LAVERNA (terza parte)

Altra cinquina di lavori pubblicati dalla nostra prediletta net-label Laverna (le precedenti le trovate qui e qua).

Partiamo con “A long white sleep” di Leonardo Rosado. Quattro brani per 20 minuti caratterizzati da estrema brumosità, un’elettronica fosca e glaciale per niente rassicurante, ma molto affascinante.
Come spesso accade in questo tipo di musiche dietro un apparente immobilità c’è invece un intero universo di continui microcambiamenti che rendono l’ascolto interessante e coinvolgente. Più estatica l’iniziale “Variation in white n.1“, più rumorosa “Variation in white n.2“, più letargica “Variation in white n.3” (forse la traccia più convincente, come un guardarsi attorno di chi riesce a cogliere nel profondo l’essenza della natura), più vicina a certe atmosfere eno-ane (“On land“) la conclusiva “Variation in white n.4“.
Una musica capace di grande suggestione.

Anacleto Vitolo, qui con lo pseudonimo di AV-K, presenta nel suo “A centripetal fugue” oltre mezzora di suoni elettronici di squisita fattura e discreta varietà. “290513“, dark-ambient molto sporca e lacerata, introduce perfettamente questo rigoroso lavoro, segue il brano scelto per intitolare il disco, che profuma dei primi Kraftwerk, o dei primi Cluster, con suoni elettronici (che sembrano) analogici molto ben modulati, squisita descrizione di un sereno panorama post-industriale. Si prosegue poi con le vibrazioni ricche di disturbi, rumorini e pulsazioni di “Amniotico” (vagamente alla Biosphere), con “Frefall in slow motion“, immobile e celestiale, “Anxiety” e “S-FLM” , dai bassi profondi e lo sguardo dentro l’abisso. Si conclude l’ascolto con la ventosa “Rising“, le cui aperture mi ricordano certi momenti del Battiato di “Genesi” (ma mooooolto più dilatati).

Posthumous innocence” di Item Caligo  (al secolo Sergey Epifanov) è un ottimo lavoro tutto incentrato sul pianoforte e un clima malinconico-depresso. Quattro brani per circa mezzora a iniziare dai toni cimiteriali dell’ottimo “Faded before blossom” (poche note di pianoforte ripetute, con le dovute variazioni, con intristita insistenza tra azzeccati e, giustamente, contrastanti field recordings). Stessa atmosfera anche per “Stained” (ma con un pianoforte più leggero, rumori di passi, sguardo ora leggermente alzato verso il cielo), mentre “Rest in apathy part 3” torna su toni particolarmente plumbei (e qui la ripetizione del pianoforte si fa molto minimalista oltre che funerea). La conclusiva “Rest in apathy part 4” prosegue seguendo la formula delle tracce precedenti ma è quella che forse suona più solare: pianoforte molto ripetitivo, rumori d’ambiente e un pizzichino di elettronica vengono messi al servizio di un sentimento meno angosciato e libero di mostrarsi. Un lavoro delizioso.

Proseguiamo con il lunghissimo (abbondantemente oltre l’ora) “A distant veil” firmato da Orrorin Daydream, misterioso progetto belga il cui unico componente ci delizia con una dark-ambient sporca e nebbiosa in bilico tra certo Biosphere e certo industrial ritual-dronante. Particolarmente affascinanti le due lunghe composizioni che aprono e chiudono il disco: “A bestiary” (11 minuti di ipnotica risacca elettronica) e “Some words” (17 minuti di continuo e sommesso ringhio elettronico intarsiato da rumori angoscianti, un lento frustrante crepuscolo verso il nulla) insieme agli 8 minuti di “A somnolence” (moribund chorus e andamento lentissimo, vagamente vicino al finale di “Pollution“).

Concludiamo con “The summer of love” che sarebbe già di suo un buon lavoro di elettronica immobile e gelida realizzato da Marco Lucchi. Tre tracce per la solita mezzoretta scarsa di musica.
Spicca per contenere al suo interno un pezzo semplicemente bellissimo. Intitolato “Electric Eden” è caratterizzato da fortissimi, ma raffinati quanto espliciti, riferimenti al Battiato 1974-1975, e in particolare alla canzone “No U turn“. Chi ha amato quel Battiato e quella canzone non potrà non apprezzare questi quasi 9 minuti di omaggio realizzati trovando un prodigioso equilibrio tra citazionismo e scrittura compositiva, desiderio di manifestare l’amore per certa musica e trascenderla.

Per ora ci fermiamo, ma state tranquilli, to be continued 🙂


Chi fosse curioso di queste musiche e desideroso di verificare quanto scritto sopra, può farlo agevolmente utilizzando i link che trovate qui sotto.

Leonardo Rosado
AV-K
Item Caligo
Orrorin Daydream
Marco Lucchi

Annunci

MEG “Distante”, 2008, Multiformis

Capita abbastanza spesso che, dopo avervi parlato di un determinato disco di un certo artista, io ascolti un altro suo album e lo trovi sostanzialmente analogo al precedente. Ugualmente bello.
Non reputo però utile scrivere un ulteriore articolo per la semplice ragione che dovrei sostanzialmente ripetere i medesimi concetti. Ciò non toglie però che anche questi altri dischi meriterebbero un post e che, anche se non ne parlo, il mio giudizio in merito sia largamente positivo.

E’ il caso, ad esempio, del secondo album solista di Meg, “Psychodelice“, che conferma ampiamente le belle parole spese da me per il suo omonimo esordio.

In questo secondo lavoro spicca la collaborazione, riconoscibilissima, con Stefano Stylophonic Fontana le cui macchine arrotondano alcuni degli spigoli dell’elettronica tipica della cantante e musicista partenopea.
Un esempio è questo ottimo brano impreziosito da un bel video che, come piace a me, ormai lo sapete, ben sviluppa una idea semplice, ma efficace.

Lo dedico ai miei lettori e alle mie lettrici che amano il rosa.

LAVERNA (seconda parte)

Seconda cinquina di album/EP prodotti dalla netlabel electro-friendly Laverna (la prima parte la trovate qua).

cecchinatoPartiamo con “Pulsar evenings“, lavoro di media durata (46 minuti) di Manuel Cecchinato Posadas. Cinque lunghi deliziosi brani che vanno dalle atmosfere quartomondiste di “Pulsar evening 1” (con la tromba di Daniele Goldoni a ricamare, con l’aiuto del pianoforte, sopra una base elettronica dal beat insistito), al Milesi in progressione di “Pulsar evening 2” (basato su una minimale frase di pianoforte intorno alla quale l’elettronica disturba e innerva, con gran classe), fino al minimalismo vagamente alla Palestine di “Pulsar evening 4” (pianoforte rapido e ossessivo che si intreccia benissimo con una elettronica glitch e una ritmica frammentata) in quello che è forse il pezzo più originale del lotto.
Un lavoro interessante e prezioso

stellapolanskyGhost window” di Stella Polansky (5 tracce per una mezzoretta di musica) è un lavoro con forti reminiscenze ambient ma molto aggrappato al nuovo millennio. L’iniziale “Freste klep” si apre con una nebbia e una malinconia molto basinskiana alla quale però si aggiunge una chitarra acustica a portare un po’ di sole. Seguono gli altri brani che si muovono su coordinate analoghe con particolare attenzione per il lungo “Floating boat” caratterizzato da un delicato vento elettronico che sembra esplorare gli spazi intorno a noi (e a lui) dai quali emergono radi suoni concreti (ma nessuna parvenza di vita, salvo la solita chitarra nel finale) e la conclusiva “In winter’s bones” dall’elettronica glaciale e le atmosfere (uniche a presentare anche delle voci umane) degne del miglior Biosphere (e a casa mia questo è un gran complimento).

bingsatellitesHigh fidelity” di Bing Satellites (3 tracce per poco meno di mezzora) si muove su coordinate a metà tra l’ambient-quartomondista e i corrieri cosmici. Si apre con “High fidelity“, un brano che distilla il meglio dei Tangerine dream periodo post-Phaedra con morbide percussioni a dare ritmo a suoni elettronici vagamente space caratterizzati da una interessante ascesa verso l’armonia. Senza una reale interruzione il brano sfocia in “Caterpillar dance” che pare essere una versione più rallentata e atmosferica del brano precedente. Chiude il lavoro “Space between your ears“, il più ambient del lotto, dove spariscono le percussioni tribaloidi e si entra in una dimensione vagamente mistica, piena di good vibrations ed echi di certe cerimonie tibetane. Globalmente un lavoro di sostanza che magari non stupisce con effetti speciali, ma si lascia ascoltare con grande soddisfazione.

haloXVIThe dreaming E.P.” di Halo XVI (anche in questo caso il lavoro si estende per la solita mezzora, per 5 tracce di varia lunghezza) è ambient purissima, solo venata da qualche oscurità, dotata di interessanti sviluppi all’interno dei suoi brani (una sorta di immobilità in divenire tutt’altro che scontata). Lo si avverte nelle note di pianoforte nell’iniziale “A different afternoon“, ben inzuppate in suoni elettronici, nelle tastiere soffuse e nei vocalizzi della deliziosa “Lost evenings” (con echi dei Cluster più morbidi), nella lunga “Night moves” dagli echi west-coastiani (nel senso della scuola ambient cresciuta in California negli anni ’80 intorno alla figura di Steve Roach).

roomsdelayedChiudiamo questo secondo post dedicato alla Laverna con “Flickering traces“, lavoro accreditato a Rooms delayed (progetto che fa capo a Vincenzo Nazzaro), che si sviluppa attraverso 5 tracce che compongono (la solita) mezzora di ambient classicissima realizzata a partire da una chitarra elettrica sapientemente trattata. Toni lentissimi a volte profondi, “Somewhere near“, a volte meno, “Every day, early morning“, a volte meravigliosamente oscuri, “Centerlight shade“, a volte piuttosto languidi, “Flowing across“. Inevitabilmente il pensiero va a certe (splendide) cose di Fripp & Eno.

Al solito il consiglio, oltre a dargli e darmi fiducia, è di assaggiarli utilizzando i link che trovate qui sotto.

Manuel Cecchinato Posadas
Stella Polansky
Bing Satellites
Halo XVI
Rooms delayed

Alla prossima 🙂

PLAID “Itsu”, 2003, Warp

La musica dei Plaid si è spesso integrata con video di buona o ottima fattura, in un caso addirittura un loro album, “Greedy baby“, uscì con allegato un dvd contenente un videoclip per ognuno dei brani presenti nel cd.

Ovvio che la mancanza dei testi aumenti la possibilità di costruire su queste musiche quello che si vuole, ed è quindi relativamente facile avere una buona idea e (ben) realizzarla abbinandola a questi suoni elettronici, ma molto caldi.

Tra i loro video più riusciti c’è questo “Itsu” (un brano minore del gruppo, proveniente da una specie di maxi-singolo di complicata reperibilità).

Lo dedico ai miei amici vegetariani.

STEPHAN MATHIEU, “Radioland”, 2009, Die Schachtel

Per parlare di questo disco partiamo dalle (scarnissime) note di copertina. Dice l’autore, riguardo la genesi e la realizzazione di questo lavoro: “Radioland is exclusively based on realtime processed shortwave radio signals, received, transformed and recorded on various locations“.
E in effetti dice più o meno tutto quello che c’è da dire.

333Ce lo immaginiamo di notte, in campagne poco frequentate, magari non lontano da un caminetto, ricevere questi segnali sulle onde corte e processarli secondo il suo gusto musicale e la sua sensibilità. Ed il risultato è una musica molto intrigante, lenta e mutevole come nelle più classiche realizzazioni ambient, con però una tendenza al microdisturbo, allo sfrigolare, che rende i suoni un pizzico meno digeribili del solito, e, seppure ci avvolgono in spirali ipnotiche, ridestano continuamente la nostra attenzione.

Il disco si apre con i dieci minuti di “Raphael” e ci accoglie con questi suoni che potrebbero davvero provenire da qualche paradiso popolato da arcangeli, suoni elettronici ma molto vivi, mai freddi, casomai potremmo definirli alteri, evocanti certa lenta levitazione di immaginarie macchine futuribili che spesso incontriamo nei film di fantascienza.
Seguono altri due arcangeli: “Gabriel” (immobile, sembra guardarsi attorno, con la musica che lentamente si diffonde tutto intorno a noi, come litri di olio versati in uno spazio tridimensionale) e “Michael” (anch’esso immobile, ma più oscuro, con un sottofondo molto particolare di suoni lontani ed energia elettrica che frigge ostinatamente).

Tre brani da gustare con attenzione, passione e soddisfazione.

A questi brani più lunghi seguono altri brani un pochino più brevi tra i quali spiccano la serena passeggiata sotto le (radio)stelle di “Promenade” (pulsare und quasare), il sussurrare nascosto di “Licht und finsternis zum auge” con le sue frequenze che si inseguono sopra la nostra testa come insetti attirati dalla luce di una lampada aumentando continuamente di numero, e la conclusiva (?), e bellissima, “Prolog in himmel” che parte più violenta degli altri pezzi, ma poi disvela presenze vocali paradisiache (ma sempre in uno strano limbo tra l’essere e il non essere), fantasmi di voci colte chissà come che elargiscono sonorità davvero celesti (sempre sopra un sottofondo eternamente sfrigolante e senza pace).
Tra le cose migliori ascoltate in questi ambiti negli ultimi anni (e mi fa piacere che sia stato pubblicato dalla nostrana Die Schachtel).

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Elektronenklange aus dem Radioland. 😉

p.s. Esiste anche una versione dal vivo intitolata “Radioland (Panorámica)” ugualmente interessante ma, a mio parere, meno riuscita rispetto a questa edizione.