EMBRIONIC COLESLAW “Mantis storm nipper hornets”, 2014, autoproduzione

Oscura produzione romana di un ancor più oscuro polistrumentista che, in questa occasione, sceglie il moniker programmatico di Embrionic coleslaw. Una spumeggiante suite di mezzora divisa in 8 movimenti che (abbastanza) fluidamente entrano l’uno nell’altro per una composizione che unisce talento e buon gusto ad una visione musicale decisamente originale ed ecumenica (come piace a noi).

Embrionic
La estrema laconicità del libretto nulla ci racconta sulla genesi di questo pezzo. Ascoltandolo l’impressione che si ha è di una mirabile unione di frammenti musicali campionati chissà dove, uniti con un minimo di ritmi e percussioni e con l’aggiunta sporadica di parti suonate da EC stesso. Ma magari è vero tutto il contrario.

Provate ad immaginarvi una sorta di DJ Shadow completamente privo della passione per l’hip-hop, i breakbeat e quella roba lì, ma che abbia conservato il gusto per la ricerca di fragili melodie o di singolari armonie recuperate da dischi dimenticati, da mettere sapientemente in loop a formare nuove tessiture dall’ordito inaspettato. Aggiungeteci uno sguardo onnivoro sul mondo della sette note, all’interno del quale convivono tantissime musiche diverse provenienti da svariati paesi e da svariate epoche. Condite il tutto con una sensibilità musicale fuori dalla norma capace di legare (bene) assieme materiali che d’istinto sembrerebbero capaci solo di collidere tra loro e forse avrete una idea di cosa vi aspetta ascoltando questo lavoro. Potreste pensare forse a certe cose di Christian Marclay, ma qui c’è uno spirito pop e seriamente giocoso inesistente da quelle parti.

Tra le sezioni che lo compongono spenderei una particolare buona parola per il lungo crescendo disturbato e disturbante, un po’ da colonna di zombie barcollanti in marcia verso le loro prede, di “Invade dark spaceships” (che mischia in maniera profana voci soul, tricchetracche elettronici, archi profondissimi e ottoni squillanti), per il bel basso tribaloide che introduce “Hubbub clatter“, sezione dal riuscitissimo mix tra suoni prettamente acustici (arpa, piano, un forse-mandolino, una fisarmonica con un accenno di, oh yes, tango) ed elettronici, o per la conclusiva “Hand detonation incursion jr.” che, tra risate, vocioni, chitarrine e archi serissimi, sembra portarci in un folle sogno degno del batmaniano Joker.
Qualche dubbio invece sulla esagerata macchina fotografica (chi ascolterà capirà) di “Contest nihilist” o sulla confusione (non so quanto organizzata) della prima parte di “Onslaught bust bellow 586” (che ha comunque una bella seconda parte, piena di misteriosamente convintissimi, “babe, babe, babe” tra un organo, una chitarra caraibica e delle misteriose ovazioni).
Una musica che si situa in una strana terra di nessuno tra musica popolare e musica di ricerca, contenendo elementi di entrambe ma senza che la si possa assimilare a nessuna delle due.

Non cercatelo, purtroppo non lo troverete.

MAURIZIO MARINO “Gianni Sassi – Fuori di testa”, 2013, Castelvecchi

Cominciamo col dire che questo era, ed è, un libro assolutamente necessario.
Necessario perché era (a dir poco) uno scandalo che in Italia ancora non esistesse una monografia dedicata ad una delle figure culturali più importanti apparse in questo paese nei gloriosi e vituperati anni ’70.

Gianni Sassi è stato tante cose, Marino lo definisce, ottimamente, “focus culturale della Milano anni Settanta e Ottanta” ed è certo che tutte le sue qualità di grafico, discografico, pensatore, buongustaio, catalizzatore, intellettuale vero, contribuirono in maniera determinante a definire (almeno) un decennio di cultura italiana attraverso una incredibile sequenza di attività, la più celebre delle quali, da queste parti, resta la creazione di una etichetta discografica qualitativamente eccelsa come fu la irripetibile Cramps records.
Il fatto che ora, entrando in una libreria, chi voglia possa trovare questo libro è già ragione necessaria e sufficiente per giustificarne l’esistenza, e di questo sono grato a Marino che si è preso la responsabilità di colmare un vuoto inspiegabile quanto profondo.

sassimarinoSottotitolato “l’uomo che inventò il marketing culturale“, il libro segue il percorso di Sassi attraverso il suo rapporto con la musica (a partire dalla sua presenza attiva prima coi Giganti di “Terra in bocca“, poi con alcuni progetti della Bla…Bla… per poi dedicarsi quasi esclusivamente alle produzioni Cramps). Lo si racconta sia attraverso un resoconto di cosa accadde, sia attraverso il tentativo di cogliere l’essenza del metodo Sassi tramite un minimo di interpretazione e analisi critica del suo operato. Nella seconda parte del libro ci sono poi una serie di eccellenti ricordi di Gianni Sassi, opera di alcuni dei tanti artisti ed intellettuali che hanno condiviso con lui questo percorso unico e rigorosamente in diagonale (come direbbe Battiato). Tra questi segnalo quelli dello storico sodale Sergio Albergoni, quello, privo di ipocrisie e per questo particolarmente rispettabile, del “rivale” Marcello Baraghini, quelli di Patrizio Fariselli, Eugenio Finardi e Claudio Rocchi (tutti musicisti i cui ricordi aiutano moltissimo a comprendere come funzionassero le cose in casa Cramps) e quello, come sempre lucidissimo, di Franco Fabbri, all’epoca musicista negli Stormy six, oggi eccellente studioso di popular music.

Nel libro convivono sezioni ottimamente riuscite insieme ad altre che io trovo invece fuori bersaglio (almeno dal mio punto di vista). L’autore sceglie di non approfondire più di tanto la biografia di Sassi, specialmente quella che precede il suo ingresso nel mondo musicale. Scelta legittima, sia chiaro, ma che in me lettore ha lasciato un senso di vuoto perché si fatica ad afferrare attraverso quale percorso formativo e quale storia personale Sassi sia arrivato ad essere Sassi.

Al contrario nelle molte pagine dedicate alla Cramps in molte occasioni il discorso scivola direttamente da Sassi ai dischi da lui prodotti in maniera forse troppo pronunciata.
Mi chiedo, ad esempio, se fosse necessaria una scheda (per quanto sintetica) per ognuno dei dischi della collana Nova musicha o se fosse necessario spiegare, sempre un esempio fra i tanti possibili, chi fosse il compianto Robert Ashley e come fosse caratterizzato il suo disco pubblicato dalla Cramps. Da lettore mi sarei aspettato sicuramente una riflessione sull’importanza e sulle caratteristiche di questa fondamentale collana di dischi, ma senza arrivare ad un tale grado di dettaglio (essendo il libro, lo ricordo, su Sassi e non sulla Cramps).

Va detto, en passant, che personalmente sento anche la mancanza di un libro dedicato esclusivamente alla Cramps e al suo percorso così ricco e variegato.

Tutte le prime 60 pagine soffrono, a mio parere, di questa tendenza a privilegiare la Cramps rispetto a Sassi, togliendo ossigeno alla narrazione dell’intellettuale e delle sue opere per raccontare altri intellettuali ed altre opere (fermo restando che in ogni disco della Cramps la presenza, a vario livello, di Sassi era sempre avvertibile: vuoi per la copertina, vuoi per l’impianto ideologico che lo permeava, vuoi per l’atmosfera che lo attraversava). Molto più riuscite le pagine seguenti dedicate agli eventi immaginati e creati da Gianni Sassi e ad un analisi molto interessante degli elementi caratteristici le sue copertine o le sue pubblicità.

Altro punto che mi trova in disaccordo è l’insufficiente spazio dedicato alle immagini. In un libro dedicato ad un grafico e nel quale in più occasioni si raccontano e descrivono le copertine dei dischi che ha curato (e le sue pubblicità, i suoi manifesti, le sue riviste…), la mancanza di immagini relative a ciò di cui si parla è particolarmente grave. Il libro si limita a 16 pagine a colori situate al centro del volume (e quindi distanti dalle pagine di cui sono argomento), nelle quali trovano spazio alcune foto di Sassi, una ventina di piccole copertine e retrocopertine di dischi di cui ha curato la parte grafica, alcuni dei loghi creati da lui e poco altro. Troppo poco per una figura come la sua.

Sono però abbastanza certo che su questo punto le responsabilità siano più dell’editore che dell’autore (che, immagino, sarebbe stato ben felice di un apparato iconografico più ricco e più adeguato allo spessore del personaggio). E chi conosce Sassi sa anche che per apprezzare le sue copertine non basta una piccola foto, tanto ricche esse erano di dettagli (e non solo sulla copertina e retrocopertina, ma anche negli interni delle copertine, sulle buste dei dischi…).

Infine reputo altamente insufficiente lo spazio dedicato alle attività, diciamo così, extra-musicali di Sassi. Penso, ad esempio, alla sua partecipazione alla realizzazione di riviste come Alfabeta o La Gola, che credo avrebbero meritato maggiore spazio sia nel testo del libro che nell’apparato iconografico.

Per cui, riassumendo: un libro necessario, ma migliorabile, che ci fa sperare in una nuova edizione, magari tra qualche anno, che tra integrazioni biografiche e una attenzione maggiore alla presenza di immagini legate a Sassi renda merito alla grandezza di questo intellettuale la cui figura dovremmo tutti ricordare con orgoglio.

E se non sapete di chi sto parlando correte SUBITO a leggervi questo, comunque indispensabile, saggio.

LACALANI “Pois”, 2014, Seamonkeys Records

E a tutti quelli che dicono che sono romanocentrico dedico questo post incentrato su un gruppo che ha il suo centro di gravità permanente nella lontana Genova.
LaCalani è un trio autore di un disco d’esordio, “Jean Genet Gynécologue“, che potete comprare su Itunes o ascoltare su Spotify (fatelo, il disco è validissimo).

Potrei spiegarvi a lungo cosa mi piace e mi entusiasma di questo progetto, ma la verità vera è che uno dei 3 componenti il gruppo è una figura che, musicalmente, trovo incredibilmente vicina al mio ideale di autore di canzoni, e qualunque cosa faccia (più o meno) da parecchi anni a questa parte mi risulta godibile e spesso anche entusiasmante.

Per cui vi lascio alla visione di questo eccellente video (un terzo del gruppo è costituito dal videomaker Alessandro Calza e quindi i videoclip non sono mere appendici del progetto musicale ma una delle sue colonne).

Per i curiosi segnalo:
la loro pagina Facebook
il loro sito (attualmente off-line, speriamo torni presto)
il loro canale YouTube (ricco di altri video)

p.s. gruppo consigliatissimo a coloro che frequentavano il newsgroup it.fan.musica.battiato (e relativa chat) intorno al 2002

 

 

GIUNI RUSSO “La zingara”, 1988, L’Ottava

In questa occasione recupero uno degli scritti censurati ai tempi di Splinder (ricordate ?). Ritengo che la piccola e semplice analisi del brano in questione fatta a suo tempo meriti di essere recuperata dall’oblìo. Confido che il grande censore non faccia nuovamente eliminare questo post che ho depurato di alcuni riferimenti per limitarne la polemicità. Ricordo a chi legge che i fatti sono una cosa, le opinioni (sempre legittime) un’altra. In questo post si raccontano alcuni fatti del tutto oggettivi, se le mie valutazioni su questi fatti non piacciono non credo debba essere un problema per nessuno (e tanto meno un problema legale).
L’articolo risale (credo) al 2008.


Nel 2005 è uscito un cofanetto di Giuni Russo contenente il dvd live “Mediterranea tour” e il cd “A casa di Ida Rubinstein” da anni assente dagli scaffali dei negozi.
Solo recentissimamente ho avuto l’occasione di ascoltare questo cd e l’esperienza mi ha lasciato alquanto dubbioso. Premetto che sono fortunato possessore del cd omonimo pubblicato da L’Ottava insieme alla EMI nel lontano 1988 ed è stato per me abbastanza facile confrontare il nuovo disco con il vecchio.
Sull’esterno del nuovo cofanetto non è indicato nulla di particolare riguardo il cd. Nel booklet interno è invece scritto: “Missaggio e masterizzazione (da registrazioni originali) effettuati da Alberto Boi nel giugno 2005” e nulla più.

Come cercherò di dimostrare quello che è stato fatto al disco è qualcosa di più di quello che hanno scritto.

L’impressione generale è che nel rifare il missaggio abbiano dato, rispetto alla versione originale, una maggiore enfasi a batteria e basso unita ad un suono globalmente meno pulito e nitido, ma sono altri gli aspetti che mi hanno lasciato perplesso.
Per rendervi l’idea prendo ad esempio la quarta traccia intitolata “La zingara“, ma è presumibile che azioni simili a quelle subite da questa canzone siano state compiute anche sulle altre tracce (sono pignoloso ma non ce l’ho fatta a mettermi a confrontarle tutte…).

Già dalla lunghezza del brano intuiamo che qualcosa non va:
mentre in origine la canzone durava 4’16” nel 2005 si è dilatata fino a 4’59”

:-O

Andiamo ora nel dettaglio esaminando alcune sezioni della canzone.

1) introduzione strumentale

In originale durava poco più di un minuto ed era ESCLUSIVAMENTE strumentale, qui invece arriva ad 1’11”. Questo perché hanno aggiunto la voce di Giuni che “chk-chk-eggia” (spero comprendiate l’onomatopea) per una ventina di secondi a partire da 8 secondi PRIMA di quello che in origine era il vero inizio del pezzo (si è quindi completamente cambiato l’incipit della canzone)

2) prima strofa

A seguire c’è la prima strofa cantata, la cui durata non è variata, ma, nella nuova versione, sotto il canto di Giuni, ci sono dei vocalizzi lirici, sempre cantati dalla Russo, che in originale non esistevano (o perlomeno non erano udibili)

3) interludio strumentale

Come nella prima strofa anche il seguente interludio mantiene la stessa durata ma anche qui è stata aggiunta sugli strumenti una linea di vocalizzi lirici della Russo assenti nella versione originale

4) seconda strofa

La canzone prosegue con la seconda strofa che viene trattata come le sezioni precedenti con altri vocalizzi aggiunti al missaggio originale.

Da qui la canzone prosegue sostanzialmente immutata per 1’20”

5) “e-o”

La parte conclusiva iniziava con 15 secondi di e-o della Russo con voce non impostata, nella nuova versione questa sezione si dilata a 48 secondi (il triplo !) perché dopo i primi e-o entra l’organo che ripete le stesse note cantate dalla Russo per poi lasciare spazio nuovamente a Giuni con una seconda serie di e-o

6) finale

Si arriva così al finale che è rimasto sostanzialmente invariato anche se ho l’impressione che, mentre nell’originale il brano terminava con lo spegnersi della voce della Russo, qui a chiudere la traccia c’è il suono dei piatti che sfuma.

Conclusioni:

1) A livello personale devo dire che trovo assai discutibile l’idea di mettere le mani su un prodotto artistico di molti anni prima. Un’opera d’arte, e anche un cd lo è, è frutto del suo tempo. Non ho idea di cosa sia successo in studio tra Giuni Russo (interprete e colonna portante del progetto), Alessandro Nidi (autore delle elaborazioni moderne dei brani d’epoca), Roberto Colombo e Maria Antonietta Sisini (produttori del disco) ed eventuali rappresentanti/curatori della EMI e de L’Ottava, resta il fatto che dall’interazione di tutte queste figure è uscito fuori QUEL disco in QUEL determinato modo.

Mettersi anni dopo a rimetterci le mani nel modo sopraindicato mi sembra davvero una povera operazione sostanzialmente priva di senso (una cosa è migliorare, se possibile, la resa audio di un supporto fonografico, ben altro è intervenire massicciamente nella polpa vera e propria delle canzoni). Troverei discutibile questa operazione anche se l’avesse fatta la stessa Giuni Russo, ma se una delle altre parti in causa, in piena solitudine, si decide a modificare quest’opera

[OMISSIS]

non mi si facciano paragoni con i director’s cut cinematografici che, quando non sono mere operazioni commerciali, hanno ben altro spessore culturale e poco o nulla a che spartire con operazioni come questa)

Ma queste, lo ripeto, sono impressioni a livello personale che non pretendo siano condivise.

2) Quello che però trovo francamente, e oggettivamente, allucinante è che, sia all’esterno del cofanetto sia al suo interno, non sia CHIARAMENTE esplicitato che quello che ascoltiamo NON E’ il disco originale ma una sua nuova versione realizzata grazie a delle manipolazioni POSTUME.
Potevano intitolarlo, che ne so, “A casa di Ida Rubinstein 2005” o “A casa di Ida Rubinstein upgrade 2.0” o come gli pareva ma, secondo me, erano,

[OMISSIS]

moralmente OBBLIGATI a scegliere una formula che facesse risaltare l’aspetto innovativo del cd (e, come si può notare anche in settori non musicali, non sempre innovativo vuol dire migliore…).

Il fatto poi che una tale operazione sia stata fatta “di nascosto” lascia ancor più credere che si fosse consci dell’illegittimità (etica) di questo modo di fare e si sia cercato di mascherare il restyling spacciando il nuovo per il vecchio (altro che nuovo nuovo…).
Aggiungo anche che, data la durata limitata del disco, potevano mettere senza particolari problemi sul cd sia le nuove versioni sia le vecchie (gli potevo prestare il mio cd che si sente ancora benissimo…) mettendo così gli ascoltatori nella possibilità di scegliere quale preferire.

Ma pare che

[OMISSIS]

Sacrilegio ?

Forse no,
ma certo poca, pochissima trasparenza (e mi piacerebbe sapere cosa pensa di tutto ciò Alessandro Nidi…).