5 antologie italiane di brani già editi

  • Cramps rec. Rock ’80” (1980)
  • Hi, Folks! records Acoustics in Italy” (1987)
  • Flyng recordsItalian posse – Rappamuffin d’azione” (1992)
  • Spittle recordsItalian records – The singles 7″ collection (1980-1984)” (2013)
  • StrutMutazione [Italian electronic & new wave underground 1980-1988]” (2013)

mutazione

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IL MURO DEL CANTO, “Chi mistica mastica”, 2012, Goodfellas

Altro esempio di video estremamente curati anche se realizzati da gruppi lontani dal mainstream.

Loro si chiamano Il muro del canto e sono un gruppo post-Ardecore (del loro sorprendentemente seminale esordio vi parlai in questo post) che musicalmente tenta un singolare ponte tra la tradizione romana e musiche anglosassoni non tralasciando brani con lunghi talkin’ a metà tra Franco Califano e Remo Remotti.
Caratterizzati dal bel vocione di Daniele Coccia, l’uso del dialetto romanesco e un punto di vista sul mondo orgogliosamente sottoproletario e ferocemente anticlericale (come solo i romani sanno e possono essere), nel 2012 sono approdati al loro primo album di lunga durata “L’ammazzasette“.
A partire da questo disco hanno realizzato ben tre video, diretti da Carlo Roberti, di squisitissima fattura che compongono una trilogia in bianco e nero di ottima qualità.
Il primo video, “La spina“, utilizza il brano forse più bello dell’album (una canzone sull’amore che trasuda romanità da tutti i pori), per il secondo hanno invece puntato sulla drammatica “Cristo de legno“.

Ma il video più riuscito dei tre, a mio parere, è il terzo: “Chi mistica mastica“, e non solo per la presenza come ospite sotto i riflettori di Federico Guglielmi, quanto per l’essenzialità e la forza della storia narrata unita all’ottimo uso delle immagini.

p.s. Chi volesse vedere gli altri 2 video può cliccare qua per il primo o cliccare qua per il secondo.

ENZO AVITABILE “Black tarantella”, 2012, CNI

Vi avevo già parlato dell’interessante percorso musicale che sta compiendo Enzo Avitabile.
Partito tanto tempo fa con il progressive napoletano (area Osanna) e poi transitato a fianco di personaggi emblematici di quella città, quali Edoardo Bennato e Pino Daniele, era poi approdato ad una carriera solista all’insegna di un funky-pop nel quale Napoli guardava oltre oceano. Poi, nel nuovo millennio, la sua seconda incarnazione solista a fianco dei Bottari, gruppo di percussionisti particolarissimi, con i quali nel 2004 ha prodotto “Salvamm’o munno” disco di cui vi parlai in questo post ormai antico (al quale vi rimando per qualche dettaglio su questa originale formazione).

L’impressione è che dopo 8 anni questo progetto sia arrivato a piena maturità. “Black tarantella” è un lavoro nel quale, oltre all’assoluto stato di grazia di Avitabile in qualità di autore, si avverte come egli abbia perfettamente introiettato le possibilità delle ritmiche dei Bottari facendone un uso equilibrato e funzionale senza mai cadere nell’abuso delle stesse o nella loro presenza fine a se stessa. Attualmente Avitabile è perfettamente in grado di utilizzare le loro caratteristiche al meglio inserendole in qualunque tipo di canzone. Ha poi aggiunto una robusta sezione di ottoni che si sposano a meraviglia con le percussioni per realizzare un sound terrigno e dal groove caldissimo.

Negli ultimi anni, credo per causa di forza maggiore, sono aumentate a dismisura le collaborazioni tra artisti pop e questo disco sembrerebbe l’ennesima conferma di questo trend (accanto ad Avitabile ci sono una decina di special guests di assoluto spessore), in realtà credo di poter dire che Avitabile si renda conto di essere un discreto cantante e nulla più (nasce soprattutto come ottimo sassofonista) e che abbia colto l’occasione per far cantare (parte del)le sue canzoni ad artisti decisamente più capaci di lui nell’arte del canto donando ai suoi brani interpretazioni di primissimo livello.

E’ quello che si può ascoltare fin dalla prima traccia, la delicatissima “E’ ancora tiempo“, in cui duetta con Pino Daniele, anche alla chitarra, in quella che, come altri prima di me hanno scritto, è forse la (bella) canzone che Pino Daniele non riesce più a scrivere da oltre venti anni. Ma è tutto il disco a suonare benissimo e ad essere caratterizzato da una felice vena creativa.

Aizàmm’ na mana” è una classica tammurriata per le ritmiche trascinanti delle botti, tini e falci percosse dai Bottari, ma con la voce di Raiz (sempre più muezzin) a introdurla e le trombe della Scorribanda a sottolinearne la melodia principale. Il risultato è forse, per Avitabile, la canzone perfetta realizzata con questo gruppo. Sullo stesso piano di ritmi incessanti e ossessivi abbinati a ottoni potenti si muove “Mai cchiù” segnata dall’interessante collaborazione con i Co’ sang, la Napoli dei giorni nostri, il cui rap barricadero si sposa benissimo con questi ritmi antichi.

A seguire ci sono i mandolini di “Gerardo nuvola ‘e povere“, storia padano-partenopea di una morte bianca. Forse faccio un azzardo a dire quanto segue, ma mi sembra che da quando è morto De Andrè se c’è in Italia un artista che si è accollato il compito di narrare le storie degli ultimi, dei dimenticati, questi è proprio Enzo Avitabile. Sia nei dischi passati, sia in questo, sono tantissimi i brani dedicati a piccole tragedie quotidiane, storie di persone vissute, e spesso morte, ai margini della società (in questo disco li troviamo anche nelle disperazioni di “Elì Elì“, nelle piccole vite colpite da grandi tragedie di “Suonn’ a pastell‘”, nella intensa, quasi insostenibile, denuncia delle violenze effettuate ovunque nel nome di varie divinità cantata in “‘A nnomme ‘e Dio“, ottimamente adornata da un gran sax finale).

Nel narrare la storia di Gerardo, Avitabile, splendido nella parte recitata, è accompagnato dalla voce di Francesco Guccini che canta nel suo dialetto in un incrocio di lingue assai affascinante, mentre in “Elì Elì” sono le voci profumate di flamenco di Enrique e Solea Morente ad aggiungere intensità, e dramma, alla canzone e a gettare l’ennesimo ponte nel nostro Mediterraneo verso la penisola iberica. Altro episodio riuscito e quello con Franco Battiato, “No è no“, una morbida e orgogliosa ballata dal bellissimo contrasto tra la forza del testo e la dolcezza della musica

Ma nell’anima di Avitabile non c’è solo Napoli e il Mediterraneo, c’è anche un grande amore per il soul, per il funk, per l’Africa e lo troviamo in brani in cui tutto si miscela a meraviglia come “Mane e mane” (con Daby Tourè), o nel vertiginoso levare di “Nun è giusto” dove Bottari da un lato, gli ottoni dall’altro e il grandissimo Idir nel mezzo realizzano un mix musicale di grande originalità che viaggia da Napoli verso il Maghreb occhieggiando alla indimenticata, e internazionalista, canzone politica di inizio secolo scorso. La troviamo nella speranza-nonostante-tutto della quasi radiofonica “E ‘a Maronn’ accumparett’ in Africa“, nobilitata dalla presenza del grande vecchio David Crosby, e nel classico “Soul express” qui rivisitato con le magiche presenze della kora di Toumani Diabatè e della mandola+bouzouki di Mauro Pagani (ormai, meritatamente, mister prezzemolo della musica italiana).

Se volete ascoltare un disco di Enzo Avitabile è questo il lavoro che fa per voi.

Se volete ascoltare un gran bel disco è questo il lavoro che fa per voi.

MACINA+GANG “Cecilia”, 2004, Storie di Note

La musica di tradizione popolare è caratterizzata dal continuo interscambio tra interpreti e autori (senza che tra le due categorie ci sia una netta distinzione). Capita infatti spessissimo che nell’arco degli anni (e dei decenni, per non dire dei secoli) una determinata canzone subisca continue modifiche man mano che si sposta lungo il territorio (ovvero man mano che attraverso ignoti vettori la sua fama avanza per il paese) in quello che è un continuo intrecciatissimo prendere/rielaborare/divulgare.

Indipendentemente da colui che l’ha originata, la canzone, passando di mano in mano, viene continuamente modificata (nel testo come nella musica) producendo una (teoricamente anche infinita) serie di varianti più o meno somiglianti al prototipo iniziale.
Succede così non solo che di una determinata canzone si conoscano diverse versioni abbastanza simili, ma anche che su musiche diverse sia stata raccontata la medesima storia o che sulla stessa musica vengano appoggiati versi completamente differenti.

Un caso di questo tipo è quello di “Cecilia“.
Trattasi di un brano che ha gironzolato un po’ per tutta Italia e la storia, a volte raccontata meglio, a volte peggio, è sempre quella di questa donna il cui marito è stato incarcerato (si presuppone ingiustamente) dai locali rappresentanti del potere (generalmente incarnati da un ufficiale dell’esercito) e rischia l’esecuzione capitale. Cecilia va a chiedere la grazia per suo marito e riceve una vera e propria proposta indecente. Lei prende tempo e chiede l’assenso del marito che (inaspettatamente per l’etica del tempo che fu) arriva e decide quindi di sacrificare la sua virtù per amore del consorte.
Ma non bisogna mai fidarsi dei potenti, infatti dopo aver sottostato alle voglie del capitano Cecilia si affaccia dalla finestra e vede che il marito è stato appena impiccato in barba alle promesse fattegli. Distrutta dal dolore da quel momento non desidererà altro che aspettare la morte per poter finalmente ricongiungersi con il suo amato con l’unica speranza che i fiori sulle rispettive tombe ricordino il triste destino della coppia.

Questo brano l’avevo già incontrato in una versione piemontese eseguita da La ciapa rusa nell’ottimo cd “Aji e safràn“, più recentemente è stato recuperato nella sua forma romana dagli Ardecore (che a loro volta si sono rifatti alla versione che ne fece negli anni ’70 Gabriella Ferri, versione nella quale Cecilia si vendica uccidendo il capitano e finendo a sua volta in galera),
ma sono rimasto davvero molto affascinato da questa versione realizzata da La Macina (storico gruppo marchigiano di ricerca in ambito tradizionale) e dai Gang (tra i principali protagonisti del rock indipendente italiano nei primi anni ’90, autori di molti dischi interessanti e intelligenti) nella quale la ballata viene musicalmente trasformata in un rock-blues desertico e vagamente psichedelico nel quale la chitarra elettrica e l’organo creano una strano cortocircuito tra la storia cantata (decisamente antica) e l’atmosfera musicale (decisamente più moderna) rendendo il tutto meravigliosamente straniante. Gli inserti strumentali sono efficacissimi nel farci seguire il climax emotivo del pezzo e man mano che la tragedia si svolge è difficile rimanere indifferenti a ciò che viene raccontato.
Detto in sintesi: questo è un brano che emoziona, e molto.

La forza della canzone popolare.

p.s. Naturalmente la Cecilia della foto (siamo alla fine degli anni ’30) non è la protagonista della vicenda, ma solo una sua omonima che, come la Cecilia della storia popolare, è stata anche lei per un certo periodo privata della presenza del marito che fu tenuto prigioniero lontanissimo dal paese nativo ma, fortunatamente, solo per alcuni anni e senza finali così drammatici.

ELENA LEDDA “Amargura”, 2004, Marocco music

Questo disco sta alla musica del Tirreno (segnatamente alle musiche tradizionali di Sardegna, Campania e del resto del sud Italia) come “The mask and the mirror” sta alla musica celtica.

So che la matematica e le proporzioni mal si adattano alle questioni musicali, ma quando progetti diversi hanno finalità medesime credo sia il caso di sottolineare certe affinità.

Tutto nasce dall’inedita collaborazione tra Elena Ledda, la più importante interprete sarda della sua generazione, artista all’interno della quale convivono il presente ed il passato della cultura sarda, e Lino Cannavacciuolo qui in veste di autore di gran parte delle musiche e di sofisticatissimo arrangiatore.
L’unione di questi due artisti produce un disco che non contiene brani della tradizione (campana o sarda che sia), ma propone canzoni nuove che però sono pienamente immerse in entrambe le culture di appartenenza degli autori del progetto.
In buona sostanza si fa musica di oggi tenendo ben ferme le radici nella propria tradizione (intesa nel senso più ampio che possiate immaginare).

E già che c’erano i due si sono anche permessi il lusso di farsi accompagnare da valentissimi musicisti. Tra i tanti mi piace ricordare Mauro Palmas (polistrumentista sardo da sempre legato al percorso di Elena Ledda), Paolo Fresu (vi devo ricordare di chi si tratta ?) e poi alcuni dei tanti musicisti che hanno fatto grande Napoli negli ultimi decenni, tra questi l’indimenticato tastierista Joe Amoruso, Gigi De Rienzo, Tullio De Piscopo, Ernesto Vitolo, Giovanni Mauriello e, naturalmente, lo stesso Cannavacciuolo ai violini et similia.
Un progetto che già solo per la qualità e la quantità dei musicisti coinvolti dimostra le sue ambizioni.

E l’obiettivo è stato pienamente raggiunto: una scaletta formidabile piena di grandi canzoni, arrangiamenti lussureggianti, interpretazioni di primissimo ordine e grande originalità (così come fu nel disco di Loreena McKennitt citato all’inizio).

Tra le tracce particolarmente riuscite vi segnalo l’iniziale “Pesa“, dove subito si presentano assieme archi, benas, kemange e quartetto d’archi a costruire un corpo sonoro di intenso spessore con anche una vaga presenza mediorientale, l’inesorabile progressione di “Carinnius” con le percussioni a creare spazi enormi per il quartetto d’archi e il bouzouki di Paolo Del Vecchio (e la tromba di Fresu a ricamare e sottolineare), la passeggiata napoletana di “Palchì no torri ?” dal felicissimo ritornello all’odore di basilico e origano, la ballata notturna “Amargura” interpretata magicamente dalla Ledda, la divertita “Andu” persa per i vicoli di qualche città immaginaria con fisarmonica, violino e percussioni a menare le danze, le chitarre dolenti di “Sa lughe” (non lontane da certe atmosfere tipiche dei Madredeus), la turbo-taranta con mandolino frizzante ed echi N.C.C.P. di “Canticos“.

I testi (fortunatamente tradotti nel libretto del CD), scritti quasi tutti da Michele Pio Ledda, sono molto interessanti (e molto “sardi”), spesso venati di amarezza (non a caso è il titolo del disco) e sofferenza.

Due parole speciali le meritano le due cover presenti nel disco (entrambe virate in sardo, unica lingua utilizzata in questo progetto): “Nights in white satin” (da noi famosa anche nella versione che ne fecero i Nomadi, “Ho difeso il mio amore“) si tramuta in una ballata dolorosa dove la voce della Ledda e il violin zeta di Cannavacciuolo regalano pura emozione, mentre “Tre madri” di Fabrizio De Andrè, che cantata da una donna e interpretata con questa intensità e questa raffinatezza assume una forza e una drammaticità che non si riscontrano neanche nella versione originale, chiude il disco nel migliore dei modi possibili grazie anche ad un arrangiamento strappacuore (che recupera alcuni degli stilemi usati da Mauro Pagani nelle sue collaborazioni con De Andrè, e se c’è una figura italiana che possiamo avvicinare a questo disco è proprio quella di Pagani, anche lui capace di unire le sponde del Mediterraneo attraverso la sua lunga opera di musicista/autore/arrangiatore).

Musica di gran classe.

p.s. Lo so che non esiste nessuna “musica del Tirreno” così come non esiste nessuna “musica mediterranea”, ma, credetemi, se ascolterete questo lavoro scoprirete che, almeno per il tempo che dedicherete a queste canzoni questa musica esisterà e sarà straordinariamente reale.

CARLO SILIOTTO “Ondina”, 1979, Philips

Ho comprato il sesto cofanetto della serie “Universal Music Collection – Progressive Italia – gli anni ’70” perché al suo interno comparivano le primissime riedizioni digitali di “Cold nose” di Franco Falsini (chitarrista leader dei Sensation’s fix, qui in versione solista per un disco molto interessante al confine tra minimalismo rileyano e musica cosmica) e di “Movimenti nel cielo” di Maurizio Fabrizio (album dalle ambizioni oldfieldiane realizzato con tutta l’ottima “banda Branduardi” nel 1978 quando questo gruppo di musicisti era allo zenit della sua popolarità).
La grande sorpresa è stata invece questo disco di Carlo Siliotto che non conoscevo (se non di fama).

Alla fine degli anni ’70 molti dei musicisti italiani che si erano a lungo confrontati con le musiche tradizionali del nostro paese sembrarono sentire il bisogno di realizzare dischi nei quali tutto ciò che avevano imparato e scoperto riguardo la musica tradizionale dovesse integrarsi da un lato con la loro creatività e desiderio di esprimersi e dall’altro con tutte quelle altre musiche che in quegli anni li avevano appassionati.
Anche se oggi può sembrare strano nei grandi festival pop e raduni degli anni ’70 era consuetudine che suonassero di fronte al medesimo pubblico sia gruppi rock abbastanza canonici, sia musicisti più portati per la sperimentazione, sia musicisti affascinati dalla riscoperta di ritmi, melodie e strumenti tradizionali. Non c’era nessuna ragione per cui chi ascoltava la PFM non ascoltasse anche il Canzoniere del Lazio o la Nuova compagnia di canto popolare. Tutte queste musiche rientravano nel calderone ribollente che in quegli anni proponeva ovunque sonorità (fino a quel momento) inaudite.

Il risultato di tutto questo bailamme sono stati alcuni dischi belli e preziosi tra i quali non posso non segnalarvi, sia come esempio che come suggerimento, capolavori quali “Carnascialia” dell’omonimo collettivo e “Mauro Pagani” disco d’esordio solista dell’ex-violinista della Premiata Forneria Marconi.

Anche “Ondina” va inquadrato in questo momento storico e musicale e come i dischi di cui sopra cerca di unire elementi provenienti da diversi mondi (e diversi tempi) musicali.
Se la partenza è con la filastrocca “Filodiperle” (dalle parti del “Volta la cartadeandrèiano) è con il secondo brano, lo strumentale “Il mare salato“, che iniziamo a comprendere dove vuole portarci l’autore: chitarre e violini, e poi ottoni, a contrapporsi secondo arcaici ritmi mediterranei trasportati ai giorni nostri da qualche strana macchina del tempo (e qui il fantasma del grande Canzoniere del Lazio è più che una impressione…).
Si fanno anche molto apprezzare la veloce “Porto d’Oriente” dai colori mediorientali, i mandolini della sinuosa “C’è una donna” che nel finale si trasforma in una festa di percussioni sulla quale il violino di Siliotto fa meraviglie, i ritmi divertiti di “L’isola di Lamu” tra Caraibi e Mediterraneo, la conclusiva trascinante “Ondina” dalle ampie aperture armoniche con tanto di assolo finale (chitarra elettrica più tromba) da brividi.

Il difetto principale di questo lavoro è la voce di Siliotto che non sempre è all’altezza del contesto (del quale fanno parte, tra i tanti, eccellentissimi musicisti quali Edda Dall’Orso, Danilo Rea, Maria Nunzia Tambara, Marcello Vento, Giorgio Vivaldi…) tanto da ricordare i momenti meno brillanti di Mario Castelnuovo (ed è tutto dire…).

Uno dei tanti piccoli capolavori musicali lasciati ammuffire nei cassetti delle case discografiche per decenni.