LUCIO DALLA “Nevica sulla mia mano”, 2013, RCA

Come ci insegna Gaber in “Io se fossi Dio” la morte di qualcuno non deve necessariamente spingerci a dimenticare cosa quella persona sia stata, nel bene come nel male. Non ho pertanto cambiato idea sulla sostanziale limitatezza della produzione di Lucio Dalla già a partire dalla fine degli anni ’70.
Ma prima del grande successo c’è stato un Dalla autore di alcuni dischi di altissimo livello.

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Lo scorso Natale nei negozi di dischi (quelli che ancora resistono) è comparso un cofanetto piuttosto costoso, ma assolutamente imperdibile per chi ama la canzone italiana (e la sua eccellenza).

Intitolato “Nevica sulla mia mano” il box contiene 4 cd e un bel librone ricco di fotografie stampato utilizzando carta di ottima qualità.
Partiamo dai dischi: 3 dei 4 cd sono gli storici lavori realizzati da Lucio Dalla insieme a Roberto Roversi (autore dei testi). “Il giorno aveva cinque teste” (1973), “Anidride solforosa” (1975) e “Automobili” (1976) sono tre dischi semplicemente epocali.

Quando i due si incontrano Dalla è un cantante di buon successo scontento di sé e delle cose che ha fatto fino a quel momento, sente il bisogno di fare qualcosa di più importante e più interessante. L’incontro con Roversi gli da gli stimoli di cui aveva bisogno e quello che nasce dalla loro collaborazione è qualcosa di molto diverso da ciò che si era sentito in Italia fino a quel momento.
Roversi propone a Dalla dei testi con una loro musicalità intrinseca, ma NON pensati per una musica precisa. Il Dalla compositore accetta la sfida ed incomincia un incredibile lavoro di costruzione di canzoni, un auto-costringersi a lavorare in spazi molto ristretti e all’interno di limiti invalicabili.
Un musicista scarso o superficiale avrebbe abbandonato il progetto o realizzato un enorme taglia e cuci sui testi ricevuti, ma Dalla era musicista di razza (su questo non si discute) e intreccia con questi testi un corpo a corpo feroce i cui risultati suonano stupefacenti ancora oggi.
Quelle che ascoltiamo sono canzoni che, pur mantenendo una loro precisa musicalità e cantabilità (Dalla è sempre stato autore che non ha mai perso di vista questi aspetti della composizione), si sviluppano in maniera inaspettata, magari alternando atmosfere anche molto diverse all’interno della stessa canzone, sono arrangiate in maniera fantasiosa (niente chitarra cantautorale, ma di volta in volta gli strumenti necessari a vestire al meglio la canzone), sanno essere grintose quando serve, ma anche drammatiche o ironiche senza che nessun registro venga negato a priori.
Sono rare nella canzone italiana questo tipo di situazioni (mi viene da pensare a Branduardi che musica le poesie di Yeats o a Battiato nel primo disco su testi di Manlio Sgalambro), ma regalano sempre perle assolute, dischi che stupiscono per originalità e qualità.
E non crediate che i testi di Roversi siano banali o superficiali. Quando parla di operai e lavoro, quando parla d’amore o di inquinamento, i suoi versi sono sempre affilati come rasoi ed eleganti come felini selvatici.
Quindi, ricapitolando: liriche di qualità, musiche variate e complesse, ma sempre nei limiti (erano gli anni del progressive, e anche questo ha aiutato), arrangiamenti originali, interpretazioni vocali stellari, musicisti bravissimi… vi serve di sapere altro per correre ad ascoltare queste canzoni ?
Difficile segnalarvi qualche pezzo migliore vista la qualità media di tutti i lavori. Il mio personalissimo gusto ha adorato la favola drammatica de “Il coyote“, la storia attualissima e meritoriamente classista de “L’operaio Gerolamo“, i virtuosismi vocali di “Pezzo zero” e “La borsa valori” (chissà cosa ne pensava Demetrio Stratos…), i tamburi impietosi di “Ulisse coperto di sale“, la melodia superlativa di “Anidride solforosa“, il teatro e la storia ad alta energia de “Le parole incrociate“, la visione pre-apocalittica (ma estremamente realista) de “L’ingorgo“.

Il libro è degno di tanta qualità. Invece di ospitare saggi su questa collaborazione o limitarsi ad un racconto biografico, i curatori hanno scelto di utilizzare le sole voci dei protagonisti, selezionando abilmente interviste (d’epoca), manoscritti, testi scritti per introdurre i brani durante i concerti, e altri materiali simili. In pratica la collaborazione tra i due e il senso delle cose che facevano ci viene raccontato direttamente da Dalla e Roversi con l’ulteriore aiuto di una serie di (ottime) fotografie per contestualizzare al meglio il tutto.

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E infine c’è il quarto disco, quello degli inediti al cui interno troviamo materiali di diversa provenienza. Iniziamo con quelli che ho trovato più interessanti facendo però un passo indietro.
Quando nasce il progetto del terzo disco Dalla e Roversi pensano ad un album concept intitolato “Il futuro dell’automobile“, ma quando lo presentano alla RCA trovano una serie di ostacoli.
Quello che arriverà nei negozi sarà un progetto fortemente mutilato dalle decisioni della casa discografica: non si limitarono a cambiare il titolo, ma eliminarono anche alcune canzoni, di altre accetteranno una versione più corta tagliandone importanti sezioni e decisero anche di unire i due brani dedicati alle mille miglia in uno solo (e calcolate che le due canzoni originali si riferivano a due periodi diversi ed intendevano proprio sottolineare alcuni cambiamenti di questa kermesse causati dal contesto in cui si svolsero) complicandone assai la comprensibilità.
Queste vicende non furono indolori per la coppia di autori (Roversi si rifiuterà di firmare i brani usciti sull’LP) e se non furono la causa principale della rottura della loro collaborazione certo furono l’innesco della loro separazione.

Nel quarto disco troviamo quindi (recuperati da registrazioni live molto amatoriali) alcune di queste canzoni perdute, piccoli grandi tesori tra le quali spicca la progressiva “I muri del ’21“, la versione integrale (oltre 7 minuti rispetto ai poco più che 2 della versione incisa in studio) di “Intervista con l’Avvocato“, la struggente “La signora di Bologna“. Da notare che la musica di uno di questi brani, “Rodeo“, sarà sostanzialmente riutilizzata l’anno dopo da Dalla nella (da me molto amata) “Treno a vela“.
Più recentemente, dopo la loro riappacificazione, Dalla e Roversi realizzarono uno spettacolo intitolato “Enzo re“, dal quale provengono altre 5 canzoni presenti in questo disco (questa volta registrate in maniera ottima) che però non mostrano la forza eversiva delle cose fatte negli anni ’70.
Infine in questo bonus cd c’è anche spazio per alcuni demo per sola voce e pianoforte che mostrano le canzoni in uno stadio intermedio (ancora lontane dall’arrangiamento definitivo ma già abbastanza formate). Sono registrazioni interessanti ma siamo ai limiti della semplice curiosità per dallamaniaci in fase molto avanzata (anche se la “Nuvolari” che si ascolta ha alcuni passaggi davvero inaspettati e “Carmen Colon” è praticamente un’altra canzone).

Insomma: a mio parere questo lavoro era assolutamente necessario per omaggiare una collaborazione artistica che resta una delle cose più importanti partorite dal mondo della canzone italiana, e va dato atto che il lavoro è stato fatto in maniera splendida con grande rispetto per chi non c’è più. Non vi dico che dovete comprarlo, ma sappiate che, sempre che amiate l’universo della musica italiana, privarvi di queste musiche andrebbe considerato un gesto di puro masochismo.

Un (gran bel) pezzo di storia.

KRAFTWERK “The telephone call”, 1986, EMI

Ancora un video dei Kraftwerk, ancora tratto da “Electric Café“.
A differenza dell’altro video propostovi (“Musique Non-Stop“, lo potete vedere cliccando qui), in questa occasione la realizzazione non fu caratterizzata da particolari sforzi tecnologici (anzi…). Ciò nonostante il video è perfettamente aderente all’estetica del gruppo e fu l’ennesimo mattone nel muro di una costruzione davvero certosina e curatissima in ogni dettaglio.

Brano minore, video pochissimo visto con uno strano (a volte impercettibile) senso dell’umorismo che governa l’evidente omaggio al cinema espressionista tedesco… tutte ottime ragioni per riproporvelo.

ROSELUXX “Resti di una cena”, 2013, Goodfellas

Torno sull’esordio dei Roseluxx dopo avervi raccomandato un loro video in questo post di qualche tempo fa.
Otto canzoni per un disco tra i più maturi e consapevoli che mi siano passati tra le mani in questo nuovo millennio abbastanza avaro di musiche importanti. In questo disco il gruppo è composto da Tiziana Lo Conte (voce ed elettroniche), Claudio Moneta (chitarre), Federico Scalas (contrabbasso e violoncello) e Cristiano Luciani (batteria) coadiuvati da alcuni ospiti di assoluto spessore.

Roseluxx-Resti di una Cena-Copertina Disco

Arrangiamenti “post” molte cose (post-wave, post-punk, post-rock…) per musiche che trovano un’ottimo equilibrio tra la forma-canzone tradizionale e l’assenza di retorica e banalità. Ogni canzone suona fresca ed originale, con uno spazio dedicato all’improvvisazione (o perlomeno ad un alto grado di libertà lasciato ai musicisti) e una grande capacità di evitare soluzioni scontate deviando le canzoni verso atmosfere e situazioni inaspettate, ma sempre piacevoli all’ascolto (anche se, vi avviso, non sono brani che vi convinceranno al primo ascolto, sono musiche che programmaticamente vi richiederanno pazienza e attenzione, ma che, in cambio, sapranno rendervi felici e soddisfatti).
Insomma un gruppo che spicca moltissimo nella realtà odierna troppo spesso caratterizzata dall’appartenenza (verrebbe da dire) ortodossa a determinate scene all’interno delle quali si sviluppa soprattutto la capacità di essere bravi (anche bravissimi) a muoversi dentro certe coordinate ma poi, inevitabilmente, si suona un po’ tutti uguali.
In estrema sintesi: un gruppo con grande personalità.

Si va dalle atmosfere lente e rassegnatamente realistiche di “Città morbida” (con l’ottimo violino ospite di Inke Kuhl) a quelle più accelerate di “Non luogo” (con la presenza del sax incisivo e personalissimo di Luca Mai), brano nel quale c’è anche spazio per una seconda parte tutta immobilità tra dark-ambient e drone music, passando per i toni un po’ teatrali un po’ tribali (con qualche eco Gronge nel ritornello marziale) di “Maledire i ritorni“.

Ci sono poi canzoni che uniscono una tranquilla cantabilità, sarebbero perfette per passare in radio, a ottimi testi claustrofobici e/o drammatici, come l’iniziale “Il cane” o come la bellissima “Oscuro scrutare“, che nel fotografare efficacemente certa solitudine contemporanea sfodera chitarre mutaforma in gran spolvero o, ancora, come “Resti di una cena” che dopo una breve introduzione improvvisata lascia spazio a un brano a metà tra Massimo volume e i mai dimenticati Franti.
Infine ci sono brani meno canonici, ma non per questo meno potabili, dove il gruppo affronta forme ancora più aperte: è il caso di “Per volere di dio“, sussurrata e strascicata ma fulminante, o la sinuosa “Qualcosa di fisico” (con la voce di Emidio Clementi, ultimamente onnipresente su queste mie pagine).

Il tutto servito con le ottime performance di tutti i musicisti (con un mio particolare apprezzamento per il canto di Tiziana Lo Conte che sta raggiungendo una maturità espressiva superba) e dei testi anch’essi lontanissimi da banalità e le odiatissime (da me) auto-referenzialità ombelicali che spesso pullulano nella scena nostrana contemporanea.

Qui si cerca di volare più in alto.

E ci si riesce.

GIANNI MAROCCOLO con CLAUDIO ROCCHI “VdB23 – Nulla è andato perso”, 2013, autoproduzione

Questo è un disco speciale. Speciale la sua storia, speciale il suo contenuto.

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Iniziamo con la sua genesi.
Per chi non lo sapesse ricordo che questo progetto, il secondo di Maroccolo come solista, nasce con l’idea di auto-prodursi attraverso la co-produzione di tutti coloro che, incuriositi dal progetto, hanno deciso di finanziarlo PRIMA che prendesse forma. Attraverso la piattaforma MusicRaiser tutti coloro che hanno voluto hanno potuto versare il loro contributo, di fatto prenotando le loro copie (in questa fase si poteva anche scegliere a quali componenti del progetto si era interessati scegliendo tra cd, dvd, lp e libro, prenotandone anche più d’uno).

I co-produttori, i cosiddetti raisers, sono stati molti più del minimo necessario e a questo punto il progetto è diventato operativo. Lontano dalle logiche delle multinazionali, ma anche da quelle, comunque legate al business, delle piccole indipendenti, lontano dalla classica autoproduzione, questo progetto segna, probabilmente per la prima volta in Italia, una idea di produzione musicale di alto livello tutta nata dalla relazione tra alcuni artisti e coloro che li stimano.
Un atto di coraggio e una scommessa vinta alla grande.

Il progetto ha poi coinvolto, come già accaduto per il precedente disco solista di Maroccolo (anzi, multisolista, come lo definì lui stesso) “A.C.A.U. La nostra meraviglia“, moltissimi altri musicisti affini alle due menti che di fatto hanno portato avanti il progetto (Gianni Maroccolo: musiche, basso ed elettronica varia – Claudio Rocchi: gran parte dei testi, voce in molti brani, chitarre e tastiere).
La dolorosa e prematura scomparsa di Rocchi ha rallentato la parte conclusiva del progetto (credo che avessero già mixato alcuni brani e ne siano rimasti altri con missaggio ancora non completato o ancora tutto da fare), ma il progetto è regolarmente arrivato nelle case dei raisers (me compreso) tra la fine del 2013 e i primi mesi del 2014.

E già questa storia basterebbe a fare di questo disco un unicum nella storia del rock italiano, ma anche il suo contenuto mi si è rivelato come specialissimo.

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Ho ormai passato i 50 anni, ed è sempre più raro che l’ascolto di un nuovo disco mi stupisca. In linea di massima so sempre cosa aspettarmi, ed è difficile che le mie attese vengano disattese. Ricordando “A.C.A.U.” ed essendo abbastanza padrone della discografia di Rocchi, mi attendevo un disco di canzoni placide, magari con un tocco psichedelico un po’ più presente rispetto agli standard maroccoliani, e invece…

Invece questo disco sembra essere una aliena e singolare sintesi tra il meglio del rock degli anni ’70 (soprattutto guardando agli aspetti di ricerca e al desiderio di andare musicalmente oltre il già noto) e il meglio del rock anni ’80 (in particolare recuperandone certe atmosfere, il gusto per la produzione casalinga, il coraggio del suono oscuro e distorto). Al suo interno (il cd ha 9 tracce) ben 4 tracce superano i 9 minuti, altre 2 sfiorano i 7, e si caratterizzano per sviluppi complessi, inaspettati, sfaccettati.
Il basso sporco di Maroccolo disegna groove profondissimi sui quali Rocchi canta testi estremamente articolati dove è completamente assente la forma strofa/ritornello sostituita da una vorticosa corrente di parole (gli ultimi anni di Rocchi sono stati segnati da una creatività ad altissimi livelli, aveva una voglia incredibile di fare, scrivere, suonare, comporre…) che travolge l’ascoltatore e lo trascina dentro un gorgo di sensazioni potenti. Perché la prima impressione che da questo disco è quella di una grandissima libertà.
Non so se sia una conseguenza della assoluta autonomia realizzativa offerta al magnifico duo dalle modalità con cui il progetto si è finanziato, ma ascoltando ogni canzone del disco sembra di respirare un’aria pulita da ogni consuetudine, da ogni obbligo. Non c’è un-brano-uno che non sembri frutto della liberissima creatività dei due, che non suoni scevro da condizionamenti, che non risulti spiazzante nelle sue evoluzioni, nei suo cambi di clima. Sembra di cogliere ad ogni nota il piacere con il quale quella nota è stata scelta, arrangiata, vestita, suonata. E non c’è un momento del disco che suoni mai retorico o banale. Una sorpresa continua.
In tutto il disco mi pare di cogliere una forte attitudine wyatt-ana: quel misto di casalinghitudine, professionalità e clima di amicizia, che è rarissimo trovare nei lavori prodotti da piccole e grandi case discografiche (e da questo punto di vista TUTTA la confezione del lavoro profuma di libertà, sia nella scelta dei materiali, sia nella quantità di testi e foto presenti nelle varie componenti di questa operazione, sia nella eccellente cura di ogni dettaglio).

Tutte queste qualità e queste caratteristiche si ritrovano, tanto per iniziare a entrare nel dettaglio, in quello che è forse IL capolavoro del disco, “Rinascere hugs suite“: 20 minuti in cui si frulla di tutto con una capacità di legare i diversi interventi che pare miracolosa. Nel pezzo si alternano alle voci (e agli strumenti) personaggi apparentemente lontani come Ivana Gatti, Massimo Zamboni, Franco Battiato, Cristiano Godano, Cristina Donà, Miro Sassolini, Emidio Clementi, Piero Pelù ed altri.
Cambi continui di atmosfere, testi di diversi autori che si intrecciano e susseguono per un brano la cui fascinosità consiste nella sua assoluta impossibilità e che approfitta dello stato di grazia dei co-partecipanti:
i toni inequivocabilmente new-wave di Sassolini, l’eleganza di Cristina Donà, la luce portata da Battiato, il pianoforte chirurgico di Alessandra Celletti, l’incredibile carisma di Clementi, ben coadiuvato dalla chitarra elettrica di Massimo Zamboni, che nella parte conclusiva del brano stordisce per quanto riesce ad evocare. Un brano che è molto di più dell’unione dei singoli contributi e che si candida ad essere uno dei (pochi) miracoli musicali di questo nuovo millennio.

E poi l’iniziale e impetuosa “Vdb23“, ricca di distorsioni all’inizio e nella parte finale, “Torna con me“, dal bellissimo finale con la voce di Rocchi che non può non commuovere, “Nulla è andato perso” dal basso e dalle elettroniche aggressive, l’energia della breve “Tutti gli uomini – tutte le donne“, “L7DM (les dernierès sept minutes de mon pere)” coraggiosa e straziante al tempo stesso con l’esraj sopraffino di Beppe Brotto, il testo letteralmente fluviale (c’è qualcosa di inusualmente ferrettiano nel modo in cui Rocchi ha costruito le sue liriche) di “Una corsa” che nei suoi 15 minuti alterna momenti dove le elettroniche la fanno da padrone ad altri in cui è il violino di Fulvio A.T.Renzi a spiccare.

Un disco speciale e, ahinoi, irripetibile (anche se c’è la speranza di veder portate alla luce alcune composizioni registrate ma escluse dall’edizione finale).

Un lavoro che indica una strada a chi avrà la forza di percorrerla.

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p.s. Come raiser anch’io, come altri, do il mio pubblico assenso per una eventuale ristampa “normale” di questo lavoro, per dare la possibilità a chi non ha colto l’attimo (magari perché legittimamente bazzica poco la rete) di poter ascoltare quello che probabilmente resterà come l’ultimo lavoro di Claudio Rocchi.

KRAFTWERK “Musique Non-Stop”, 1986, EMI

Voi sapete che adoro i Kraftwerk innanzi tutto per la loro musica, ma sapete anche che adoro il loro rigore estetico e la loro maniacale attenzione per tutti gli aspetti legati alla loro immagine (dai vestiti indossati sul palco, alle copertine dei dischi passando per le foto del gruppo).
Naturalmente anche nei loro video questo rigore è presente.

Questa canzone, “Musique Non-Stop” appartiene ad “Electric Café” (poi ribattezzato “Techno pop“, ma questa volta non starò a riepilogarvi la rava e la fava), l’album che chiude l’esperienza della classica formazione a quattro con Wolfgang Flür e Karl Bartos ad affiancare gli storici Ralf HütterFlorian Schneider, e di fatto sigilla per molti anni il percorso della band tedesca.

Il video (ricordatevi che siamo nel 1986) è interamente realizzato con animazioni digitali e davvero innovativo. Non potevano che essere loro i primi a portare nella musica un certo tipo di immagine.

E comunque io questa canzone la adoro.