CARLO SILIOTTO “Ondina”, 1979, Philips

Ho comprato il sesto cofanetto della serie “Universal Music Collection – Progressive Italia – gli anni ’70” perché al suo interno comparivano le primissime riedizioni digitali di “Cold nose” di Franco Falsini (chitarrista leader dei Sensation’s fix, qui in versione solista per un disco molto interessante al confine tra minimalismo rileyano e musica cosmica) e di “Movimenti nel cielo” di Maurizio Fabrizio (album dalle ambizioni oldfieldiane realizzato con tutta l’ottima “banda Branduardi” nel 1978 quando questo gruppo di musicisti era allo zenit della sua popolarità).
La grande sorpresa è stata invece questo disco di Carlo Siliotto che non conoscevo (se non di fama).

Alla fine degli anni ’70 molti dei musicisti italiani che si erano a lungo confrontati con le musiche tradizionali del nostro paese sembrarono sentire il bisogno di realizzare dischi nei quali tutto ciò che avevano imparato e scoperto riguardo la musica tradizionale dovesse integrarsi da un lato con la loro creatività e desiderio di esprimersi e dall’altro con tutte quelle altre musiche che in quegli anni li avevano appassionati.
Anche se oggi può sembrare strano nei grandi festival pop e raduni degli anni ’70 era consuetudine che suonassero di fronte al medesimo pubblico sia gruppi rock abbastanza canonici, sia musicisti più portati per la sperimentazione, sia musicisti affascinati dalla riscoperta di ritmi, melodie e strumenti tradizionali. Non c’era nessuna ragione per cui chi ascoltava la PFM non ascoltasse anche il Canzoniere del Lazio o la Nuova compagnia di canto popolare. Tutte queste musiche rientravano nel calderone ribollente che in quegli anni proponeva ovunque sonorità (fino a quel momento) inaudite.

Il risultato di tutto questo bailamme sono stati alcuni dischi belli e preziosi tra i quali non posso non segnalarvi, sia come esempio che come suggerimento, capolavori quali “Carnascialia” dell’omonimo collettivo e “Mauro Pagani” disco d’esordio solista dell’ex-violinista della Premiata Forneria Marconi.

Anche “Ondina” va inquadrato in questo momento storico e musicale e come i dischi di cui sopra cerca di unire elementi provenienti da diversi mondi (e diversi tempi) musicali.
Se la partenza è con la filastrocca “Filodiperle” (dalle parti del “Volta la cartadeandrèiano) è con il secondo brano, lo strumentale “Il mare salato“, che iniziamo a comprendere dove vuole portarci l’autore: chitarre e violini, e poi ottoni, a contrapporsi secondo arcaici ritmi mediterranei trasportati ai giorni nostri da qualche strana macchina del tempo (e qui il fantasma del grande Canzoniere del Lazio è più che una impressione…).
Si fanno anche molto apprezzare la veloce “Porto d’Oriente” dai colori mediorientali, i mandolini della sinuosa “C’è una donna” che nel finale si trasforma in una festa di percussioni sulla quale il violino di Siliotto fa meraviglie, i ritmi divertiti di “L’isola di Lamu” tra Caraibi e Mediterraneo, la conclusiva trascinante “Ondina” dalle ampie aperture armoniche con tanto di assolo finale (chitarra elettrica più tromba) da brividi.

Il difetto principale di questo lavoro è la voce di Siliotto che non sempre è all’altezza del contesto (del quale fanno parte, tra i tanti, eccellentissimi musicisti quali Edda Dall’Orso, Danilo Rea, Maria Nunzia Tambara, Marcello Vento, Giorgio Vivaldi…) tanto da ricordare i momenti meno brillanti di Mario Castelnuovo (ed è tutto dire…).

Uno dei tanti piccoli capolavori musicali lasciati ammuffire nei cassetti delle case discografiche per decenni.

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