NICOLA RATTI “220 tones”, 2011, Die Schachtel

Se questo disco fosse uscito negli anni ’70 l’avrebbe pubblicato la Cramps, probabilmente nella sua collana “DIVerso“, quella dedicata a musicisti che dialogano con i propri strumenti e ne esplorano le possibilità. Invece siamo nel nuovo millennio ed è la sempre coraggiosa Die Schachtel a dare spazio a questo interessante lavoro di Nicola Ratti.

La bella (ma parca) confezione non ci racconta granchè sulla genesi e la realizzazione di questi pezzi, ma l’impressione è che siano frutto del lavoro solitario di Ratti, alle prese con le sue chitarre, qualche vecchio synth e tanta voglia di frugare negli angoli del suono.

Piccoli loop, glitch polveroso, pochi accordi di tastiera, la chitarra usata più come fonte di suono da manipolare che come produttrice di melodie e armonie… quello che si respira qui è l’amore per il suono, il piacere di costruirlo pezzo a pezzo, artigianalmente, la voglia di suonare musiche senza confini. E il risultato è un disco di gran gusto e piacevole all’ascolto (non siamo lontani dalle parti di Area C, ve ne parlai poco tempo fa in questo post) il cui unico difetto è la relativa brevità (meno di 40 minuti…).

I momenti eccellenti del disco sono l’iniziale “Air resistance“, loop delicatissimo sul quale vengono infiorettati rumorini e armonie con gran gusto mentre dal nulla emerge un ritmo grasso e narciso che a sua volta trascina con sé altri suoni elettronici in una sorta di catena senza fine in cui tutto porta con sé qualcosa d’altro, “Doom set“, che parte con un contrasto tra l’organo immobile e una tagliente ritmica glitch per poi costruire su queste basi un lento precipitare a spirale tra suoni ossessivi e pulsazioni insistite, i balbettii di “Untitled #2“, frammenti di voci campionate sopra una schiuma glitch e ritmi vari che si alternano sullo sfondo, lo stagno elettronico di “Twin set” dalle acque del quale lentamente emerge, tra il gracidare iniziale e le libellule in volo, un accordo di visionaria imponenza.

Il pezzo però che preferisco (ma lo sapete che per queste cose sono malato) è “Cathrina“, che nell’utilizzo di rumori acquofoni, nella sua struttura libera che porta verso una catartica ascesa, mi rimanda (molto da vicino) ad alcune sezioni di “Pollution/Ti sei mai chiesto quale funzione hai ?” (Battiato, 1972) con, ovviamente, una consapevolezza sull’uso dei rumori che Battiato all’epoca aveva solo intuito.

Suoni sporchi e sdruciti, ma affascinanti e pervasivi.

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