltato recentemente mi è sembrato migliore del ricordo che avevo, ma su questo, caso mai, torneremo nei prossimi mesi.

Quello che all’epoca non sapevo è che, prima del loro LP, era già stata pubblicata una cassetta autoprodotta a nome Futuro Antico contenente registrazioni risalenti addirittura al 1980.
A suonare c’erano solo i due italiani del gruppo: Sinigaglia alle varie tastiere elettroniche e agli effetti speciali più Maioli al ney (il ben noto flauto turco) e altri strumenti antico/primitivi (percussioni, flauti tibetani e armamentari vari).

Recentemente la Black Sweat records ha riproposto (per la prima volta) in CD questo lavoro che mi è, quasi per caso, capitato tra le mani.
E il disco mi è piaciuto davvero tanto.

Strutturato su quattro lunghi pezzi intorno ai 10 minuti, il disco vede interagire i due musicisti in maniera equilibrata e intensa.
Si parte con “Ao – ao“: le tastiere di Sinigaglia suonano ben memori del Riley di “Persian surgery dervishes” mentre il ney di Maioli disegna voli imprevedibili e incisivi. Un pezzo che si muove lentamente e rimane in costante equilibrio tra ipnosi e sprazzi di veglia.
Si prosegue con “Shirak“, stesse sonorità del primo brano e stessi riferimenti musicali (forse seconda parte di una medesima sessione di registrazione), ma una maggiore velocità e qualche momento di pura vertigine. Nelle tastiere qualche spruzzata kosmische sempre assecondata alla grande dal flauto di Maioli.
La terza traccia, “Uata Aka“, cambia mood: una leggera pulsazione elettronica, vagamente alla Cluster, sulla quale si innestano percussioni e flauto. Un pezzo di squisite libertà.
Conclusione in bellezza con il brano che da il titolo al disco (e al gruppo): percussioni, flauti e tastiere evocative in quello che appare come una specie di astratto panorama musicale dove si respira un’aria di bucolica e divertita mancanza di confini e steccati.

Per quello che mi riguarda una bella sorpresa.
Una interessante e meritoria riscoperta.

p.s. Bella la ecologica confezione del CD 🙂

p.p.s. Immagino che la Black Sweat records, e le altre etichette dedite a ristampe in ambito (più o meno) di musiche di avanguardia, abbiano le proprie buone ragioni per avere smesso di stampare le loro pubblicazioni ANCHE in CD, ma sappiano che esiste uno zoccolo duro di appassionati del supporto fisico che NON hanno il giradischi e NON vogliono comprare LP. Se questo disco NON fosse stato pubblicato anche su supporto digitale io NON l’avrei mai comprato. Siete sicuri che valga davvero la pena di non riservare una, magari piccola, tiratura in CD per quelli come me ?

TERRY RILEY “Music with balls”, 1969

Questa volta tocca ad un video abbastanza singolare.
Datato 1969 (1968 secondo alcuni) ve lo propongo per un paio di buone ragioni.
Intanto perché vede all’opera un Terry Riley ancora giovane mentre opera sulla strumentazione che lo ha reso celebre, specialmente dal vivo, ovvero organo e sax soprano più registratore e delay.
Mentre lui suona, intorno c’è tutto un movimento di palle che vanno e vengono, ben incorniciato da una regia del tutto in linea con quella cultura psichedelica e difuorista che in quegli anni non flirtava solamente con il rock ma anche con la musica contemporanea e di avanguardia.

Alla regia John Coney, mentre le palle si devono allo scultore Arlo Acton.

Insomma: ancora una volta vi invito a respirare l’aria del tempo che fu.

 

PAOLO JACHIA e ALICE PAREYSON “Franco Battiato. La cura – 27 canzoni commentate”, 2016, Fabio D’Ambrosio editore

– indispensabile premessa

Sono una di quelle persone che si è appassionata a Franco Battiato innanzi tutto per le sue qualità di musicista, e che, solo secondariamente, ha apprezzato i testi delle sue canzoni. Non dico che questi ultimi mi siano rimasti indifferenti (anzi…), ma pur riconoscendogli delle qualità non comuni nella scrittura di ciò che canta, e pur non nascondendo che alcuni degli stimoli disseminati nelle sue canzoni hanno trovato terreno fertile nel sottoscritto, se per me lui è uno degli artisti più importanti in circolazione lo si deve in primis all’aspetto musicale delle sue composizioni.

– ammissione di sottovalutazione

Nel comprare questo libro avrei dovuto capire a cosa andavo incontro. Avendo, in anni lontani, già letto un lavoro scritto da Paolo Jachia, sempre relativo a Battiato, avrei dovuto sapere cosa aspettarmi, invece, leggendo che si trattava di “27 canzoni commentate“, ho ingenuamente pensato che il commento si riferisse sia alle musiche che ai testi e che magari dalla lettura di questo libro sarebbero potuti emergere nuovi spunti o nuove informazioni. Colpa mia.

– di cosa parliamo quando parliamo di Battiato ?

Molto, forse troppo, spesso, coloro che analizzano l’opera, ma particolarmente i testi, di Battiato sembrano interessati soprattutto a parlarci di sé stessi e della propria visione del mondo, selezionando dall’imponente ed ecumenico “universo Battiato” le parti a loro più care e più confacenti ed ignorando (sostanzialmente) le altre, in una operazione che più che rendere merito all’artista sembra servire a dare dignità e prestigio alla loro (rispettabilissima, sia chiaro) dimensione culturale.

– il libro

Caratterizzato da una raffinata (e spesso efficace) impaginazione, questo libro, dopo una introduzione, che ne è anche una specie di manuale d’uso, analizza le 27 canzoni in questione: prima riportando il testo della canzone trattata e poi attraverso le note degli autori.

Premesso che in nessuna parte dell’opera si entra nel merito delle musiche di queste canzoni, e che quindi l’analisi tratta esclusivamente dei testi, notiamo subito la singolarità della selezione effettuata. Non tanto un percorso cronologico dagli esordi in avanti evidenziando i momenti più significativi o più ispirati, ma una scelta del tutto soggettiva che premia da un lato le canzoni (cosiddette) mistiche (“Fisiognomica“, “L’ombra della luce“, “Lode all’inviolato“…) e dall’altro dà grande risalto alle canzoni scritte con Manlio Sgalambro, con, tra le altre, ben 7 canzoni riprese da “L’ombrello e la macchina da cucire“.

Se la prima scelta non sorprende, la seconda è davvero singolare perché trattasi di un disco i cui testi sono stati scritti esclusivamente da Sgalambro (seppure tagliati e ricuciti da Battiato per le proprie esigenze musicali) e, più in generale, l’analisi del libro si sofferma su (relativamente) pochi brani con il testo scritto dal solo Battiato.
Se si voleva indagare la poetica di Battiato non era questa la scelta da fare (tra l’altro non si comprende la totale esclusione delle tante canzoni scritte per altri interpreti).

A partire quindi dal testo della canzone il libro ci inonda di riferimenti e interpretazioni relative ai suoi versi. I riferimenti (a libri, personaggi, altri autori, altre canzoni dello stesso Battiato…) sono a volte interessanti, a volte meno, a volte molto noti, a volte meno, ma il problema principale (a mio parere, sia chiaro) sono le interpretazioni.
Gli autori, esplicitamente, amano prima evidenziare, in poche righe, il significato (come scrivono loro stessi) essoterico della canzone, per poi riversare pagine e pagine su un (a mio parere molto presunto) significato esoterico della stessa. In questo modo partono con quelle che a me paiono elucubrazioni sostanzialmente gratuite e di dubbia dimostrabilità dalle quali si evincono le conoscenze degli autori (sicuramente ampie e qualitativamente importanti) e poco altro.
Un esempio tra i tanti può essere questo:

<<<E qui inizia ad apparire un’altra lettura possibile di “Vite parallele”, di questa canzone che racconta di esperienze esistenziali coesistenti e non coincidenti… a mio avviso, cioè, il testo della canzone va visto, ancora una volta, nella dinamica di essoterismo ed esoterismo, di messaggio e di significato di primo e secondo livello. A questo secondo livello (ovvero al di là della rappresentazione di un dialogo tra amanti) la canzone presenta un dialogo tra l’uomo peccatore e Dio – un dio, un essere superiore, la parte superiore del nostro dialogo interiore – tra l’uomo consapevole della propria ontologica vocazione al peccato e, però, consapevole anche dell’infinita misericordia di Dio.>>>

Siamo certi, o perlomeno fiduciosamente convinti, che nel testo scritto dai due siciliani ci fossero anche questi concetti, queste idee ? O sono testi sufficientemente aperti da permettere di vederci dentro (quasi) tutto quello che si vuole ?

Tra le convinzioni degli autori ce ne sono alcune che vengono ribadite moltissime volte e che però, ugualmente, non mi convincono. Che Battiato ami (anche) Leopardi è sicuramente cosa vera, che lo si trovi nascosto per ogni dove nelle sue canzoni io, personalmente, non lo credo. Anche perché agli autori sembra sfuggire la differenza tra una citazione (che può essere anche poco più che una cosa giocosa, una semplice strizzatina d’occhio) ed un riferimento vero e proprio.
Ad esempio: in “Aspettando l’estate” (canzone non trattata nel libro) Battiato a un certo punto canta “Aspettando l’estate, all’ombra dell’ultimo sole“, che è una chiara citazione di Fabrizio De Andrè. Certo, questo indica stima per De Andrè, ma nulla di più. Analogamente l’aver citato in alcune occasioni Leopardi non è detto che abbia chissà quali significati, tantomeno riconoscere Leopardi in versi che potrebbero non aver nulla a che fare con lui.
Quando gli autori scrivono (è sempre un esempio fra i tanti possibili, di Leopardi si parla tantissimo in questo libro) che in “Vite parallele” la frase “Aggiungo stella a stella” “rinvia o potrebbe rinviare anche a “noverar le stelle una a una” (dal “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia“) cosa stanno facendo ?
Stanno cogliendo qualcosa che davvero esiste nella canzone (e che ha un suo significato) o si stanno semplicemente sforzando di trovare un riferimento che in realtà non esiste (e se anche esiste non ha poi una grande importanza ?). Quanto c’è di gratuito e inventato in questa, ed altre, relazioni ?

Analogamente lavorano con vicinanze eventuali con il “Libro dei Salmi” o con Dante, in relazione al quale riporto parola per parola quanto scritto (nell’analisi di “Fortezza Bastiani“):
<<<Più celato un altro riferimento che ci conferma il valore iniziatico della “Fortezza Bastiani”. A nostro avviso il verso “Mi ritrovai seduto su una panchina” viene molto probabilmente dal secondo verso della “Commedia” dantesca: “Nel mezzo del cammin di nostra vita / Mi ritrovai per una selva oscura / che la diritta via era smarrita”. Anche qui dunque un percorso iniziatico verso la salvezza, la liberazione dalle “ossessione dell’Io” e del potere: al sonno e al peccato di Dante segue “il risveglio” della coscienza, dopo “la selva oscura” c’è così il sole del pomeriggio; dopo la pioggia, una promessa, in terra, di quella che sarà, dopo la vita, la nostra autentica gioia>>> (nell’originale i “Mi ritrovai” sono scritti in neretto)

Lascio a voi il giudizio su quanto sia pura speculazione e quanto ci possa essere di reale nella scelta di Battiato e Sgalambro di utilizzare l’espressione “Mi ritrovai” e pure vi lascio il giudizio sulla qualità e sostanza delle consequenziali interpretazioni fatte dagli autori, ma direi che questo esempio ben renda l’idea del tipo di ragionamenti che si trovano all’interno di questo lavoro.

Il libro inoltre sembra sia stato concepito per schede distinte poi assemblate insieme, ma, forse, nessuno dei correttori ha notato che al suo interno ci sono molteplici ripetizioni (frasi dette da Battiato, concetti espressi dagli autori) che ne rendono fastidiosa la lettura. Se, ad esempio, vogliamo sottolineare che Battiato crede nella reincarnazione, non credo sia necessario ribadirlo ogni volta che una canzone tocca quel tema, e ribadirlo citando ogni volta la stessa frase o lo stesso concetto. Forse sarebbe stato proficuo un lavoro di sforbiciatura qui e là (o magari non scegliere tutte le canzoni che si occupano di un certo tema, il canzoniere di Battiato è sufficientemente ampio da dare molte e diverse opportunità).

– misteri

All’interno del libro poi ci sono delle scelte misteriose.

Perché mai dedicare un capitolo a “Il carmelo di Echt“, canzone scritta da Juri Camisasca e che Battiato ha solo arrangiato e interpretato, per poi al suo interno parlare di Alice ?
Perché dedicare un capitolo a “Le nostre anime” per poi, al suo interno, parlare esclusivamente di Manlio Sgalambro (a cui, secondo gli autori, la canzone sarebbe dedicata) ?
Che modo sarebbe quello di commentare una canzone partendo per la tangente e parlando d’altro ?

Quando poi arrivano a citare una frase (l’iniziale “Il cielo è primordialmente puro ed immutabile, mentre le nubi sono temporanee“) da “Io chi sono ?” (canzone non trattata nel libro, ma semplicemente richiamata en passant), dopo tanti riferimenti supposti e improbabili, gli sfugge il fatto che questo frammento di testo Battiato l’ha ripreso pari pari da “Dipinti di arcobaleno” (capitolo 15, “Purezza“), libro scritto da Tulku Urgyen (evidentemente meno interessante di Leopardi agli occhi degli autori).

– conclusioni

Per quello che mi riguarda questo è un libro inutile.
Per quella che è la mia sensibilità, per quelli che sono i miei interessi, le mie conoscenze e il mio modo di vedere le cose, qui c’è troppo poco Battiato e sono invece un po’ troppo presenti i due autori. Inoltre è mia precisa convinzione (non solo relativa a Battiato) che i testi non vadano spiegati e che, a prescindere dalle volontà degli autori, che noi non conosciamo, essi non contengano significati dati una volta per tutte.
Con i testi tutti noi viviamo un personalissimo corpo a corpo dal risultato del quale emergono interpretazioni, illuminazioni, impressioni, suggestioni rigorosamente soggettive.
Tutte legittime e tutte sacrileghe

Questo naturalmente non toglie che altri possano invece trovare affascinanti le tesi qui proposte e il modus operandi portato avanti da Jachia e Pareyson.

Probabilmente è una questione di linguaggi diversi.

5 dischi elogiati da Valerio Mattioli nel libro “Superonda”

  • Claudio RocchiVolo magico n.1” (1971)
    Con “Volo magico” Rocchi firma l’apice della civiltà psichedelica italiana e l’inno dilatato che la comunità underground aspettava da anni
  • Luciano CilioDialoghi del presente” (1977)
    “Dialoghi del presente” è un disco di una bellezza disarmante. Fa venire alla mente un rito misterico umanissimo e caldo, un reticolo di timbri (tutti acustici) che dolenti fluttuano trai riflessi di un lago a fine estate
  • Lino Capra VaccinaAntico adagio” (1978)
    Un autentico, irripetibile e precario capolavoro di minimalismo alla Steve Reich e spleen mediterraneo che però, come al solito, uscirà troppo tardi (nel 1978) e nell’indifferenza quasi generale
  • Franco BattiatoSulle corde di Aries” (1973)
    Quando alla fine del 1973 arriva nei negozi “Sulle corde di Aries” è chiaro a tutti che la personale “Conversazione in Sicilia” di Battiato ha prodotto non solo un musicista molto distante da quello che il pubblico aveva conosciuto appena un anno prima, ma uno dei dischi più belli mai usciti in Italia fino a quel momento, e anche dopo, aggiungerei
  • Canzoniere del LazioLassa sta la me creatura” (1974)
    Opera dall’aria torbida e pesantemente esoterica, i cui solchi profumano di zolfo e acqua santa assieme, “Lassa sta la me creatura” è il titolo che certifica il “tradimento” del Canzoniere del Lazio. Ed è anche il capolavoro del nuovo folk italiano


In corsivo testi tratti dal libro di Valerio MattioliSuperonda“.