DON CHERRY “Organic music society”, 1972, Caprice records

I vituperati anni ’70 sono stati anche anni in cui si è tentato, con un discreto gusto per l’azzardo, di inseguire ideali alti e utopie difficili anche solo da immaginare. In musica ci sono stati artisti che hanno provato a sintetizzare quanto di meglio aveva da offrire la musica tutta alla ricerca di una musica nuova che fosse unione e armonia delle tante musiche conosciute, una musica nuova per un mondo nuovo immaginato come pacificato e armonico.
Fricchettonerie, certamente, ma anche sinceri tentativi di andare oltre l’orticello di casa propria e giocarsi la carta dell’incontro con l’altro (oggi sempre meno perseguito, all’epoca considerato da molti una sorta di obbligo morale).

In Italia chi forse ha meglio tentato di realizzare musiche siffatte sono stati gli Aktuala (prima o poi gli dedicherò un articolo), ma in questa sede mi piace parlarvi di questo disco di Don Cherry (del quale è soprattutto maestro di cerimonie, più che autore), dal titolo decisamente esplicativo, ricco di questa tensione verso l’unità del genere umano di cui accennavo sopra.

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L’idea di fondo fu quella di radunare intorno a sè musicisti di varia estrazione (geografica e musicale) e di realizzare con loro una musica che vedesse confluire al suo interno modalità provenienti da generi lontani e magari spesso considerati antitetici.
Per quello che riguarda i musicisti già scorrendo l’elenco si inizia ad avvertire la trasversalità dell’operazione: alle percussioni abbiamo il brasiliano Nanà Vasconcelos, il turco Okay Temiz e lo svedese Bengt Berger, la tromba è suonata dagli, a me sconosciuti ma dai nomi inequivocabili, Achmed Falay e H’suan… Cherry si circonda di sensibilità diverse e costruisce un gruppo che utilizza strumenti non necessariamente abituali per l’universo del jazz, dal quale lui proviene, e quindi abbiamo in organico, oltra agli usuali basso, batteria, tromba, pianoforte e flauto strumenti quali il berimbau, il sarangi, le tamburas e la misteriosa guitar doussn’gouni.

I riferimenti musicali cercano di attingere a diverse radici, per cui troviamo ovviamente il jazz, ma anche la tradizione africana, le ritmiche sud-americane, la musica classica indiana e, addirittura, il minimalismo americano (compare infatti due volte nel disco il brano “Terry’s tune” scritto da Terry Riley, in quegli anni spesso compagno di Don Cherry in concerti e session in studio).

Ma in concreto cosa si ascolta in questo (originariamente) doppio LP ?

Lunghe invocazioni a qualche dio pagano in un misto di atmosfere hippy-afro-indianeggianti (“North brazilian ceremonial himn“), soliloqui per flauto seguiti da un’ostinato arpeggio di tastiera contrappuntato da una voce (“Elixir“) o la stessa voce appoggiata su di un ossessivo ritmo di berimbau (“Relativity suite part 1“), entrambi a disegnare una singolare forma di minimalismo africaneggiante, improvvisazioni per sarangi+voce tipicamente indiane (“Manusha raga kamboji“), Africa+spoken poetry su una base di ricche percussioni (“Relativity suite part 2“), minimalismo bucolico che subito sfocia in free jazz (“Terry’s tune“, presente in due versioni la seconda delle quali con una sorprendentemente introduzione dai fiati celestiali), aperture piano-centriche fricchettone in gioiosa libertà sorrette da un drumming imprevedibile per poi aprirsi a suoni jazz vagamente brubeck-iani (“The creator has a master plan“, “Hope“, “Utopia & Visions“) o classico-indiani (“Sidharta“, “Resa“).

Questo è un disco largamente imperfetto (e neanche inciso troppo bene, frutto com’è di diverse registrazioni live e di una unica session in studio), non certo un capolavoro. Ma è la testimonianza di un anelito, di un desiderio, che nei decenni successivi si è andato, purtroppo, perdendo.
Come dice giustamente Giorgio Gabermolti avevano aperto le ali senza essere capaci di volare… come dei gabbiani ipotetici“, e questo disco cercava di spiccare un volo sicuramente aldilà delle possibilità dei protagonisti (nel disco non c’è la reale fusione delle musiche dalle quali si attinge, piuttosto una giustapposizione a volte forzata, la musica non riesce a scorrere via fluida come dovrebbe), ma cio’ nonostante ascoltarlo significa provare un forte rimpianto per quei tempi perché oggi, cito sempre (e sempre impropriamente) Gaber, abbiamo “il gabbiano senza neanche più l’intenzione del volo, perché ormai il sogno si è rattrappito“.

Perché alla fine della fiera forse è stato più importante sognare certe musiche che realizzarle.

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