TITO RINESI “Meetings”, 2008, La Levantina rec.

Di questi tempi (assai grami per le vendite dei dischi) per fare un CD come questo serve o molto coraggio o molta incoscienza.
Grande impegno, molti ospiti, dovizia di mezzi, alta qualità delle composizioni e tutto questo senza neanche avere la certezza di una vera e propria distribuzione.
Evidentemente il desiderio di Rinesi di realizzare questo lavoro deve essere stato molto forte, abbastanza da non tener conto delle Cassandre che gli avranno sussurrato come questa musica non fosse abbastanza orecchiabile, abbastanza vendibile, abbastanza riconoscibile (e abbastanza banale).

Ciò nonostante il disco è ora disponibile (attualmente lo si può acquistare sul suo sito o alla Libreria del romano Auditorium Parco della Musica, ma si spera in una prossima distribuzione nazionale a cura della benemerita Felmay) e dobbiamo davvero ringraziare la testardaggine di chi l’ha voluto.
Dodici composizioni scritte nell’arco di oltre 20 anni da Rinesi che ha affidato a Michele Fedrigotti (suo vero e proprio alter ego in questa produzione) le orchestrazioni ottimamente interpretate dall’Orchestra di Roma.

Non c’è nota in questo lavoro ove non si concretizzino i tanti amori musicali di Rinesi, musicista la cui curiosità lo ha spesso spinto ad approfondire musiche e strumenti assai lontani, e ci avvolge inebriante il profumo di spezie esotiche e di mari lontani ad insaporire brani tutti molto interessanti quali l’iniziale “Mirra” (vertiginoso volo a planare sul Mediterraneo, brano-crocevia di mondi vicinissimi in musica e lontanissimi per altri versi), “At tam tes” (che sembra fare tesoro degli insegnamenti del sottovalutatissimo Wim Mertens degli ultimi 15 anni alla ricerca di un equilibrio avanzato tra radici minimaliste e musica classica affacciandosi inoltre su sonorità extra-europee a realizzare uno dei brani più interessanti del post-minimalismo da anni a questa parte), “Suite della favorita” (dall’incedere maestoso con piano e orchestra a ricordare certe atmosfere del miglior Cacciapaglia), “Monsoon” (non distante dal Ravi Shankar più leggero e contaminato), “11 passi di danza” (etno-minimal-barocco ?), “La quete” (omaggio neanche tanto nascosto al pianismo di Satie), “Ayan” (conturbante vortice di flauti arabi in un roteare sufi intriso di gioia).
In quasi tutti i brani compaiono strumenti dai nomi misteriosi quali la kanjira, il riq, la doholla, il bendir, il daf, il krakeb, il surmandal e chi più ne ha più ne metta così come ospiti di lusso che impreziosiscono questo lavoro con le loro ben note qualità (impossibile non segnalare alcune figure storiche della ricerca italiana quali Roberto Laneri, Paolo Modugno, Nicola Alesini, Ares Tavolazzi, fino allo stesso Fedrigotti come sempre mirabile al pianoforte).

Bellissima quanto anomala “Resurrexi” dove si dispiega alta la voce di Rinesi, figlia degli insegnamenti di un maestro assoluto del canto indiano quale Pandit Pran Nath, a realizzare un brano il cui unico precedente/paragone che mi viene in mente è lo storico, e in parte dimenticato, “Te deum” di Juri Camisasca rispetto al quale troviamo forse un minore pathos spirituale ma con una eleganza nei toni e nei modi dalla bellezza soffocante.

In un paese civile i media (e non la sola Radio3) avrebbero l’obbligo morale di far conoscere musiche come queste.

www.titorinesi.com

2 thoughts on “TITO RINESI “Meetings”, 2008, La Levantina rec.

  1. anonimo scrive:

    non vedo l’ora di ascoltarlo:-)

  2. […] spese di spedizione, se poi volete recuperare anche “Meetings“, ve ne parlai a lungo in questo post, si possono acquistare entrambi con soli 25 […]

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