MAURIZIO MARINO “Gianni Sassi – Fuori di testa”, 2013, Castelvecchi

Cominciamo col dire che questo era, ed è, un libro assolutamente necessario.
Necessario perché era (a dir poco) uno scandalo che in Italia ancora non esistesse una monografia dedicata ad una delle figure culturali più importanti apparse in questo paese nei gloriosi e vituperati anni ’70.

Gianni Sassi è stato tante cose, Marino lo definisce, ottimamente, “focus culturale della Milano anni Settanta e Ottanta” ed è certo che tutte le sue qualità di grafico, discografico, pensatore, buongustaio, catalizzatore, intellettuale vero, contribuirono in maniera determinante a definire (almeno) un decennio di cultura italiana attraverso una incredibile sequenza di attività, la più celebre delle quali, da queste parti, resta la creazione di una etichetta discografica qualitativamente eccelsa come fu la irripetibile Cramps records.
Il fatto che ora, entrando in una libreria, chi voglia possa trovare questo libro è già ragione necessaria e sufficiente per giustificarne l’esistenza, e di questo sono grato a Marino che si è preso la responsabilità di colmare un vuoto inspiegabile quanto profondo.

sassimarinoSottotitolato “l’uomo che inventò il marketing culturale“, il libro segue il percorso di Sassi attraverso il suo rapporto con la musica (a partire dalla sua presenza attiva prima coi Giganti di “Terra in bocca“, poi con alcuni progetti della Bla…Bla… per poi dedicarsi quasi esclusivamente alle produzioni Cramps). Lo si racconta sia attraverso un resoconto di cosa accadde, sia attraverso il tentativo di cogliere l’essenza del metodo Sassi tramite un minimo di interpretazione e analisi critica del suo operato. Nella seconda parte del libro ci sono poi una serie di eccellenti ricordi di Gianni Sassi, opera di alcuni dei tanti artisti ed intellettuali che hanno condiviso con lui questo percorso unico e rigorosamente in diagonale (come direbbe Battiato). Tra questi segnalo quelli dello storico sodale Sergio Albergoni, quello, privo di ipocrisie e per questo particolarmente rispettabile, del “rivale” Marcello Baraghini, quelli di Patrizio Fariselli, Eugenio Finardi e Claudio Rocchi (tutti musicisti i cui ricordi aiutano moltissimo a comprendere come funzionassero le cose in casa Cramps) e quello, come sempre lucidissimo, di Franco Fabbri, all’epoca musicista negli Stormy six, oggi eccellente studioso di popular music.

Nel libro convivono sezioni ottimamente riuscite insieme ad altre che io trovo invece fuori bersaglio (almeno dal mio punto di vista). L’autore sceglie di non approfondire più di tanto la biografia di Sassi, specialmente quella che precede il suo ingresso nel mondo musicale. Scelta legittima, sia chiaro, ma che in me lettore ha lasciato un senso di vuoto perché si fatica ad afferrare attraverso quale percorso formativo e quale storia personale Sassi sia arrivato ad essere Sassi.

Al contrario nelle molte pagine dedicate alla Cramps in molte occasioni il discorso scivola direttamente da Sassi ai dischi da lui prodotti in maniera forse troppo pronunciata.
Mi chiedo, ad esempio, se fosse necessaria una scheda (per quanto sintetica) per ognuno dei dischi della collana Nova musicha o se fosse necessario spiegare, sempre un esempio fra i tanti possibili, chi fosse il compianto Robert Ashley e come fosse caratterizzato il suo disco pubblicato dalla Cramps. Da lettore mi sarei aspettato sicuramente una riflessione sull’importanza e sulle caratteristiche di questa fondamentale collana di dischi, ma senza arrivare ad un tale grado di dettaglio (essendo il libro, lo ricordo, su Sassi e non sulla Cramps).

Va detto, en passant, che personalmente sento anche la mancanza di un libro dedicato esclusivamente alla Cramps e al suo percorso così ricco e variegato.

Tutte le prime 60 pagine soffrono, a mio parere, di questa tendenza a privilegiare la Cramps rispetto a Sassi, togliendo ossigeno alla narrazione dell’intellettuale e delle sue opere per raccontare altri intellettuali ed altre opere (fermo restando che in ogni disco della Cramps la presenza, a vario livello, di Sassi era sempre avvertibile: vuoi per la copertina, vuoi per l’impianto ideologico che lo permeava, vuoi per l’atmosfera che lo attraversava). Molto più riuscite le pagine seguenti dedicate agli eventi immaginati e creati da Gianni Sassi e ad un analisi molto interessante degli elementi caratteristici le sue copertine o le sue pubblicità.

Altro punto che mi trova in disaccordo è l’insufficiente spazio dedicato alle immagini. In un libro dedicato ad un grafico e nel quale in più occasioni si raccontano e descrivono le copertine dei dischi che ha curato (e le sue pubblicità, i suoi manifesti, le sue riviste…), la mancanza di immagini relative a ciò di cui si parla è particolarmente grave. Il libro si limita a 16 pagine a colori situate al centro del volume (e quindi distanti dalle pagine di cui sono argomento), nelle quali trovano spazio alcune foto di Sassi, una ventina di piccole copertine e retrocopertine di dischi di cui ha curato la parte grafica, alcuni dei loghi creati da lui e poco altro. Troppo poco per una figura come la sua.

Sono però abbastanza certo che su questo punto le responsabilità siano più dell’editore che dell’autore (che, immagino, sarebbe stato ben felice di un apparato iconografico più ricco e più adeguato allo spessore del personaggio). E chi conosce Sassi sa anche che per apprezzare le sue copertine non basta una piccola foto, tanto ricche esse erano di dettagli (e non solo sulla copertina e retrocopertina, ma anche negli interni delle copertine, sulle buste dei dischi…).

Infine reputo altamente insufficiente lo spazio dedicato alle attività, diciamo così, extra-musicali di Sassi. Penso, ad esempio, alla sua partecipazione alla realizzazione di riviste come Alfabeta o La Gola, che credo avrebbero meritato maggiore spazio sia nel testo del libro che nell’apparato iconografico.

Per cui, riassumendo: un libro necessario, ma migliorabile, che ci fa sperare in una nuova edizione, magari tra qualche anno, che tra integrazioni biografiche e una attenzione maggiore alla presenza di immagini legate a Sassi renda merito alla grandezza di questo intellettuale la cui figura dovremmo tutti ricordare con orgoglio.

E se non sapete di chi sto parlando correte SUBITO a leggervi questo, comunque indispensabile, saggio.

LACALANI “Pois”, 2014, Seamonkeys Records

E a tutti quelli che dicono che sono romanocentrico dedico questo post incentrato su un gruppo che ha il suo centro di gravità permanente nella lontana Genova.
LaCalani è un trio autore di un disco d’esordio, “Jean Genet Gynécologue“, che potete comprare su Itunes o ascoltare su Spotify (fatelo, il disco è validissimo).

Potrei spiegarvi a lungo cosa mi piace e mi entusiasma di questo progetto, ma la verità vera è che uno dei 3 componenti il gruppo è una figura che, musicalmente, trovo incredibilmente vicina al mio ideale di autore di canzoni, e qualunque cosa faccia (più o meno) da parecchi anni a questa parte mi risulta godibile e spesso anche entusiasmante.

Per cui vi lascio alla visione di questo eccellente video (un terzo del gruppo è costituito dal videomaker Alessandro Calza e quindi i videoclip non sono mere appendici del progetto musicale ma una delle sue colonne).

Per i curiosi segnalo:
la loro pagina Facebook
il loro sito (attualmente off-line, speriamo torni presto)
il loro canale YouTube (ricco di altri video)

p.s. gruppo consigliatissimo a coloro che frequentavano il newsgroup it.fan.musica.battiato (e relativa chat) intorno al 2002

 

 

GIUNI RUSSO “La zingara”, 1988, L’Ottava

In questa occasione recupero uno degli scritti censurati ai tempi di Splinder (ricordate ?). Ritengo che la piccola e semplice analisi del brano in questione fatta a suo tempo meriti di essere recuperata dall’oblìo. Confido che il grande censore non faccia nuovamente eliminare questo post che ho depurato di alcuni riferimenti per limitarne la polemicità. Ricordo a chi legge che i fatti sono una cosa, le opinioni (sempre legittime) un’altra. In questo post si raccontano alcuni fatti del tutto oggettivi, se le mie valutazioni su questi fatti non piacciono non credo debba essere un problema per nessuno (e tanto meno un problema legale).
L’articolo risale (credo) al 2008.


Nel 2005 è uscito un cofanetto di Giuni Russo contenente il dvd live “Mediterranea tour” e il cd “A casa di Ida Rubinstein” da anni assente dagli scaffali dei negozi.
Solo recentissimamente ho avuto l’occasione di ascoltare questo cd e l’esperienza mi ha lasciato alquanto dubbioso. Premetto che sono fortunato possessore del cd omonimo pubblicato da L’Ottava insieme alla EMI nel lontano 1988 ed è stato per me abbastanza facile confrontare il nuovo disco con il vecchio.
Sull’esterno del nuovo cofanetto non è indicato nulla di particolare riguardo il cd. Nel booklet interno è invece scritto: “Missaggio e masterizzazione (da registrazioni originali) effettuati da Alberto Boi nel giugno 2005” e nulla più.

Come cercherò di dimostrare quello che è stato fatto al disco è qualcosa di più di quello che hanno scritto.

L’impressione generale è che nel rifare il missaggio abbiano dato, rispetto alla versione originale, una maggiore enfasi a batteria e basso unita ad un suono globalmente meno pulito e nitido, ma sono altri gli aspetti che mi hanno lasciato perplesso.
Per rendervi l’idea prendo ad esempio la quarta traccia intitolata “La zingara“, ma è presumibile che azioni simili a quelle subite da questa canzone siano state compiute anche sulle altre tracce (sono pignoloso ma non ce l’ho fatta a mettermi a confrontarle tutte…).

Già dalla lunghezza del brano intuiamo che qualcosa non va:
mentre in origine la canzone durava 4’16” nel 2005 si è dilatata fino a 4’59”

:-O

Andiamo ora nel dettaglio esaminando alcune sezioni della canzone.

1) introduzione strumentale

In originale durava poco più di un minuto ed era ESCLUSIVAMENTE strumentale, qui invece arriva ad 1’11”. Questo perché hanno aggiunto la voce di Giuni che “chk-chk-eggia” (spero comprendiate l’onomatopea) per una ventina di secondi a partire da 8 secondi PRIMA di quello che in origine era il vero inizio del pezzo (si è quindi completamente cambiato l’incipit della canzone)

2) prima strofa

A seguire c’è la prima strofa cantata, la cui durata non è variata, ma, nella nuova versione, sotto il canto di Giuni, ci sono dei vocalizzi lirici, sempre cantati dalla Russo, che in originale non esistevano (o perlomeno non erano udibili)

3) interludio strumentale

Come nella prima strofa anche il seguente interludio mantiene la stessa durata ma anche qui è stata aggiunta sugli strumenti una linea di vocalizzi lirici della Russo assenti nella versione originale

4) seconda strofa

La canzone prosegue con la seconda strofa che viene trattata come le sezioni precedenti con altri vocalizzi aggiunti al missaggio originale.

Da qui la canzone prosegue sostanzialmente immutata per 1’20”

5) “e-o”

La parte conclusiva iniziava con 15 secondi di e-o della Russo con voce non impostata, nella nuova versione questa sezione si dilata a 48 secondi (il triplo !) perché dopo i primi e-o entra l’organo che ripete le stesse note cantate dalla Russo per poi lasciare spazio nuovamente a Giuni con una seconda serie di e-o

6) finale

Si arriva così al finale che è rimasto sostanzialmente invariato anche se ho l’impressione che, mentre nell’originale il brano terminava con lo spegnersi della voce della Russo, qui a chiudere la traccia c’è il suono dei piatti che sfuma.

Conclusioni:

1) A livello personale devo dire che trovo assai discutibile l’idea di mettere le mani su un prodotto artistico di molti anni prima. Un’opera d’arte, e anche un cd lo è, è frutto del suo tempo. Non ho idea di cosa sia successo in studio tra Giuni Russo (interprete e colonna portante del progetto), Alessandro Nidi (autore delle elaborazioni moderne dei brani d’epoca), Roberto Colombo e Maria Antonietta Sisini (produttori del disco) ed eventuali rappresentanti/curatori della EMI e de L’Ottava, resta il fatto che dall’interazione di tutte queste figure è uscito fuori QUEL disco in QUEL determinato modo.

Mettersi anni dopo a rimetterci le mani nel modo sopraindicato mi sembra davvero una povera operazione sostanzialmente priva di senso (una cosa è migliorare, se possibile, la resa audio di un supporto fonografico, ben altro è intervenire massicciamente nella polpa vera e propria delle canzoni). Troverei discutibile questa operazione anche se l’avesse fatta la stessa Giuni Russo, ma se una delle altre parti in causa, in piena solitudine, si decide a modificare quest’opera

[OMISSIS]

non mi si facciano paragoni con i director’s cut cinematografici che, quando non sono mere operazioni commerciali, hanno ben altro spessore culturale e poco o nulla a che spartire con operazioni come questa)

Ma queste, lo ripeto, sono impressioni a livello personale che non pretendo siano condivise.

2) Quello che però trovo francamente, e oggettivamente, allucinante è che, sia all’esterno del cofanetto sia al suo interno, non sia CHIARAMENTE esplicitato che quello che ascoltiamo NON E’ il disco originale ma una sua nuova versione realizzata grazie a delle manipolazioni POSTUME.
Potevano intitolarlo, che ne so, “A casa di Ida Rubinstein 2005” o “A casa di Ida Rubinstein upgrade 2.0” o come gli pareva ma, secondo me, erano,

[OMISSIS]

moralmente OBBLIGATI a scegliere una formula che facesse risaltare l’aspetto innovativo del cd (e, come si può notare anche in settori non musicali, non sempre innovativo vuol dire migliore…).

Il fatto poi che una tale operazione sia stata fatta “di nascosto” lascia ancor più credere che si fosse consci dell’illegittimità (etica) di questo modo di fare e si sia cercato di mascherare il restyling spacciando il nuovo per il vecchio (altro che nuovo nuovo…).
Aggiungo anche che, data la durata limitata del disco, potevano mettere senza particolari problemi sul cd sia le nuove versioni sia le vecchie (gli potevo prestare il mio cd che si sente ancora benissimo…) mettendo così gli ascoltatori nella possibilità di scegliere quale preferire.

Ma pare che

[OMISSIS]

Sacrilegio ?

Forse no,
ma certo poca, pochissima trasparenza (e mi piacerebbe sapere cosa pensa di tutto ciò Alessandro Nidi…).

TARA HUGO “Tara Hugo sings Philip Glass”, 2012, Orange Mountain Music

La relazione pericolosa tra Philip Glass e le canzoni ha una storia che viene da lontano. Credo che le primissime avvisaglie risalgano al 1983 quando, all’interno della sua opera da camera “The Photographer” (splendido lavoro), comparve un breve brano (poco più di 3 minuti) intitolato “A gentleman’s honor” che, per quanto sui generis e per quanto caratterizzato dalle reiterazioni tipiche di Glass, è a tutti gli effetti una canzone, persino canticchiabile.

Evidentemente l’idea di aprirsi anche a questo universo ronza nella testa del nostro, tanto che pochi anni dopo (1986) licenzia un progetto esplicitamente dedicato alla forma-canzone: “Songs from liquid days“. Al suo interno 6 anomale canzoni su testi di illustri personaggi dell’universo pop (Paul Simon, Suzanne Vega, David Byrne…) e cantate sia da tenori appartenenti all’universo classico (Douglas Perry) sia da voci decisamente più leggere (Linda Ronstadt). Il risultato è molto interessante, e, anche se questo disco non è mai ricordato come uno dei capolavori di Glass, di fatto spicca per originalità e trasversalità (secondo me prima o poi verrà riscoperto…).

Negli anni seguenti Glass tralascerà (almeno in maniera esplicita) questo universo musicale, anche se non possiamo non ricordare alcuni lavori che, di fatto, sono strutturati su canzoni (magari suonate da quartetti d’archi o ensemble classici, ma comunque canzoni, seppure meno coraggiosamente pop che nel disco di cui sopra) tra i quali spicca l’ottimo “Hydrogen jukebox” su testi, ovviamentissimamente, di Allen Ginsberg e il più alterno “Book of longing” su testi di Leonard Cohen.

Proprio una delle voci principali utilizzate per “Book of longing“, la mezzosoprano Tara Hugo, ha realizzato questo splendido lavoro nel quale si tirano le fila della produzione glassiana degli ultimi 30 anni selezionando una serie di brani provenienti da vari suoi lavori, tutti caratterizzati dall’essere sostanzialmente assimilabili alla forma-canzone, arrangiati per pianoforte ed archi (ma sono presenti anche spruzzate di chitarra, percussioni, arpa e qualche legno).

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Quello che spicca in queste registrazioni è il bel contrasto tra gli strumenti e la musica (che suonano tipicamente glassiani nel loro incedere spesso rigido e matematico) e l’interpretazione della Hugo che, come mai nessuno prima di lei, riesce a rendere estremamente espressiva la sua parte, svelando un lato comunicativo della musica di Glass che (forse) era sconosciuto allo stesso compositore (in questo, forse, anche aiutata dal fatto che l’arrangiamento della musica è sempre molto delicato e non ruba la scena alla voce solista).

Nel disco troviamo brani già conosciuti come quella “Streets of Berlin“, già nota per l’incisione fatta da Ute Lemper, in una versione molto intima e convincente, recuperi da “Book of longing” (come la bellissima “A sip of wine” o “How much I love you“) ma qui realizzati in maniera più incisiva (come se la Hugo fosse stata lasciata libera di lasciarsi andare…) ed emozionante. Compaiono poi pezzi da “Hydrogen Jukebox” (“Cabin in the Rockies“, la struggente “The night in Santiago“) e addirittura da “Monsters of grace” (“Let the letter read you“, dove il testo di Jalaluddin Rumi viene reso meglio che nell’opera originale, e la commovente “The new rule“).

Ci sono poi cose nuove (o comunque molto poco conosciute) come “Planctus“, scritta anni fa per (e con) Natalie Merchant e mai incisa prima o alcuni brani strumentali di Glass ai quali la Hugo, dimostrando grande personalità, ha aggiunto dei suoi testi (la bellissima “Kabul“, l’iniziale e struggente “Always neverwas“, l’inquieta “Spinning“…)

Insomma un lavoro prezioso e anomalo, uno sguardo sull’universo glassiano abbastanza innovativo e di grandissimo buon gusto.

Quando cantabilità non equivale a banalità.

ASSALTI FRONTALI e IL MURO DEL CANTO “Il lago che combatte”, 2014, Autoproduzione

Altro video proveniente da gruppi lontanissimi dal mainstream. “Il lago che combatte” è una classica instant song (ancora non pubblicata) nata a supporto di una lotta popolare a favore di un lago comparso dal nulla nella periferia di Roma (se cercate in rete troverete facilmente tutti i dettagli).

Giustamente il regista ha caratterizzato il video come un vero e proprio documento che mostra i luoghi e il contesto della canzone, oltre ai due gruppi che si sono uniti per raccontare questa storia incredibile (e, incredibilmente, almeno per ora, con un lieto fine).

Di Assalti frontali e de Il muro del canto vi avevo parlato in passato (qui, qui, qui e anche qui), ma questo video, e questa canzone, sono per me particolarmente commoventi perché tutto quanto narrato è successo nel quartiere dove sono cresciuto.

Casa mia.

La lotta continua.