RADIODERVISH, “Lontano”, 2013, Sony music

Lontani dalla grancassa mediatica e parimenti lontani da tutto ciò che è trendy, i Radiodervish continuano il loro lavoro artistico e politico che getta ponti tra l’Italia e la Palestina, tra l’Europa e il Medio Oriente.

Questo che segue è il loro ultimo video, “Lontano“, estratto dall’album “Human“, ennesimo gioiellino pieno di canzoni cesellate artigianalmente e dai sapori raffinati e robusti allo stesso tempo.

Questo video, abbastanza classico nelle scelte estetiche, ci è piaciuto per l’attenzione ai dettagli.
Ed anche se è vero che “il diavolo è nei dettagli“, tutto le volte che un artista ci costringe a notare qualcosa che normalmente ci sfuggirebbe la parola arte si rinforza e ci appare come più compiuta.

ANOUAR BRAHEM TRIO “Astrakan cafè”, 2000, ECM

Sarebbe facile per questo disco scomodare tutto l’immaginario occidentale relativo al Medio Oriente (da “Le mille e una notte” a luoghi al limite del mito come Samarcanda) e non sarebbe neanche del tutto fuori luogo, ma qui, in verità, abbiamo a che fare innanzitutto con un musicista dalla squisita sensibilità e dal rigore straordinario.

Anouar Brahem è uno dei massimi interpreti contemporanei dell’oud, il liuto arabo, ma non pensate ad un semplice esecutore (per quanto dotato) di traditional della sua terra. Brahem è un musicista contemporaneo che vive pienamente la sua contemporaneità.

Come tutti ha interiorizzato temi, modi e ritmi della sua terra, ma si è anche confrontato con musicisti appartenenti ad altre culture e ha vissuto, musicalmente parlando, una vita con le finestre sempre ben aperte.

Il risultato di tutto questo è una musica che, pur essendo ostinatamente contemporanea, porta con se i profumi di tante e diverse terre miscelate con abilità e istinto musicale sopraffini.

In questo gioiellino pubblicato dalla storica ECM l’artista tunisino è accompagnato dal clarinetto di Barbaros Erköse (musicista turco) e dalle percussioni di Lassad Hosni (anche lui dalla Tunisia) in un viaggio (più mentale che fisico) attraverso svariati luoghi dell’Asia, privilegiando quelle ex-repubbliche sovietiche (Turkmenistan, Azerbaigian)) celebri per essere stati luoghi di molteplici incroci culturali. I 14 brani di questo lungo CD sono quasi tutti scritti da Brahem e dai suoi collaboratori (ribadisco, niente musica tradizionale) e ci trasportano, con infinita dolcezza, insieme a loro in giro per questi luoghi attraverso composizioni che, pur concedendo largo spazio all’improvvisazione, risultano ammalianti e piacevoli come raramente ci capita di ascoltare.
Perfette musiche per accompagnare l’equilibrio di un the alla menta alla Medina o affidarsi pigramente alle volute di un narghilè. Gli strumenti dialogano tra di loro (a volte raddoppiandosi, a volte contrapponendosi) in un elegante e pacifico incontro dai toni sempre delicati e mai volgari, con melodie che ogni tanto compaiono a deliziarci ma più spesso cedono il posto ad una sorta di flusso cangiante e avvolgente di primissima qualità.

Questa musica è seta arabescata, uno di quei tessuti che l’industria non sarà mai capace di replicare e solo la antica sapienza artigiana può correttamente realizzare.

Difficile trovare qualche brano più riuscito degli altri: forse “Ashkabad” con le percussioni trascinanti e ossessive, il clarinetto a disegnare melodie e l’oud in mezzo a fare entrambe le cose in una scintillante irresistibile sintesi, o “Halfaouine” dai classici sapori mediorientali con le ampie volute di Erköse intervallate dagli inserti di Brahem che da accompagnamento al clarinetto si trasformano in controvoce dello stesso in un gioco dalle regole misteriose dove non perde mai nessuno, o, ancora, “Parfum de gitane” dove la Tunisia incontra attraverso sentieri conosciuti solo ai migranti frammenti di Europa in un mix solo apparentemente azzardato, per non parlare della maestosa “Astara” dall’incedere imponente capace di farci intuire le bellezze della capitale azera o delle vertiginose accelerazioni derviscie di “Nihawend lunga“, ma è tutto il disco a muoversi su livelli altissimi e quasi ogni traccia meriterebbe una citazione.

E il fatto che il disco sia stato registrato nel monastero di San Gerold in Austria credo abbia aggiunto quella serenità e quella tranquillità necessarie perché gli esecutori potessero esprimersi al loro meglio.

Quando la musica è incanto.

RADIODERVISH in concerto a Roma, 12/11/2007

Concerto di presentazione del nuovo disco “L’immagine di te” nella ormai consueta (per loro e per me) cornice dell’Auditorium Parco della Musica. Gruppo in formazione “pop” coincidente con quella che ha suonato nel loro ultimo lavoro (al duo storico si sommano le immancabili tastiere di Alessandro Pipino, la batteria di Antonio Marra ed il violino di Anila Bodini) per un concerto che ha alternato sapientemente nuove e vecchie canzoni.

Bella serata, con molti momenti riusciti ma con alcuni aspetti, in parte negativi, che forse vale la pena sottolineare.

 

In questa versione i Radiodervish tendono, in concerto, ad appiattire gli arrangiamenti rendendoli un po’ tutti uguali perdendo molti degli aspetti che distinguono il sound dei loro brani in studio. Paradossalmente (per un gruppo che ha fatto del set live una sua precisa cifra stilistica) sembra scomparire sul palco quella fantasia e quella ricerca sonora che nei loro dischi (specialmente gli ultimi) è utilissima a dare ad ogni canzone la propria personalità (e, stranamente, è nei set acustici, più spartani, che questo problema si nota meno).

Il batterista mi sembra invece un po’ troppo pestone e rockettaro per la loro musica. Mentre nel CD appena uscito (forse anche grazie ad un attento missaggio) il suo ruolo è funzionale, dal vivo mi sembra inutilmente presente e debordante (ammetto però che in sala ero proprio davanti a lui e forse mi arrivavano, oltre ai suoni amplificati, anche quelli diretti dei suoi tamburi).

Pipino suona con diligenza (e qualche, perdonabile, imprecisione), ma sembra, nonostante faccia parte del gruppo da molto tempo, un tantino estraneo alle sonorità morbide del gruppo, è uno spettacolo vederlo scatenarsi e dimenarsi durante l’esecuzione di “Avatar” (uno dei brani migliori del disco nuovo e quello che svela l’anima tunz-tunz-tunz del gruppo) perdendo la testa appresso alle sue macchine con una partecipazione che negli altri brani è, purtroppo, appenna accennata.

 

Ma la folgorazione della serata è stata Alessia Tondo, questa ragazzina salentina che sul disco duetta con Nabil in “Yara” e che qui ha cantato con lui anche un traditional (non sono sicuro del suo titolo… la numerosa fetta di pubblico di origine pugliese lo ha subito riconosciuto tributandogli un’ovazione, potrebbe trattarsi de “Lu rusciu de lu mare“).
La voce di Alessia colpisce al cuore ed emoziona come pochissime delle voci che ho conosciuto nella mia vita di ascoltatore. Se teniamo conto della giovane età e della relativa poca esperienza ci rendiamo conto che non c’è praticamente limite al suo futuro musicale. Potrebbe tranquillamente diventare, se già non lo è, la nostra Teresa Salgueiro per l’impressionante capacità e raffinatezza nel modulare le note, nel muoversi tutto intorno e dentro al pentagramma con naturalezza e precisione chirurgica. L’avevo sentita in una Notte della Taranta di tre o quattro anni fa e mi aveva positivamente colpito, ma adesso è chiaro che non siamo solo di fronte ad una bambina-prodigio ma ad una artista che potrà donarci momenti intensi e di altissimo spessore (sempre che non venga traviata dall’industria canzonettara).

 

Infine un concorso senza premi:

chi mi aiuta a riconoscere a quale canzone somiglia “Stella briciola di campo” (una delle canzoni del nuovo disco) con particolare riferimento alla melodia cantata da Nabil nelle prime strofe ?

Dal primo momento che l’ho sentita mi è suonata familiare ma non riesco proprio ad annodare i fili della mia memoria (ormai) incartapecorita e ad individuare a quale melodia mi rimanda (perdonatemi, ma ultimamente sono molto intrigato da plagi, somiglianze, ricopiature e roba simile).

 

www.radiodervish.com

RADIODERVISH in concerto a Roma, 17/6/2005

Tra i tanti spazi scelti dal Comune per le manifestazioni dell’Estate Romana ho da sempre una predilezione per il laghetto di Villa Ada dove si svolge, da oltre 10 anni, una interessante kermesse musicale, dedicata soprattutto alla cosiddetta world music, intitolata significativamente “RomaIncontraIlMondo“, all’interno della quale hanno suonato decine di solisti e gruppi provenienti da tutti i continenti.

Il palco situato a ridosso delle acque del laghetto, gli alberi del parco tutt’intorno, i tavolini dove ci si può sedere per seguire il concerto o per mangiare un kebab, un tabulè, una pizza o un pollo al curry, l’illuminazione discreta… tutto contribuisce a rendere questo spazio una oasi di pace che, pur essendo a tutti gli effetti all’interno della città, ci da l’impressione di esserne molto lontani.

In questo scenario perfetto e alla presenza di un pubblico abbastanza numeroso e molto caloroso ha suonato un buon concerto il duo/non duo italo-palestinese dei Radiodervish. Si sono presentati in una formazione che, oltre al vocalist Nabil Salameh e al bassista/chitarrista Michele Lobaccaro (i due cardini del gruppo), vedeva sul palco le ormai consuete tastiere di Alessandro Pipino, la batteria di Antonio Marra ed un trio d’archi tutto al femminile per impreziosire ulteriormente le armonie.

Il set presentato, molto morbido e riflessivo, mi è sembrato fosse più adatto ad una esecuzione in un teatro ed è risultato un pochino dispersivo in uno spazio aperto come questo.
Ciò nonostante il pubblico ha mostrato di apprezzare la musica proposta: sia applaudendo i brani del recente lavoro “In search of Simurgh“, presentati nella primissima parte della serata e caratterizzati da ritmi molto lenti ed atmosfere eteree, sia entusiasmandosi per i brani del loro penultimo lavoro (“Centro del mundo“) che hanno costituito l’ossatura vera e propria del concerto e che hanno un poco irrobustito le atmosfere provocando qua e la tra gli spettatori qualche danza improvvisata.
La voce di Nabil, seppure a volte lasciata colpevolmente sola per la mancanza di adeguate controvoci, ha mostrato tutta la sua eleganza, gli archi e le tastiere si sono contrappuntati molto bene, le chitarre hanno fatto la loro parte senza mai “rubare” la scena agli altri strumenti con una umiltà davvero apprezzabile.
Naturalmente non sono mancati anche brani (come la splendida “Due soli“) estratti dal loro primo lavoro, “Lingua contro lingua“, ristampato proprio in questi giorni, e il pubblico ha apprezzato (e richiesto) qualche ripescaggio dal repertorio degli Al Darawish (gruppo dalla cui scissione presero poi forma gli attuali Radiodervish).

Gli arrangiamenti sono stati abbastanza canonici, fatta eccezione per alcuni brani ai quali sono state aggiunte delle introduzioni musicali piuttosto interessanti e per “Rosa di Turi” che è stata felicemente eseguita con la collaborazione di Giuseppe Battistoni che ha letto (all’inizio e nella dilatatissima fase centrale del brano) la lettera di Gramsci alla quale è ispirato (parte) del testo della canzone.

Ho trovato assolutamente paradigmatica, sia del percorso musicale dei Radiodervish sia delle loro influenze e dell’ambito nel quale vogliono muoversi, la scelta delle 2 cover proposte a Villa Ada.
In chiusura di set hanno eseguito un omaggio ai Dissidenten, padri fondatori dell’ethno-beat, con la loro celebre “Telephone arab” a metà concerto hanno invece interpretato, in una splendida versione, “Tu si ‘na cosa grande” di Domenico Modugno.
Se è evidente che l’idea di mischiare il pop europeo con quello medio-orientale abbattendo qualunque presunta barriera (cosa che fece il trio tedesco dei Dissidenten intorno alla metà degli anni ’80) sia stata all’origine degli Al Darawish, è altrettanto evidente che negli anni (specialmente a valle della separazione del gruppo) si è sempre più manifestata l’ulteriore influenza della musica colta europea e della tradizione melodica italiana (“In search of Simurgh“, in questo senso, ne è un esempio perfetto) benissimo rappresentata dalla canzone di Modugno che, come amo ricordare, è l’ennesima dimostrazione di come negli anni ’60 la canzone leggera italiana avesse raggiunto una mirabile sintesi tra la capacità di emozionare e catturare l’ascoltatore (e vendere dischi !) e la parallela capacità di scrivere melodie ed armonie mai banali, canzoni che nei classici tre minuti e mezzo fossero capaci di avere uno sviluppo affascinante e non si limitassero alla pedissequa alternanza strofa-ritornello su di una melodia di 4-note-4 (come ormai si usa oggi).

L’impressione è proprio che sull’albero della contaminazione tra occidente/oriente i Radiodervish abbiano innestato, felicemente, i rami della migliore tradizione melodica europea.

E siamo in attesa del singoletto di cover che dovrebbe uscire tra non molto.

http://www.radiodervish.com
http://www.villaada.org

JANE BIRKIN “Arabesque”, Capitol 2002

L’incontro musicale tra oriente e occidente non è più una cosa rara né tantomeno originale. Tanti artisti, tantissimi, hanno provato a cercare un punto d’incontro tra le loro musiche e quelle di paesi e mondi lontani, a volte lontanissimi. In alcuni casi sono nati capolavori (l’immenso “Night song” di Nusrat Fateh Ali Khan e Michael Brook), in altri l’operazione non ha dato i frutti sperati (certo bhangra plasticoso).

Jane Birkin ci propone un’operazione concettualmente abbastanza semplice: con l’ausilio di un piccolo nucleo di musicisti cerca di rileggere alcune canzoni di Serge Gainsbourg in chiave, mi si consenta l’approssimazione, medio-orientale. Come è giusto aspettarsi l’operazione, oltre che estremamente rispettosa, è fatta col cuore, e il risultato non tradisce. Gli arrangiamenti curatissimi, la passione nell’interpretare i brani, l’attenzione ad ogni particolare rende questo disco un gioiellino di assoluto valore. E non per l’originalità dell’operazione (che, ribadisco, è relativa) ma proprio per il modo nel quale è stata svolta. Senza sciatteria e approssimazione, ma con la cura e l’amore che sempre chi interpreta canzoni altrui dovrebbe mettere. E così la voce delicata ma efficace della Birkin si unisce al violino, al pianoforte, alle tastiere, alle percussioni per svelarci un lato inaspettato di questo autore francese.
Il disco è registrato dal vivo, impossibile segnalarvi i brani migliori perché molti sono quelli riuscitissimi, ma va detto che mai in un live ho sentito dei ringraziamenti così efficaci e di cuore come quelli che Jane Birkin dedica, nella seconda parte di “Comment te dire adieu” ai vari collaboratori che resero possibile questo bel concerto e al pubblico presente.
Già da soli varrebbero l’acquisto del CD per quanto entrano in profondità nell’animo dell’ascoltatore e per come meravigliosamente si inseriscono nel tessuto musicale.