ROSELUXX “Resti di una cena”, 2013, Goodfellas

Torno sull’esordio dei Roseluxx dopo avervi raccomandato un loro video in questo post di qualche tempo fa.
Otto canzoni per un disco tra i più maturi e consapevoli che mi siano passati tra le mani in questo nuovo millennio abbastanza avaro di musiche importanti. In questo disco il gruppo è composto da Tiziana Lo Conte (voce ed elettroniche), Claudio Moneta (chitarre), Federico Scalas (contrabbasso e violoncello) e Cristiano Luciani (batteria) coadiuvati da alcuni ospiti di assoluto spessore.

Roseluxx-Resti di una Cena-Copertina Disco

Arrangiamenti “post” molte cose (post-wave, post-punk, post-rock…) per musiche che trovano un’ottimo equilibrio tra la forma-canzone tradizionale e l’assenza di retorica e banalità. Ogni canzone suona fresca ed originale, con uno spazio dedicato all’improvvisazione (o perlomeno ad un alto grado di libertà lasciato ai musicisti) e una grande capacità di evitare soluzioni scontate deviando le canzoni verso atmosfere e situazioni inaspettate, ma sempre piacevoli all’ascolto (anche se, vi avviso, non sono brani che vi convinceranno al primo ascolto, sono musiche che programmaticamente vi richiederanno pazienza e attenzione, ma che, in cambio, sapranno rendervi felici e soddisfatti).
Insomma un gruppo che spicca moltissimo nella realtà odierna troppo spesso caratterizzata dall’appartenenza (verrebbe da dire) ortodossa a determinate scene all’interno delle quali si sviluppa soprattutto la capacità di essere bravi (anche bravissimi) a muoversi dentro certe coordinate ma poi, inevitabilmente, si suona un po’ tutti uguali.
In estrema sintesi: un gruppo con grande personalità.

Si va dalle atmosfere lente e rassegnatamente realistiche di “Città morbida” (con l’ottimo violino ospite di Inke Kuhl) a quelle più accelerate di “Non luogo” (con la presenza del sax incisivo e personalissimo di Luca Mai), brano nel quale c’è anche spazio per una seconda parte tutta immobilità tra dark-ambient e drone music, passando per i toni un po’ teatrali un po’ tribali (con qualche eco Gronge nel ritornello marziale) di “Maledire i ritorni“.

Ci sono poi canzoni che uniscono una tranquilla cantabilità, sarebbero perfette per passare in radio, a ottimi testi claustrofobici e/o drammatici, come l’iniziale “Il cane” o come la bellissima “Oscuro scrutare“, che nel fotografare efficacemente certa solitudine contemporanea sfodera chitarre mutaforma in gran spolvero o, ancora, come “Resti di una cena” che dopo una breve introduzione improvvisata lascia spazio a un brano a metà tra Massimo volume e i mai dimenticati Franti.
Infine ci sono brani meno canonici, ma non per questo meno potabili, dove il gruppo affronta forme ancora più aperte: è il caso di “Per volere di dio“, sussurrata e strascicata ma fulminante, o la sinuosa “Qualcosa di fisico” (con la voce di Emidio Clementi, ultimamente onnipresente su queste mie pagine).

Il tutto servito con le ottime performance di tutti i musicisti (con un mio particolare apprezzamento per il canto di Tiziana Lo Conte che sta raggiungendo una maturità espressiva superba) e dei testi anch’essi lontanissimi da banalità e le odiatissime (da me) auto-referenzialità ombelicali che spesso pullulano nella scena nostrana contemporanea.

Qui si cerca di volare più in alto.

E ci si riesce.

ARTURO STALTERI “Half angels”, 2009, Felmay

Il destino di certi artisti è abbastanza misterioso. Pur facendo musica di ottimo livello e pur muovendosi in ambiti nei quali altri artisti riescono a diventare noti anche al grande pubblico (e a vendere discrete quantità di dischi) e nonostante una accettabile promozione rimangono regolarmente lontani dalle classifiche e dalla notorietà. Senza un vero perché.

E’ il caso di Arturo Stalteri che, partito dagli esordi progressive con i Pierrot Lunaire è poi arrivato a sviluppare un suo stile musicale che risente, ma in modo del tutto personale, di due dei suoi grandi amori musicali: il minimalismo e Chopin (l’altro grande amore, i Rolling Stones, sembrano invece non averlo influenzato più di tanto dal punto di vista della composizione).

Il suo lavoro più recente, “Half angels“, in cui ogni brano è dedicato ad alcune eroine femminili della letteratura o del cinema, è un ottimo disco che non solo non ha nulla da invidiare ai vari Allevi o Einaudi, ma, rispetto a questi, mi sembra essere molto più intrigante e piacevole (a mio parere è anche uno dei suoi dischi più riusciti in assoluto).

Al centro del disco vi è il pianoforte, suonato dallo stesso Stalteri, con intorno, ma non sempre, pochissimi altri strumenti (le percussioni di Pino Zingarelli, l’ottimo violino di Yasue Ito, il violoncello di Laura Pierazzuoli).
Sono diversi i brani che all’ascolto mi colpiscono positivamente (in una track-list tutta di ottimo livello senza passaggi a vuoto): l’iniziale “Damatria” (dalla felicissima melodia), la lunga “Selika suite” in cui spiccano il primo movimento (harpsichord, piano e archi in odore di un Mertens più solare del solito), il terzo movimento (che ci ricorda il Tito Rinesi capace di evocare mondi lontani eppure vicini) e lo splendido quinto movimento (pianoforte e archi, ancora sulle tracce del Mertens più ispirato), “Trinity” (piano,archi ed elettronica non distante dal Cacciapaglia di questi ultimi anni), “Angélique” (per l’indimenticata marchesa di Plessis-Bellière un brano che prende il Glass pianistico e lo romanticizza con dolcezza), “Galadriel” (l’unico brano con echi vagamente rock, una lenta ossessiva battuta ravvivata dal violino, prima, e dal pianoforte, poi, a concludere il disco con una strana forma di serena rassegnazione).

Un lavoro che esprime un post-minimalismo di qualità, lontano dai barocchismi di un Nyman (che molti, chissà perché, avvicinano spesso a Stalteri…) e innervato dall’amore per la melodia, inevitabile in noi italiani, e da quello per il pianoforte romantico tipico dell’autore, ma il tutto reso con felice vena compositiva e discreta originalità. Un lavoro che ben si inserisce nella non esagerata discografia di Stalteri (una decina scarsa di dischi, compresi alcuni in cui indossa il ruolo di semplice interprete/arrangiatore per nomi da lui venerati quali Philip Glass, Brian Eno ed altri).

Eppure un signor lavoro come questo neanche si sogna di raggiungere la metà delle vendite ottenute dai colleghi sopracitati (e tantomeno Stalteri, come peraltro l’ottimo Roberto Cacciapaglia, riesce a raccogliere ai suoi concerti le folle adoranti che seguono i 2 fortunati di cui sopra).
Misteri del mercato musicale e delle sue logiche che, viene da pensare, spesso sono, in realtà, tutt’altro che logiche.

p.s. Oltre alla sua attività come musicista da molti anni Stalteri ha un suo spazio all’interno della programmazione pomeridiana di RAI Radio 3 nel quale potrete ascoltare ottima musica (di quella che raramente capita di poter sentire in RAI…).

il suo sito ufficiale 
il suo myspace

THE DOUBLING RIDERS “Garama”, 1991, Il Museo immaginario

Tra i progetti più affascinanti e più dimenticati degli anni ’80 c’è quello dei Doubling riders. I cavalieri del doppiaggio nascono sulle ceneri di un altro gruppo ingiustamente dimenticato, gli A.T.R.O.X. (due LP nella prima metà degli anni ’80), virando radicalmente la portata del progetto che da derive post-Tuxedomoon si sposta su di una tavolozza molto più ampia e ricca.

Il nucleo di quello che era, a tutti gli effetti, un non-gruppo venne formato da Francesco Paladino e Pierluigi Andreoni. L’idea di fondo era quella di essere un semplice innesco, un semplice stimolo, mettere in circolazione piccole idee e affidarle ad un circuito di amici/collaboratori/complici e, attraverso lo scambio dei materiali, arrivare a definire dei brani non come espressione dei singoli ma come risultato dell’interazione tra sodali più o meno lontani. All’epoca, giova ricordarlo, non c’era la posta elettronica e non c’era Internet, gli scambi avvenivano tramite posta reale o tramite lo spostamento geografico dei collaboratori il che, per progetti come questo, significava anche tempi lunghi e tanta pazienza. L’ambizione, almeno inizialmente, fu quella di realizzare dischi in cui la formazione cambiasse ad ogni pezzo e con essa cambiassero atmosfere, obiettivi e resa sonora.

Il disco d’esordio, pubblicato nel 1986 dalla piccola, coraggiosa e bemerita ADN di Milano, attribuito a F.P. & the doubling riders, venne intitolato “Doublings & silences – volume I” (e già l’idea di un primo volume definisce l’ampio respiro del progetto e l’ambizione alta a realizzare qualcosa che nel tempo potesse svilupparsi e crescere), conteneva ben 16 tracce che si muovevano attraverso scenari assai diversi:
si va da malinconiche atmosfere classicheggianti (“Doublings & Silences“, “Nights“), a tenebrose apparizioni industrial (“Neoplastie part III“), passando attraverso ricordi minimalisti (“The warm current“), droning rileyani (“H F A1“, “Voila le tropiques“), rimembranze elettrokraute (“Chinese rain“), canzoncine sghembe (“Smell into a dream“) o vicine all’Eno più delirante (“Possession and treasures“). Tra i collaboratori fanno la parte del leone Alain Neffe, Marino Benvisi e Gianni Defelici.

Come spesso succede negli esordi il progetto non è ancora perfettamente a fuoco, c’è qualche ingenuità e qualche prolissità di troppo, l’uso insistito di un inglese dalla pronuncia approssimativa sa molto di provinciale, ma questo resta un battesimo di tutto rispetto e ancora oggi suona molto fresco nella sua frammentarietà e nelle sue diversità.

L’anno dopo esce “Doublings & silences – vol.II (Hommage to Gustavo Foppiani)” accreditato semplicemente a The Doubling riders e subito si alza il tiro. L’album è doppio, la confezione, molto elegante, è un box nero contenente i due vinili, un booklet essenziale (ma con tutte le informazioni necessarie) e una stampa riproducente un dipinto di Foppiani. Al duo iniziale si affianca Riccardo Sinigaglia (tra gli sperimentatori italiani più interessanti emersi in Italia negli anni ’80 in quella zona di confine tra pop e avanguardia che tanti gioielli ci ha regalato in quella decade) che diventerà membro stabile del gruppo per tutti gli anni a venire e, tra i tanti collaboratori al disco, troviamo artisti di altissimo livello (personaggi del calibro di Pascal Comelade, Mario Arcari, Giovanni Sturmann, Piero Milesi, Christina Kubisch, Roberto Musci, Raffaele Serra, Gregorio Bardini, Tommaso Leddi…). Per quello che riguarda le sonorità il disco non si discosta particolarmente dal primo nonostante una più marcata presenza di tastiere (l’onnipresente Yamaha DX7) e computers. Nel primo disco spiccano i classici toy instruments comeladiani dell’iniziale “Venice calles“, le tastiere gotiche di “Little penguins in love” e quelle delicatissime di “Artery of the sun“. Nel secondo si fanno apprezzare l’elettronica 80’s di “Azur noise“, a metà tra ambient ed elettronica incolta, i fiati distesi (siamo sempre dalle parti del Riley di “Poppy Nogood…“) di Alain Neffe in “Confidential eggs“, le sincopi a singhiozzo di chiara ascendenza Eno/Byrne (ne ho parlato poco tempo fa in questo post) di “A poetry of broken hearts“, il recitato su soffice base elettronica alla Laurie Anderson di “The lacerny of the harpstrings“, la lunga improvvisazione bucolica in stile Aktuala di “The last picture” con la coppia flauto/oboe vagamente psichedelica (Gregorio Bardini e Mario Arcari superlativi), l’elegante simmetria della conclusiva “Pyramid” dove ancora i flauti si evidenziano duettando con i toni gelidi delle tastiere e donandogli riverberi di calore.
Una attenzione speciale merita “La partienze” primo brano nel quale i Doubling riders collaborano con Mario De Leo e la sua inimitabile voce capace di unire (credetemi) i raga indiani con il canto popolare del sud Italia. E’ questo un brano che mostra inequivocabilmente come una voce di alto spessore possa nobilitare queste musiche così apparentemente sfuggenti e timide, soprattutto mostra come la padronanza della lingua (in questo caso un dialetto, credo, pugliese) renda molto più efficaci le liriche a differenza di quell’inglese abborracciato che, anche in questo secondo disco, segna molti degli episodi.

Passano un paio d’anni e Supporti Fonografici pubblica il loro terzo lavoro (primo in formato digitale) intitolato “World!“. Formula invariata, stesso trio alla base del progetto con accanto alcune conferme e qualche new entry (Tiziano Popoli, Gabin Dabirè, Ira Stein tra gli altri). Il titolo e i vari brani sembrano voler disegnare una specie di viaggio in giro per il mondo in cerca di suggestioni musicali e non solo, ma si avverte un pizzico di stanchezza nella proposta che presenta episodi fuori misura (l’iniziale valzerino con voci demenziali “Ghost waltz“, lo spagnolo rigido di “Rosas“, il girare un po’ a vuoto di chitarra acustica + tastiere elettroniche e voce svociata di “Don’t leave fingerprints“, la kora di “Alla la ke” sostanzialmente fuori contesto) accanto ad episodi molto più riusciti e in linea con il loro recente passato (l’abbacinante panorama gelido di “Gulhane park” in cui le progressioni delle tastiere disegnano orizzonti di rara bellezza, l’interessante dialogo tra armonie elettroniche e voce afro di “Belcher beach“, quello elegantissimo e intenso tra violino e tastiere in “Tiddley winks 1“, quello a tre tra tastiere, balafon e la voce di Rossana Maggia nel conclusico “Tiddley winks 3“, le impennate del sax di Mario Arcari e quelle dei flauti di Angelo Avogadri sulle tastiere placidissime di “Vietcong details“).
Ancora brilla la luce di Mario De Leo nella suggestiva “Nu indize“: su di un unico tono sostenuto indefinitamente la sua voce, la tromba di Tommaso Leddi e i sax di Pierre Zeidler intessono ricami dalla trama ardita.
Luci ed ombre, ma un lavoro di transizione che non lascia indifferenti e presenta alcuni spunti che saranno alla base di “Garama“, il loro quarto disco che, nel 1991, segnerà anche l’interruzione del progetto.

Ormai il gruppo è, a tutti gli effetti, un trio che, pur utilizzando ospiti nei suoi lavori, tiene ben stretto il timone e naviga nelle direzioni che lo affascinano (i 9 brani che compongono il disco sono quasi tutti firmati da loro 3 con minime partecipazioni di altri musicisti). Dedicato al popolo africano dei Garamanti (secondo la tradizione gli antenati degli attuali Tuareg), è uno tra in non molti capolavori dell’elettronica post-ambient italiana ed un disco la cui bellezza è passata misteriosamente sotto silenzio.
Pubblicato da Il Museo Immaginario (praticamente una autoproduzione…) il cd si apre con “Garama“, ancora la voce di Mario De Leo che si contrappone a quella classicamente impostata di Annarosa Cortellini e la accompagna con eleganza su un tappeto di tastiere celestiali, di seguito “La pista del Kidal” vede la voce recitante (questa volta in un ottimo inglese) di David Rider sorretta da delicate gocce di tastiere e dal flauto misticheggiante di Paolo Pirato che disegna arabeschi nel cielo per un brano che è pura estasi. E ancora, a seguire, brani splendidi come “Ultimi porti” (elettroniche dal lento e maestoso incedere impreziosite dal violino di Tommaso Leddi e, ancora, dalla voce della Cortellini), “Triboli Gao” (tra i loro brani migliori di sempre, vocalizzi come di una Lisa Gerrard meno oscura sulle solite splendide tastiere che, come un rubinetto che perde, gocciolano note di purissima essenza), “Plus Nubiae” (che riprende gli stilemi de “La pista del Kidal” ma che, con l’aggiunta delle tablas e di tastiere simil-dulcimer a martello, sviluppa un’atmosfera psico-raga e un po’ fricchettona assolutamente suggestiva), “Oltre Cydamus” (tastiere che recuperano le atmosfere che furono del Battiato di “Clic” ma, chiaramente, con minore energia iconoclasta e maggiore serenità, per un brano di una placida, disarmante, bellezza) a cui fa da contraltare “Djerat” con i suoi rombi sordi (le tastiere di Giampiero e Giancarlo Bigazzi), la chitarra nervosa di Chris Karrer e la voce libera e inafferrabile di Rossana Maggia per l’unico brano che presenta al suo interno elementi lontani dalla calma e dalla tranquillità che caratterizza tutto l’album.

Sottolineature particolarissime per “Kaossen” (capolavoro che aggiunge alle atmosfere di “Plus Nubiae” un uso del pianoforte anch’esso mutuato dal Battiato del 1974 straordinaria unione tra il meglio dell’avanguardia italiano degli anni ’70 con il meglio del decennio successivo e la voce di Annarosa Cortellini ad aggiungerci la polpa di una umanità gioiosa di cui entrambe, forse, hanno bisogno, è un vero peccato che questo brano sfumi dopo soli 6 minuti quando si avrebbe voglia non finisse mai…) e “I graffiti di Orione e delle Pleiadi“, che segna la fine del disco con i suoi oltre 24 minuti di elettronica ambient/cosmica di primordine (nel lungo alap iniziale, si recuperano certi toni sostenuti che furono dei Tangerine dream unendoli, anche qui, con l’elettronica meticcia del Battiato Bla…Bla… fino all’intervento di una percussione insistita che muta il panorama spostando l’atmosfera verso lidi più oscuri e inquietanti per poi svanire in un mare elettronico nuovamente fermo nel quale le impennate del violino di Maurizio Dehò ci trasbordano verso la seconda metà del pezzo caratterizzata dal soffio di venti cosmici sul cui fondale le tastiere dipingono singoli astri per arrivare, nella sezione finale, ad un pianoforte, come per “Kaossen“, che se ne va per lo spazio zigzagando ma sempre tenendo ben presente la sua meta, che non raggiungerà mai).

Una degnissima conclusione per un progetto che avrebbe meritato ben altra fama.

In realtà qualche anno dopo ci sarà una sorta di figlio illegittimo di questo progetto. A metà degli anni ’90 la Materiali Sonori (etichetta indipendente perfettamente in linea con le sonorità dei Doubling Riders) licenzia due cd accreditati a Pierluigi Andreoni (ancora lui) e Nicola Alesini. Il progetto si intitola (ed è dedicato alla figura di) “Marco Polo“, moltissimi e prestigiosi sono gli ospiti che accompagnano i due protagonisti (tra i tanti ricorderemo in questa sede solo David Sylvian e Roger Eno) per oltre due ore di musiche che cercano di evocare luoghi e situazioni della vita del grande viaggiatore veneziano attraverso suoni e situazioni che hanno un fortissimo debito con i dischi di cui abbiamo parlato finora.

Ma questa, come si suole dire, è un’altra storia sulla quale, forse, torneremo.

PAOLO TOFANI & CLAUDIO ROCCHI “Un gusto superiore”, 1980, ISKCON

Questo è uno di quei dischi che non solo si fanno apprezzare per la qualità delle canzoni, ma anche, involontariamente, ci raccontano di un mondo che oggi appare lontanissimo.

Siamo agli albori degli anni ’80, i due autori di questo lavoro hanno appena fatto una scelta estremamente radicale nella loro vita. Tofani ha lasciato gli Area e tutto il mondo che gravitava intorno alla Cramps records, Rocchi ha dismesso i panni di cantautore psichedelico italiano ed entrambi sono entrati in quella ramificazione dell’induismo che qui in Italia descriviamo sinteticamente (e tutto sommato impropriamente) come Hare Krishna. Hanno abbracciato la loro nuova fede e non resistono alla tentazione di esprimere questo loro cambiamento attraverso il linguaggio che meglio di tutti padroneggiano, quello della musica pop.

Fanno pertanto uscire questo disco che contiene 7 brani, 6 dei quali si muovono sulle coordinate di un tranquillo soft-rock. L’iniziale “Jaya Shrila Gurudeva Bhagavan” è un mid-tempo con Tofani alla voce e, a dispetto del titolo, senza nessun particolare riferimento musicale alla cultura indiana. Il testo (come gli altri del disco) è di disarmante schiettezza ed estremamente diretto. Sia Tofani che Rocchi nel loro passato si erano distinti per testi sempre molto sofisticati e lontani sia dalle banalità di tanta musica leggera italiana sia dalla retorica dei cantautori (cosiddetti) impegnati. E’ quindi una precisa scelta stilistica quella di dire pane al pane e vino al vino in canzoni che raccontano convintamente la loro gioia per aver trovato una soluzione al classicissimo problema del senso della propria vita. “O sei parte del problema, o sei parte della soluzione“, cantata da Rocchi, continua con energia il discorso, qualche venatura bluesy non modifica sostanzialmente il mood del disco, particolarmente presente la chitarra di Tofani, effettata verso sonorità elettroniche, in eleganti ricami a sottolineare la melodia. Sulla stessa linea si muovono gli altri brani: “Dio” (una ballatona morbidissima), “Un gusto superiore” (vagamente reggaeggiante con nuovamente Tofani alla voce), “Muoiono” (ancora un rock leggero cantato da Rocchi).

Fortunatamente lo spessore degli artisti evita accuratamente la caduta in atmosfere da messa beat, l’intenzione è quella di toccare i temi a loro cari (il bisogno di un maestro, l’insoddisfazione per il normale modo di vivere occidentale, l’emergere di una nuova coscienza, la spiritualità, la vacuità delle cose materiali…) utilizzando musiche e sonorità appropriate (evitando così, ad esempio, qualunque tentazione hard rock o free jazz). Chiude il disco l’unico brano non cantato da Rocchi o Tofani e non riconducibile alla forma-canzone, un brano tradizionale induista, “Jiv jago“, che anticipa le sonorità splendide che poi verranno con la trilogia di Srila Gurudeva di cui già vi parlai in questo post.

Una sottolineatura va dedicata a “La macellazione” pezzo da qualcuno definito (giustamente) stracult nel suo esplicito e appassionato inveire contro il consumo di carne e i suoi effetti più o meno collaterali. Insieme ad altri 3 brani editi altrove (“Sarcofagia” di Battiato, “Vegetarian song” di Camisasca e “Vegetarian dish” dello stesso Rocchi) compone un poker vincente che caldamente consiglio di utilizzare alle associazioni che desiderano divulgare il vegetarianesimo (fate un bel cd di vega-propaganda !).

Un gusto superiore” all’epoca ebbe una diffusione incredibile ed era estremamente facile trovarlo in case anche insospettabili. Pur non godendo di alcuna distribuzione nei negozi normali ed essendo venduto (letteralmente) porta a porta dai devoti, riuscì a vendere moltissimo (si narra di oltre due milioni di copie vendute in tutto il mondo).

Mi piace sottolineare come l’Italia di allora (pur così schierata politicamente e, almeno apparentemente, così indifferente alle sirene della religione) non si facesse problemi particolari ad acquistare (ed ascoltare) un disco così dichiaratamente confessionale (e di una religione con radici così lontane da quelle del nostro paese).

L’impressione, a posteriori, è che quel mondo non fosse ancora inquinato da derive localistiche e nazionalistiche e fosse capace di confrontarsi tranquillamente con l’altro senza paure e preconcetti.

Una dote che abbiamo smarrito e che tanto ci servirebbe.

Un’Italia che mi manca.

WILMA GOICH “L’uomo ferito”, 1971

Uno è convinto di avere ben presente il modo in cui si è evoluta la musica pop, i tempi e i modi in cui i vari generi si sono manifestati, le radici dalle quali hanno preso ispirazione e dalle quali sono derivati così come i frutti che hanno dato e gli sviluppi che hanno generato. Uno passa gli anni a cogliere riferimenti e a dare un senso, un ordine, una direzione, al fluire delle musiche e poi ascolta (per caso) un brano come questo che manda a quel paese tutto e sembra creare un corto circuito spazio-temporale.

Non so praticamente nulla di questo singoletto della Goich, il brano dovrebbe essere stato scritto da Carla Vistarini  e non ho idea se la melodia e l’arrangiamento siano originali o cover di qualche brano straniero.
Fatto sta che se la si ascolta non si può non convenire con me che, fatte salve alcune sonorità inevitabilmente poco moderne (e la mancanza dei breakbeats), questa canzone è IN TUTTO E PER TUTTO un brano che potrebbe essere etichettato come PURO trip-hop e, in particolare, un pezzo che potrebbe essere stato scritto dai Portishead e la cui somiglianza con gli stilemi tipici del gruppo di Bristol è straordinaria.

Tutta la canzone si basa su di un narcolettico giro di basso somigliantissimo a quello del celeberrimo brano dei PortisheadGlory box“, l’andamento compassato, gli archi che subentrano nella seconda parte, la voce femminile, il testo che parla di un amore finito male… tutto combacia alla perfezione con gli stilemi trip-hop e allora le cose sono due:

o è tutto un puro caso (e quindi qualcuno in Italia con 20 anni di anticipo aveva già intuito le potenzialità di una forma canzone caratterizzata da battuta lenta, atmosfere fumose e tendenzialmente tristi, melodia killer e voce femminile strappacuore ma, ahilui, era troppo avanti rispetto al pubblico e non ha potuto capitalizzare un idea così innovativa)

oppure entrambe le canzoni prendono spunto da una medesima canzone (non ho idea quale) e ne mutuano (perlomeno) la linea di basso e magari anche altri aspetti

torna alla mente come la storia della musica sia iper-caratterizzata da continui furti (direbbero i paladini del diritto autoriale) o da inevitabili rielaborazioni di fonti precedenti poiché nessuno nasce nel vuoto ma tutti risentono della cultura alla quale appartengono e ne vengono permeati ben oltre ciò che si crede (come direbbero i paladini dei creative commons)

come che sia questo brano (davvero piacevole e ingiustamente ultra-dimenticato) può davvero assurgere a simbolo di come la storia della musica e delle musiche sia molto più intrecciata e contorta di quanto si creda (e di quanto vorrebbero farci credere i sacri testi).

Notturno e misterioso.