KRAFTWERK “Autobahn”, 1974, Philips

E’ strana la storia di “Autobahn“, fondamentale brano per la storia dei Kraftwerk, quello che ne segnerà il passaggio da gruppo di stra-culto a gruppo di (relativo) successo.
Esce contenuto nell’album omonimo e ne occupa l’intera prima facciata per una durata di oltre 22 minuti.

L’LP vendicchia, ma non va molto oltre le consuete vendite del gruppo tedesco.
Poi succede l’assurdo.
Ne viene tratto un singolo (che definire insensato è poco) che, attraverso tagli e ritagli, lo riduce a 3 minuti e mezzo (!!!), e, incredibilmente, questo 45 giri spopola negli Stati Uniti (e poi, di rimbalzo, in Europa).

Quasi senza un perché, da quel momento e fino ad oggi, i Kraftwerk diventeranno una formazione capace di scalare le classifiche.

Misteriosa anche la storia del video ufficiale che qui vi propongo.
La potete leggere in dettaglio cliccando qua, ma la sostanza è che lo commissionarono (fuori tempo massimo) e alla fine della fiera decisero di non utilizzarlo.
Ma questi sono tempi di scavi archeologici che tutto recuperano, e quindi ve ne propongo la visione.

Il brano, comunque quasi dimezzato, si sposa con disegni animati che vi rimanderanno esattamente a quegli anni.
Spero apprezzerete.

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Un’ora di canzoni a 78 giri

Ribadendo che non sono un esperto di canzoni anni ’30 e ’40, eccovi una personalissima e discutibilissima playlist dedicata ai fasti della musica incisa sui fragili 78 giri.

Come al solito abbiamo dovuto fare i conti con la disponibilità del materiale su Spotify. Purtroppo, e con mia sorpresa, non ho trovato diverse canzoni che avrei voluto inserire di Rodolfo De Angelis e Natalino Otto (che, rispetto alle intenzioni, risultano così sottorappresentati), viceversa l’abbondanza del materiale relativo al Trio Lescano ha fatto sì che ci siano parecchie loro (belle) canzoni.

Sottolineo pure che, incredibilmente, non sempre i nomi dei cantanti sono indicati in maniera corretta.
Ne paga le conseguenze l’ottima Maria Jottini.

Tutte le canzoni che sentite sono state pubblicate in un periodo che va dal 1933 al 1948, e sono solo la punta di un iceberg di eccellente livello e che vale la pena approfondire.

Buon ascolto.

RODOLFO DE ANGELIS “Ma… cos’è questo De Angelis ?”, 1995, Fonit Cetra

Già in passato ebbi a manifestare la mia passione per la musica italiana degli anni ’30. Per quel poco che conosco di questa scena, se dovessi farvi un nome, un nome solo, di un autore geniale e meritevole di approfondimento, non potrei che indicarvi Rodolfo De Angelis.

Proveniente dagli ambienti del caffè concerto (forse a voi più noto come cafè-chantant), vicino alle avanguardie futuriste (Marinetti e Depero tra gli altri), autore, cantante e interprete sensibile, uomo di teatro e personaggio poliedrico, ha realizzato svariati 78 giri che spiccano per originalità e qualità sotto ogni punto di vista.

Se oggi ve ne parlo è perché, a fine anni ’70, la meritoria collana “Fonografo italiano” gli dedicò 3 LP antologici, a loro volta, a metà anni ’90, convertiti pedissequamente in 3 CD (anche se secondo me sarebbe stato più sensato fare un unico doppio CD piuttosto che 3 distinti dischetti mezzi vuoti). Tutto materiale oggi purtroppo fuori catalogo e non banale da trovare.

All’interno di questi LP mi si è aperto un mondo davvero stupefacente e singolare. Nulla in De Angelis è scontato: niente canzoni d’amore, niente drammoni nazional-popolari, nessuna particolare derivazione dalla tradizione lirica o da quella della canzone napoletana (pur essendo lui nato a Napoli), ma un canzoniere sfacciato e pieno di sorprese, a partire dalla sua celeberrima trombetta (molto spesso nelle sue canzoni, nelle sezioni strumentali, De Angelis canticchia simulando il suono di una tromba, con dei “perepè perepè” personalissimi e un tantino assurdi).

E’ l’ironia a dominare le sue canzoni, di volta in volta messa al servizio di temi diversi:

da canzoncine proto-demenziali (la surreale “Tinghe tinghe tanghe“, con elementi dixieland, le tre affascinanti sorelle “Babà Bebè Bubù“, le rime baciate di “Cinque contro uno“),

divertissement tinti di exotismi (“La carioca“, dai chiari riferimenti latino-americani, l’oriente di cartapesta di “Nel Parapapà” e il medio-oriente altrettanto fantasioso di “Sciali sciali“, la Cina inverosimile di “Liulai“, i ritmi e le percussioni di una delirante “Il venditore di nastrini“, una assurda “Canzone tirolese” strapiena di stereotipi sugli austro-tedeschi con tando di rapida citazione marinettiana),

pezzi che ricordano la comicità dell’avanspettacolo (“Pesci e frutti di mare“, dai doppisensi volgari eppure di un’eleganza che abbiamo irrimediabilmente perso, musicalmente trascinantissima, gli stereotipi sulle varie nazionalità in “Donne e mariti“, la cinica “C’è troppa concorrenza“, l’ironia sugli oratori in “Lo sport delle parole“, la scettica, probabilmente non a torto, “E se non fosse vero ?“),

canzoni che affrontano questioni di costume (la famosissima, e sempre d’attualità, “Ma… cos’è questa crisi ?“, “Il colore che vuoi tu“, dai continui cambi di melodia, le riflessioni semiserie su arte, mass-media e massimi sistemi di “Schiocca la frusta e va“, i vizi italiani stigmatizzati in “Le presento e raccomando“, lo sguardo pessimista sulla contemporaneità di “Di sera dove andare“, con i fiati che spingono tantissimo),

fino ad arrivare ad alcune clamorose meta-canzoni che, da vero nobile precursore di Elio e le Storie tese, ironizzano sui mezzi e mezzucci utilizzati per scrivere le canzoni (la deliziosa e sfaccettata “Per fare una canzone“, pure questa ancora attualissima), o descrivono la soppressione delle canzoni americane dal mercato e dalle trasmissione italiane (una straordinariamente ambigua “Addio canzoni americane“, musicalmente del tutto affine alle canzoni che il regime aveva proibito e che sono l’argomento del brano), fino al meraviglioso (non)plagio dichiarato di “Ho rubato un motivo” nel quale gioca con ampi e riconoscibili frammenti della famosa canzone “Quel motivetto che mi piace tanto“.

Musicalmente si accoppiano melodie azzeccate e immediatamente memorizzabili con strutture che dimostrano una evidente conoscenza di tanti e diversi stili musicali, con i quali tendenzialmente il De Angelis compositore si diverte a giocare insieme all’orchestra leggera che di volta in volta lo accompagna.

Non mi nascondo dietro un dito: se oggi pochi ricordano De Angelis è anche per le sue simpatie verso il regime fascista, simpatie che sono tranquillamente esplicitate in alcune delle sue canzoni, il cui ascolto ai giorni nostri risulta difficoltoso, se non altro perché è complicato entrare in sintonia con le cose che vengono cantate.
Ma bisogna dire anche che, non solo De Angelis non fu mai organico al Partito Fascista (nel ’22 irruppero a Firenze dove stava effettuando uno spettacolo per sospenderglielo), ma soprattutto il suo approccio ironico mal si adattava alla retorica fascista (non avrebbe mai potuto scrivere “Faccetta nera“) e una figura anarcoide come la sua prima o poi non poteva non entrare in contrasto con l’establishment. Ciò nonostante anche un brano come “C’è una bella società“, riferito alla Società delle Nazioni, dimostra come almeno qualcuno dei suoi brani ricchi di riferimenti politici possa essere ascoltato ancora oggi (una cosa è la propaganda, altra cosa è avere una opinione, non necessariamene condivisibile da tutti).

Aggiungo pure che molti potrebbero trovare alcuni aspetti del linguaggio di De Angelis politicamente scorretti, ma, anche qui, va sottolineato che, ad esempio, quando parla di “canzoni negre” si limita ad utilizzare un modo di parlare e di pensare del tutto normale per l’epoca (credo faccia bene a tutti sforzarsi di contestualizzare ciò che si ascolta, senza giudicarlo su parametri contemporanei che, inevitabilmente, ci porterebbero a fraintendere ciò che viene cantato o narrato).
Analogamente quando disegna scenari di improbabili paesi lontani non fa altro che utilizzare stereotipi dell’epoca che, spesso, descrivevano l’oriente (vicino o lontano) o l’Africa in maniera fantasiosa e mitizzata, lontanissima da una realtà che in quegli anni, fondamentalmente, la gente semplicemente non conosceva.

Rodolfo De Angelis è stato un artista incontrollabile e dalla fantasia sfrenata, difficilmente irregimentabile e difficilmente gestibile, che ci ha lasciato in eredità, oltre alla mia amatissima Discoteca di Stato (da lui istituita, oggi Istituto per i beni sonori ed audiovisivi), un pacchetto di canzoni spesso irresistibili e imprevedibili.

Le belle canzoni di una volta.

Un’ora con le canzoni di Francesco De Gregori

Chiudiamo questa serie di post dedicati al principe dei cantautori con questa playlist.

L’idea questa volta è semplicemente quella di raccogliere brani di De Gregori ai quali sono affezionato, canzoni che mi ricordano determinati momenti o sono state importanti in determinati momenti. Nessuna ambizione, quindi, a riuscire a distillare il meglio della sua produzione.

Come di consueto ho dovuto fare i conti con l’offerta di Spotify, pertanto una decina di brani sono nella versione che volevo, altri sono dal vivo ma li preferivo in studio, altri ancora sono in studio ma li preferivo dal vivo (e sia chiaro che alcune canzoni sono dal vivo perché preferivo PROPRIO queste versioni rispetto alle originali).
Purtroppo c’è stato un brano che avrei voluto inserire, ma non è disponibile in nessuna forma: si tratta di “Bellamore” e la sua assenza rende questa raccolta monca.

Ovviamente questa selezione è dedicata ad Inno.

Buon ascolto

FRANCESCO DE GREGORI “Terra di nessuno”, 1987, CBS

Secondo post dedicato ai dischi in studio di Francesco De Gregori (ma non starò esagerando ?).

Ricapitoliamo la situazione: dopo il trionfale ritorno con “Titanic” (1982), De Gregori si concede nuovamente qualche anno di silenzio per poi regalarci un tris di album che, a mio parere, rappresentano il periodo migliore della sua produzione.
Scacchi e tarocchi” (1985), “Terra di nessuno” (1987) e “Mira mare 19.4.89” (1989) sono tre dischi dove il cantautore romano rivela una vena musicale estremamente felice unita ad una capacità di realizzare liriche in perfetto equilibrio tra personale e sociale, cronaca e metafora, tanto da poter parlare di una vera e propria nuova giovinezza artistica.

Di questi tre dischi quello al quale sono più legato è il secondo, disco che, nonostante la copertina tipicamente degregoriana, cioè poco invitante (con rispetto per Karl Hubbuch, autore del quadro dal quale è tratta), raccoglie nove brani tutti di ottimo livello con alcune eccellenze assolute (anche se, purtroppo, nessuno di questi brani è riuscito a diventare un classico al livello dei vari “Buonanotte fiorellino“, “Generale” o “Viva l’Italia“, ma non è da questi particolari che si giudica una canzone).

Il disco si apre con il rock circolare de “Il canto delle sirene“, lungo brano che, nella struttura senza un vero e proprio ritornello, si ispira dichiaratamente al “Jokerman” di qualche anno prima cantato da Bob Dylan, mentre nel testo, splendidamente ambiguo, evoca sia la necessità di contrastare l’arrembante ascesa dell’ideologia liberista, sempre più affermata e trionfante, sia questioni più strettamente intime e personali. Peccato solo per un arrangiamento pulitino (problema che caratterizza tutto il disco, e gli altri due di cui ho parlato, prodotto in maniera molto professionale, ma senza quegli azzardi e quelle sporcizie sonore che forse avrebbero dato maggior forza alle musiche), con un po’ di birra in più questa canzone sarebbe stata una vera e propria bomba.

Riguardo il resto del disco, mi limito a segnalarvi le canzoni di livello superiore, ad esempio “Pilota di guerra“, ispirata dalla figura di Antoine de Saint-Exupéry, brano malinconico che unisce mirabilmente temi sociali, la guerra e l’orrore, e personali, la solitudine. Chitarra e tastiere per una musica adeguatissima ai testi, lenta e rassegnata.
Pane e castagne” è invece il pezzo che contiene la frase che dà il titolo al disco ed è un’altra canzone che gioca moltissimo con l’ambiguità di un testo che può esser letto sia in chiave sociale (il complicato attraversamento di frontiere da parte di chi vuole andare a vivere e cercare fortuna in un altro paese), sia in chiave introspettiva (il percorso evolutivo/formativo che tutti compiamo). Questa doppia chiave, unita ad una melodia meravigliosa ed un arrangiamento pianocentrico di grande effetto, crea un piccolo miracolo passato troppo inosservato.
Con “Nero” rientriamo più esplicitamente nelle questioni sociali: una canzone che, ascoltata oggi, sembra avere ancora più senso di ieri, con questo ritratto, tutto in levare, di ordinaria emarginazione e ordinaria faticosa ricerca di un pezzetto di felicità. Bello il contrasto tra la musica allegrotta e la storia narrata fatta di sacrifici e umiliazioni (ma la canzone è del tutto priva di retorica). Consigliata a leghisti e a sovranisti.
Mimì sarà” è un altro dei pezzi forti del disco, ancora il pianoforte al centro del pezzo per una amara, molto amara, cronaca di fallimenti e bilanci personali che non tornano mai. Un brano struggente e commovente, aiutato in questo dagli archi arrangiati da Renato Serio (non è chiaro se sia ispirato/dedicato da/a Mia Martini, e non so se sia importante saperlo, anche se è certo che lei lo fece suo).
I matti” è un affettuoso ed empatico (e coraggioso) ritratto di tutte quelle persone che vengono sbrigativamente liquidate come strani o, appunto, matti. Anche qui il pianoforte al centro del brano con una specie di valzerino rallentato e un finale che sembra farli scivolare nel nulla, un brano che se lo si ascolta non può non colpire dove fa più male.

Gli altri brani, tutti comunque validi, sono un gradino sotto, magari solo per una meno perfetta messa a fuoco, ma questo è un disco assolutamente compatto, senza cadute di tono.

Dopo questi LP De Gregori produrrà ancora un lavoro che trovo valido, anche se inferiore a questi tre, “Canzoni d’amore” (1992), per poi scivolare in una aurea mediocrità con occasionali zampate di gran classe.

Purtroppo non tornerà più a questi livelli e a questa perfetta misura.

ORBITAL “The box”, 1996, FFRR

The box” è un brano splendido e trascinante, che ho amato molto. Meritava un bel video e gli Orbital non si sono fatti pregare.
Tra molte reminiscenze koyaanisqatsiane (e quando mai…), Tilda Swinton si aggira per una moderna metropoli.

Stranamente su YouTube ho trovato questa versione del video, che si vede molto meglio di quella presente sul canale ufficiale del duo inglese, vai a sapere…