ANTONELLA RUGGIERO “Libera”, MCA, 1996

In questi ultimi mesi mi sono passati tra le mani quasi tutti i lavori solisti di Antonella Ruggiero.
Dico subito, e non temo smentite, che la Ruggiero è l’interprete italiana più valida prodotta dalla nostra scena musicale negli ultimi 20 anni.
La sua voce, con l’esperienza e l’esercizio, ha raggiunto una estrema duttilità, una impressionante carica espressiva, un senso della misura rarissimo tra le vocalist dello stivale (troppo spesso afflitte da ipertrofia muscolare). La reputo una artista di enorme spessore.

Già con i Matia Bazar aveva realizzato (anche) ottimi lavori (su tutti vorrei segnalare gli elettronicissimi “Tango” e “Aristocratica“, le due vette indiscusse della loro produzione, con una Ruggiero già molto brava, ma ancora lontana dalla maturità attuale, a cantare testi straniati su basi elettroniche molto interessanti e la solita capacità dei Matia di scrivere efficacissime melodie), dimostrando in moltissime occasioni le sue qualità canore (dal finale di “Cavallo bianco“, all’energia di “Ti sento“, e l’elenco sarebbe lungo…).

Ascoltando e riascoltando i lavori che ha realizzato dopo aver lasciato il gruppo e dopo un lungo periodo di silenzio artistico e di ricerca personale quello che mi lascia perplesso è l’abisso (o perlomeno il divario) tra la sua voce e il suo repertorio (sempre dignitosissimo, sia chiaro).
Sia quando canta brani scritti da lei stessa con l’inseparabile Roberto Colombo, sia quanto canta brani scritti per lei da altri autori, sia quando esegue brani altrui più o meno famosi, compresi quelli del suo vecchio gruppo, è sempre stridente il contrasto tra una voce dalle possibilità infinite e brani che, salvo rare eccezioni, non sono altro che oneste canzoni pop. Mi è inevitabile il paragone con un’altra voce dalle grandi possibilità, quella di Bjork, che, diversamente, è messa al servizio di progetti di ben altro spessore.

E devo dare atto alla Ruggiero di avere molta buona volontà e di dimostrare notevole eclettismo. I suoi dischi solisti sono decisamente variegati: si va dall’elettronica morbida di “Sospesa” (1999), all’acustica venata di misticismo di “Sacrarmonia” (2000), al raid sul nuovo rock italiano di “Registrazione moderne” (1998) fino agli echi bolliwoodiani di “Libera” o al recentissimo disco di cover significativamente intitolato “Big band“. Un percorso sorprendente di una artista a cui non fa difetto la curiosità ma all’interno del quale le vere perle sono pochissime.

Tra i suoi lavori “Libera” è quello che mi piace di più, vuoi per la buona vena compositiva, vuoi per l’originalità musicale della proposta (un pop meticcio e speziato che si incrocia con la musica leggera dell’India).
Si ha l’impressione che il soggiorno nelle terre del Gange abbia realmente fatto penetrare il mondo indiano nella personalità della Ruggiero spingendola a realizzare un disco che mischia con molta naturalezza il suo passato e il suo presente. Nessuna pretesa di misticismi a basso prezzo o esotismi da cartolina, ma una artista che aggiunge al suo già ricco background musical-culturale questa esperienza orientale riconducendola alle sue corde naturali.
Ed ecco quindi l’ausilio di un manipolo di musicisti indiani a colorare le musiche scritte da Roberto Colombo insieme alla stessa Antonella realizzando un disco (inevitabilmente) pop ma, per molti versi, piuttosto inaudito per le consuetudini italiane. I testi non parlano di Nirvana o divinità induiste rimanendo nel solco delle cose che la Ruggiero ha sempre cantato, ma si avverte comunque una maggiore profondità, una sensibilità mutata. I versi non sono suoi e sono affidati a Daniele Fossati, ma è chiaro che anche la scelta dei propri collaboratori è espressione delle qualità e della ricerca di un artista e che quindi, in un certo senso, seppure non li scrive essa stessa, è come se la Ruggiero li sottoscrivesse facendoli propri.

Il canto dell’amore” è la traccia che a me sembra più riuscita, grazie soprattutto ad un ritornello che acchiappa l’ascoltatore e non lo molla e ad una superba prova vocale, ma anche “La danza“, la placida “Il tempo che verrà” e “Nuova terra“, altra straordinaria prova delle sue capacità, sono tre canzoni di ottima fattura, all’interno di un album che brilla anche per compattezza e per mancanza di cadute di tono.

Rimane, immutata, la speranza di vedere la Ruggiero confrontarsi con autori e musiche di altissimo livello. E resta pure un rimpianto per la troppo rapida collaborazione con Battiato, ai tempi de “L’imboscata“, che si auspicava potesse essere l’inizio di qualcosa di corposo ed invece non ha avuto alcun seguito.

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One thought on “ANTONELLA RUGGIERO “Libera”, MCA, 1996

  1. […] Antonella Ruggiero (leggete qua e qua cosa scrissi) che nel suo “L’impossibile è certo” trova modo di arricchire […]

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