DANIELE SEPE “Suonarne 1 x educarne 100”, 2007, il Manifesto

Vi avviso subito che in questo post si parlerà poco di musica e molto di politica (beh… più o meno…), per cui chi non è interessato può tranquillamente andare oltre.

Per Daniele Sepe ho da sempre sentimenti contradditori. Amo molto la sua apertura mentale (musicalmente parlando). Nei suoi dischi, pur essendo un musicista di ascendenza fondamentalmente jazz che non manca mai di lasciare spazio alle improvvisazioni, ha percorso in lungo e in largo la canzone popolare di molte parti del mondo (a partire dal mio amato sud-America, passando per la Grecia, il nord-Africa, la tradizione britannica, quella italiana con particolare attenzione al nostro meridione, ecc.). Ha anche mostrato seria attenzione verso generi considerati meno “nobili” quali il rap, il reggae o il rock così come verso generi colti quali la musica contemporanea, l’improvvisazione free o la canzone d’autore francese. E’ un musicista che spicca sulla massa per non avere un suo orticello vero e proprio ma che, al contrario, ama confrontarsi con atmosfere e stili anche molto diversi (e spesso con risultati interessanti).
Di lui amo meno un certo suo modo di porsi tipico di chi ha un po’ troppe certezze e che lo porta facilmente a prendere posizioni molto (troppo) nette, mentre per quello che riguarda invece il suo essere musicista non sempre trovo riuscite le sue interpretazioni di brani altrui ai quali cuce vestiti in cui il suo amore per il jazz è un po’ troppo presente (ma questa, naturalmente, è questione di gusti).


Questo disco mi ha colpito, più che per la qualità delle musiche, comunque buone e ottimamente suonate, per l’impianto generale e l’obiettivo radicale che si pone. Tema centrale sono gli anni ’70 (i famigerati anni di piombo), periodo di grande vitalità in Italia e ricco di luci e di ombre. Sepe cerca di ripristinare un minimo di pluralismo nel guardare a questi anni che da molto tempo a questa parte vengono ridotti dai mass-media ad anni di scontri di piazza e terrorismo, cupi e violenti, spesso esemplificati da foto di persone col passamontagna che sparano armate di P38.
Per fare questo sceglie di utilizzare stilemi musicali tipici dell’epoca (a partire proprio dall’idea stessa di concept-album), vi aggiunge brevi montaggi sonori di materiali originali (frammenti musicali presi da dischi di allora ma anche porzioni audio carpite da TV, radio, film…) e attraverso 9 brani inediti cerca di raccontare quei giorni e di confrontarli con quelli odierni attraverso l’escamotage (in verità piuttosto abusato) di un uomo che si risveglia dopo anni di coma e trova l’Italia assai cambiata.

Il disco è introdotto e suggellato da due cover, omaggio di Sepe a Frank Zappa e a Carlos Puebla, strettamente legate alle atmosfere settantasettine, ma il cuore dell’opera pulsa vivo soprattutto negli inediti.
In “Come in coma” (parte come un rock-blues bello tirato, poi si trasforma in una marcetta per poi ritornare al rock in uno di quei brani polimorfi tanto amati da Sepe) si gioca con i mutamenti nei significati delle parole (lega, assemblea…) e con quelli delle abitudini (manifestazioni vs TV) per poi sparare nel mucchio e colpire il povero Panariello che paga per tutta la comicità leggera odierna.
Radisol” è un reggae tranquillo tranquillo che cerca di ricordare quanto fosse in quegli anni naturale (e sensato) impegnarsi nel sociale strizzando l’occhiolino, forse troppo, anche agli aspetti più duri della lotta (che fu).
Con “Il mondo visto dalla panchina” si torna ad atmosfere rock-blues (ai limiti dell’hard-rock) e si raccontano gli anni musicali e cinematografici di allora, sia raccontando come fosse vivace la scena musicale, sia cosa accadeva, o poteva accadere, ai concerti e agli spettacoli dal vivo (in una delle altre tracce Sepe rievocherà una contestazione ad un noto, ma non nominato, musicista di Catania colpevole di sperimentare un po’ troppo con le sue tastiere).
Guzzi falcone” è un mega-blues nel quale si rievocano i viaggi dell’epoca (poco organizzati ma molto avventurosi, anche nelle piccole cose…) e quei giorni così colorati e vivaci che presto scompariranno.
Zut/a/traverso” è un talking-funk che recupera un bel testo di Ivan Della Mea in cui si mette il dito nella piaga della confusione (odierna) tra stragismo e terrorismo e l’indifferenza (sempre odierna) per quelle che allora sembravano, e probabilmente erano, tematiche centrali, senza dimenticare un j’accuse su chi, a sinistra, creò i prodromi per i vituperati (da Daniele Sepe) anni ’80 e ’90 (in questa canzone va segnalato quello che per me è il neologismo dell’anno, un efficace e inarrivabile “è tutta una mastella“).
Bianco e nero” si apre con schegge sonore relative al rapimento e l’omocidio di Aldo Moro (di fatto l’evento che chiuderà l’epopea dei ’70 italiani) e si sviluppa in una jazz-ballad morbida nella musica ma tagliente nei testi sottolineando quanto danno fece il terrorismo delle BR al movimento e al paese tutto (oltre che alle vittime dirette) per chiudere con un prezioso riferimento all’undici settembre.

Sono strettamente funzionali al discorso anche gli strumentali (o quasi) “Let your past live” a ricordare certe atmosfere progressive che furono proprie di gruppi napoletani quali Osanna e Città frontale e il perfetto jazz-rock di “Napoli Centrale” il cui titolo rende perfettamente chiaro l’omaggio a quello che fu un grandissimo gruppo degli anni ’70.

Non mancano, come di consueto per Sepe, ampie note introduttive e scritti vari atti a meglio specificare il giudizio suo e dei suoi collaboratori sul fenomeno in questione fermo restando che, come ho cercato di illustrare, ogni canzone ben sviluppa una delle possibili analisi e chiavi di lettura relative al decennio osservato.

Non si può non sottolineare che è davvero troppo facile confrontare il meglio degli anni ’70 col peggio dei giorni nostri e che così facendo si rischia non di sviluppare una tesi quanto di violentare la Storia, ma resta il fatto che probabilmente Sepe ha compreso che al giorno d’oggi la battaglia non si gioca più sul piano politico (ammesso che questo abbia mai contato qualcosa), ma su quello strettamente culturale, ed è proprio ad una diffusa cultura (che potremmo definire) contro-rivoluzionaria, oltre che mistificatoria, che si contrappone questo lavoro, magari non proprio riuscito ma assolutamente necessario, perché, per chi li ricorda, è davvero sconcertante come un’epoca così intrigante e vivace sia raccontata in maniera approssimativa e negativa e, ancor più grave, sia erroneamente ricordata e malamente conosciuta dalle nuovissime generazioni. Seppure troppo di pancia quella di Sepe è una reazione legittima e più che dovuta di fronte ad un predominio culturale che si è andato ad imporre proprio a partire dagli anni ’80 grazie, ritengo, all’operato di alcuni giornalisti e/o intellettuali e all’avvento delle televisioni private (portatrici e divulgatrici per eccellenza proprio di quei modi di pensare egoisti, bigotti e, fondamentalmente, reazionari che ormai imperano nei cuori e nelle teste delle persone, comprese gran parte di quelle che votano per la cosiddetta sinistra) e che sta raggiungendo tali livelli di pervasività e diffusione che è obbligo di qualunque persona ancora dotata di memoria e buonsenso provare a contrastarla attraverso i mezzi che si hanno a disposizione cercando di restituire alle parole il loro vero significato e agli eventi storici la loro reale dimensione.
Magari con un disco, come fa Sepe, o, nel mio piccol(issim)o, con un post in un blog.

gastronomia operaia
cannibalizzazione
coltello, forchetta
magnammece ‘o padrone!

www.danielesepe.com

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