WILLIAM BASINSKI “92982”, 2009, 2062 rec.

Una via davvero originale al glitch-ambient è quella proposta da William Basinski. Famoso (relativamente) soprattutto per i suoi “disintegration loops” (un giorno ve ne parlerò diffusamente) ha la tendenza a lavorare con materiali musicali molto meno che low-fi.

Da parecchio tempo dedica la sua attenzione a frammenti di registrazioni fatte da lui stesso su audiocassette molti anni fa e poi da lui recuperate e utilizzate per creare nuove composizioni.
Il passaggio degli anni su questo tipo di supporti non è indolore: la (più o meno parziale) smagnetizzazione, il nastro non più in tensione come dovrebbe, incidenti di vario tipo e la generica usura del tempo fanno si che di ciò che è stato registrato resti solo una sorta di ombra pallida, qualcosa che lo ricorda ma che ormai è molto diverso da quello che fu.

In questo CD troviamo 4 brani con nessuna spiegazione/indicazione sulla loro realizzazione, ma l’impressione è che siano tutti forgiati su alcuni di questi audioframmenti, spesso messi in loop, caratterizzati da semplici melodie (molto) malinconiche ripetute all’infinito.

La seconda traccia (aridamente intitolata “92982.2“) sembra utilizzare una registrazione di archi sulla quale si sedimentano dei piccoli e periodici schiocchi ricchi di eco a ricordare le pagine più morbide di M.B. o le sezioni più paciose del Battiato di “Pollution“. Ma qui non c’è alcuna intenzione di aggredire l’ascoltatore, quanto di cullarlo ipnoticamente per una ventina di minuti lasciando che il (variabile) wow&flutter della cassetta aggiunga indeterminazione a quello che poteva essere un loop monotono e che i difetti del supporto portino alla luce elementi inediti (in un certo senso è il nastro stesso a creare le sonorità che si ascoltano) unitamente ai suoni newyorkesi (sirene della polizia, tuoni, elicotteri…) che entravano liberamente dalla finestra dello studio di registrazione di Basinski e si fissavano sui nastri nel lontano 1982 quando realizzò le fondamenta di questo lavoro (rifinito e definito meglio solo molti anni dopo, lasciando per molto tempo a decantarne i materiali costitutivi, un po’ come si fa con certi superalcolici invecchiati).

Il bellissimo terzo brano (“92982.4“) nasce da una serie di piccole frasi di pianoforte prese da nastri molto rovinati il cui stato precario dona ai suoni una stranissima forma di tremolo artificioso e, soprattutto, vi aggiunge una specie di grottesco riverbero capace quasi, in certi momenti, di cancellarne gli aspetti melodici. Il risultato è un contrasto straniante tra la sostanza ambient della musica e l’oggettivo rumorismo del prodotto finale, ma è un contrasto fecondo e capace di lasciare ammutoliti per la sua troppa bellezza.

E’ la sensibilità musicale di Basinski a far si che il prodotto finale sia piacevole, curioso, capace di attirare continuamente l’attenzione pure nella sua costante immobilità con tutti questi suoni alieni frutto dell’invecchiamento dei nastri che ci svelano mondi sonori inediti, se non finora impensati certo sottovalutati, ed è singolare l’esperienza del trovare bellezza anche li dove si aveva l’impressione ci fossero solo cose di infimo valore.

Forse questa è la migliore colonna sonora possibile per quel tramonto dell’occidente che tanti hanno vaticinato e che spesso sembra di poter cogliere nelle piccole e grandi notizie che l’informazione ci passa. Quello che è certo è che è davvero sorprendente la possibilità che abbiamo di godere musicalmente di certi repentini cambi di tono, di certi salti improvvisi nei suoni, di tutti quegli evidenti audiodifetti contro i quali legioni di audiofili lottano da decenni (e non a torto, sia chiaro).

Al solito ci si conferma l’antico adagio secondo il quale la bellezza non si abbevera da un’unica fonte.

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