MEG “Meg”, 2004, BMG

Seguo Meg dal suo esordio all’interno dei 99 Posse (nella seconda metà degli anni ’90) e subito mi sorprese la personalità con la quale si inserì all’interno del gruppo: nonostante la bravura, il carisma e l’imponenza di Luca O’Zulù, fin dall’inizio Meg fu molto più che una seconda voce (o una corista), subito si impose come il suo alter ego sul palco e nei dischi a pari livello e pari intensità.
Questo suo esordio solista l’avevo piuttosto sottovalutato, vuoi per il singolo (bello ma non certo il brano più riuscito del disco) vuoi per le critiche non straordinarie. L’ho riscoperto solo oggi e l’ho trovato un lavoro bellissimo.

Meg canta con il suo personalissimo stile (quelle sillabe scandite con precisione una ad una a sottolineare il ritmo del canto…) e alla sua voce sono affidate le melodie dei vari brani (quasi tutti scritti da Meg stessa), ad accompagnarla archi e fiati (a loro è affidata, quando serve, l’armonia), glitcherie elettroniche (a decorare il tutto con curatissimi arabeschi) e percussioni a costruire e spezzare i ritmi. Vesti essenziali per canzoni che dal lato compositivo sono di tutto rispetto (melodie affascinanti e testi che ben mescolano aspetti onirici con aspetti autobiografici).
Il grande difetto di questo disco (se di difetto si può parlare) è qualche bjorkismo di troppo (a cominciare persino dalla copertina), ma è una critica abbastanza facile da smontare. Innanzitutto non è certo colpa di Meg se Bjork è stata una delle artiste più seminali emerse negli anni ’90, capace di indicare inedite strade alla musica pop e alla vocalità femminile, e il fatto che Meg assuma (anche) Bjork (soprattutto la Bjork dalle parti di “Vespertine“) come riferimento nulla toglie alla qualità delle singole canzoni e delle sue performance, anche perché qui non si copia nulla ma, come sempre succede di fronte a certi grandi della musica, semplicemente entrano a far parte del bagaglio culturale di molti (e anche di Meg) un insieme di tecniche e modus operandi e, inevitabilmente, accade che i semi gettati tra i vulcani dell’estremo nord germoglino un po’ ovunque e diano frutti saporiti anche sotto il meridionalissimo Vesuvio. Rispetto all’artista islandese Meg mette nel calderone (forse anche inconsapevolmente) l’amore tutto italiano per la grande canzone melodica che dona ai pezzi una vena umana e un calore che non sempre gli artisti del nord-Europa sanno esprimere.
Forse chi si aspettava testi più barricaderi può essere rimasto deluso dalla mancanza di anthem protestatari o denunce contro il potere, a me invece fa piacere trovare una artista capace di raccontare il proprio mondo interiore in un interessante (e acuto) dialogo col mondo esterno in maniera tale da svelarci contemporaneamente qualcosa di sé e qualcosa di noi.

Tra i momenti più alti del disco segnalo gli ottoni iper-energetici della seconda parte di “Puzzle” (come unire una big-band entusiasta all’elettronica più delicata), le sofferte melodie di “Parole alate” e “Audioricordi” (splendide interpretazioni, note preziose, elettroniche puntuali e originali, archi intensi, vibrazioni dritte al cuore), “Elementa” (ancora archi deliziosi a supportare voce ed elettroniche, testo interessantissimo nel suo raccontarsi/raccontarci la nostra inaudita complessità), “Olio su tela” messa in apertura del CD a mettere subito in chiaro lo spessore e le altitudini del disco con le sue ritmiche a spezzare, gli archi a ricucire, le tastiere a tessere ricami, le parole a dimostrare come si possa parlare di questioni socialmente rilevanti senza necessariamente fare ricorso all’invettiva esplicita, e, ultima non ultima, la sua voce ad accompagnarci con energia, decisione e dolcezza.
Qualche perplessità invece per le distorsioni e le velocità di “Sopravvivi” (si poteva osare qualcosina di più anche perchè il testo, essenziale e mirato, se lo meritava e l’arrangiamento subsonico prometteva molto), probabilmente questo è uno di quei brani che dal vivo, con volumi adeguati e l’inevitabile sporcizia, trovano la loro migliore consacrazione.
Sono due le canzoni che si distaccano dal mood generale: “Senza paura“, brillante remake di una cover a suo tempo interpretata da Ornella Vanoni e firmata Toquinho, Vinicius De Moraes e Sergio Bardotti , dove una ampia pattuglia degli Elii la affianca (senza mai rubargli la scena, grandi ANCHE in questo) in una festa carioca che apre nuovi orizzonti alle capacità espressive della stessa Meg, e “Invisible ink” dove invece ci si sposta su atmosfere da jazz-song fumosa, si parla inglese e, a mio parere, si paga pegno ad un certo provincialismo culturale che attraversa la musica pop e la porta spesso a cercare legittimazione attraverso il contatto con generi ritenuti (non so quanto a ragione) più nobili, ma il brano è comunque dignitoso e piacevole (e Meg è sempre brava anche in questa veste).

Ben fatto.

http://m-e-g.it

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One thought on “MEG “Meg”, 2004, BMG

  1. […] E’ il caso, ad esempio, del secondo album solista di Meg, “Psychodelice” che conferma ampiamente le belle parole spese da me per il suo omonimo esordio. […]

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