TARA HUGO “Tara Hugo sings Philip Glass”, 2012, Orange Mountain Music

La relazione pericolosa tra Philip Glass e le canzoni ha una storia che viene da lontano. Credo che le primissime avvisaglie risalgano al 1983 quando, all’interno della sua opera da camera “The Photographer” (splendido lavoro), comparve un breve brano (poco più di 3 minuti) intitolato “A gentleman’s honor” che, per quanto sui generis e per quanto caratterizzato dalle reiterazioni tipiche di Glass, è a tutti gli effetti una canzone, persino canticchiabile.

Evidentemente l’idea di aprirsi anche a questo universo ronza nella testa del nostro, tanto che pochi anni dopo (1986) licenzia un progetto esplicitamente dedicato alla forma-canzone: “Songs from liquid days“. Al suo interno 6 anomale canzoni su testi di illustri personaggi dell’universo pop (Paul Simon, Suzanne Vega, David Byrne…) e cantate sia da tenori appartenenti all’universo classico (Douglas Perry) sia da voci decisamente più leggere (Linda Ronstadt). Il risultato è molto interessante, e, anche se questo disco non è mai ricordato come uno dei capolavori di Glass, di fatto spicca per originalità e trasversalità (secondo me prima o poi verrà riscoperto…).

Negli anni seguenti Glass tralascerà (almeno in maniera esplicita) questo universo musicale, anche se non possiamo non ricordare alcuni lavori che, di fatto, sono strutturati su canzoni (magari suonate da quartetti d’archi o ensemble classici, ma comunque canzoni, seppure meno coraggiosamente pop che nel disco di cui sopra) tra i quali spicca l’ottimo “Hydrogen jukebox” su testi, ovviamentissimamente, di Allen Ginsberg e il più alterno “Book of longing” su testi di Leonard Cohen.

Proprio una delle voci principali utilizzate per “Book of longing“, la mezzosoprano Tara Hugo, ha realizzato questo splendido lavoro nel quale si tirano le fila della produzione glassiana degli ultimi 30 anni selezionando una serie di brani provenienti da vari suoi lavori, tutti caratterizzati dall’essere sostanzialmente assimilabili alla forma-canzone, arrangiati per pianoforte ed archi (ma sono presenti anche spruzzate di chitarra, percussioni, arpa e qualche legno).

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Quello che spicca in queste registrazioni è il bel contrasto tra gli strumenti e la musica (che suonano tipicamente glassiani nel loro incedere spesso rigido e matematico) e l’interpretazione della Hugo che, come mai nessuno prima di lei, riesce a rendere estremamente espressiva la sua parte, svelando un lato comunicativo della musica di Glass che (forse) era sconosciuto allo stesso compositore (in questo, forse, anche aiutata dal fatto che l’arrangiamento della musica è sempre molto delicato e non ruba la scena alla voce solista).

Nel disco troviamo brani già conosciuti come quella “Streets of Berlin“, già nota per l’incisione fatta da Ute Lemper, in una versione molto intima e convincente, recuperi da “Book of longing” (come la bellissima “A sip of wine” o “How much I love you“) ma qui realizzati in maniera più incisiva (come se la Hugo fosse stata lasciata libera di lasciarsi andare…) ed emozionante. Compaiono poi pezzi da “Hydrogen Jukebox” (“Cabin in the Rockies“, la struggente “The night in Santiago“) e addirittura da “Monsters of grace” (“Let the letter read you“, dove il testo di Jalaluddin Rumi viene reso meglio che nell’opera originale, e la commovente “The new rule“).

Ci sono poi cose nuove (o comunque molto poco conosciute) come “Planctus“, scritta anni fa per (e con) Natalie Merchant e mai incisa prima o alcuni brani strumentali di Glass ai quali la Hugo, dimostrando grande personalità, ha aggiunto dei suoi testi (la bellissima “Kabul“, l’iniziale e struggente “Always neverwas“, l’inquieta “Spinning“…)

Insomma un lavoro prezioso e anomalo, uno sguardo sull’universo glassiano abbastanza innovativo e di grandissimo buon gusto.

Quando cantabilità non equivale a banalità.

ASSALTI FRONTALI e IL MURO DEL CANTO “Il lago che combatte”, 2014, Autoproduzione

Altro video proveniente da gruppi lontanissimi dal mainstream. “Il lago che combatte” è una classica instant song (ancora non pubblicata) nata a supporto di una lotta popolare a favore di un lago comparso dal nulla nella periferia di Roma (se cercate in rete troverete facilmente tutti i dettagli).

Giustamente il regista ha caratterizzato il video come un vero e proprio documento che mostra i luoghi e il contesto della canzone, oltre ai due gruppi che si sono uniti per raccontare questa storia incredibile (e, incredibilmente, almeno per ora, con un lieto fine).

Di Assalti frontali e de Il muro del canto vi avevo parlato in passato (qui, qui, qui e anche qui), ma questo video, e questa canzone, sono per me particolarmente commoventi perché tutto quanto narrato è successo nel quartiere dove sono cresciuto.

Casa mia.

La lotta continua.

DON CHERRY “Organic music society”, 1972, Caprice records

I vituperati anni ’70 sono stati anche anni in cui si è tentato, con un discreto gusto per l’azzardo, di inseguire ideali alti e utopie difficili anche solo da immaginare. In musica ci sono stati artisti che hanno provato a sintetizzare quanto di meglio aveva da offrire la musica tutta alla ricerca di una musica nuova che fosse unione e armonia delle tante musiche conosciute, una musica nuova per un mondo nuovo immaginato come pacificato e armonico.
Fricchettonerie, certamente, ma anche sinceri tentativi di andare oltre l’orticello di casa propria e giocarsi la carta dell’incontro con l’altro (oggi sempre meno perseguito, all’epoca considerato da molti una sorta di obbligo morale).

In Italia chi forse ha meglio tentato di realizzare musiche siffatte sono stati gli Aktuala (prima o poi gli dedicherò un articolo), ma in questa sede mi piace parlarvi di questo disco di Don Cherry (del quale è soprattutto maestro di cerimonie, più che autore), dal titolo decisamente esplicativo, ricco di questa tensione verso l’unità del genere umano di cui accennavo sopra.

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L’idea di fondo fu quella di radunare intorno a sè musicisti di varia estrazione (geografica e musicale) e di realizzare con loro una musica che vedesse confluire al suo interno modalità provenienti da generi lontani e magari spesso considerati antitetici.
Per quello che riguarda i musicisti già scorrendo l’elenco si inizia ad avvertire la trasversalità dell’operazione: alle percussioni abbiamo il brasiliano Nanà Vasconcelos, il turco Okay Temiz e lo svedese Bengt Berger, la tromba è suonata dagli, a me sconosciuti ma dai nomi inequivocabili, Achmed Falay e H’suan… Cherry si circonda di sensibilità diverse e costruisce un gruppo che utilizza strumenti non necessariamente abituali per l’universo del jazz, dal quale lui proviene, e quindi abbiamo in organico, oltra agli usuali basso, batteria, tromba, pianoforte e flauto strumenti quali il berimbau, il sarangi, le tamburas e la misteriosa guitar doussn’gouni.

I riferimenti musicali cercano di attingere a diverse radici, per cui troviamo ovviamente il jazz, ma anche la tradizione africana, le ritmiche sud-americane, la musica classica indiana e, addirittura, il minimalismo americano (compare infatti due volte nel disco il brano “Terry’s tune” scritto da Terry Riley, in quegli anni spesso compagno di Don Cherry in concerti e session in studio).

Ma in concreto cosa si ascolta in questo (originariamente) doppio LP ?

Lunghe invocazioni a qualche dio pagano in un misto di atmosfere hippy-afro-indianeggianti (“North brazilian ceremonial himn“), soliloqui per flauto seguiti da un’ostinato arpeggio di tastiera contrappuntato da una voce (“Elixir“) o la stessa voce appoggiata su di un ossessivo ritmo di berimbau (“Relativity suite part 1“), entrambi a disegnare una singolare forma di minimalismo africaneggiante, improvvisazioni per sarangi+voce tipicamente indiane (“Manusha raga kamboji“), Africa+spoken poetry su una base di ricche percussioni (“Relativity suite part 2“), minimalismo bucolico che subito sfocia in free jazz (“Terry’s tune“, presente in due versioni la seconda delle quali con una sorprendentemente introduzione dai fiati celestiali), aperture piano-centriche fricchettone in gioiosa libertà sorrette da un drumming imprevedibile per poi aprirsi a suoni jazz vagamente brubeck-iani (“The creator has a master plan“, “Hope“, “Utopia & Visions“) o classico-indiani (“Sidharta“, “Resa“).

Questo è un disco largamente imperfetto (e neanche inciso troppo bene, frutto com’è di diverse registrazioni live e di una unica session in studio), non certo un capolavoro. Ma è la testimonianza di un anelito, di un desiderio, che nei decenni successivi si è andato, purtroppo, perdendo.
Come dice giustamente Giorgio Gabermolti avevano aperto le ali senza essere capaci di volare… come dei gabbiani ipotetici“, e questo disco cercava di spiccare un volo sicuramente aldilà delle possibilità dei protagonisti (nel disco non c’è la reale fusione delle musiche dalle quali si attinge, piuttosto una giustapposizione a volte forzata, la musica non riesce a scorrere via fluida come dovrebbe), ma cio’ nonostante ascoltarlo significa provare un forte rimpianto per quei tempi perché oggi, cito sempre (e sempre impropriamente) Gaber, abbiamo “il gabbiano senza neanche più l’intenzione del volo, perché ormai il sogno si è rattrappito“.

Perché alla fine della fiera forse è stato più importante sognare certe musiche che realizzarle.

LUCIO DALLA “Nevica sulla mia mano”, 2013, RCA

Come ci insegna Gaber in “Io se fossi Dio” la morte di qualcuno non deve necessariamente spingerci a dimenticare cosa quella persona sia stata, nel bene come nel male. Non ho pertanto cambiato idea sulla sostanziale limitatezza della produzione di Lucio Dalla già a partire dalla fine degli anni ’70.
Ma prima del grande successo c’è stato un Dalla autore di alcuni dischi di altissimo livello.

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Lo scorso Natale nei negozi di dischi (quelli che ancora resistono) è comparso un cofanetto piuttosto costoso, ma assolutamente imperdibile per chi ama la canzone italiana (e la sua eccellenza).

Intitolato “Nevica sulla mia mano” il box contiene 4 cd e un bel librone ricco di fotografie stampato utilizzando carta di ottima qualità.
Partiamo dai dischi: 3 dei 4 cd sono gli storici lavori realizzati da Lucio Dalla insieme a Roberto Roversi (autore dei testi). “Il giorno aveva cinque teste” (1973), “Anidride solforosa” (1975) e “Automobili” (1976) sono tre dischi semplicemente epocali.

Quando i due si incontrano Dalla è un cantante di buon successo scontento di sé e delle cose che ha fatto fino a quel momento, sente il bisogno di fare qualcosa di più importante e più interessante. L’incontro con Roversi gli da gli stimoli di cui aveva bisogno e quello che nasce dalla loro collaborazione è qualcosa di molto diverso da ciò che si era sentito in Italia fino a quel momento.
Roversi propone a Dalla dei testi con una loro musicalità intrinseca, ma NON pensati per una musica precisa. Il Dalla compositore accetta la sfida ed incomincia un incredibile lavoro di costruzione di canzoni, un auto-costringersi a lavorare in spazi molto ristretti e all’interno di limiti invalicabili.
Un musicista scarso o superficiale avrebbe abbandonato il progetto o realizzato un enorme taglia e cuci sui testi ricevuti, ma Dalla era musicista di razza (su questo non si discute) e intreccia con questi testi un corpo a corpo feroce i cui risultati suonano stupefacenti ancora oggi.
Quelle che ascoltiamo sono canzoni che, pur mantenendo una loro precisa musicalità e cantabilità (Dalla è sempre stato autore che non ha mai perso di vista questi aspetti della composizione), si sviluppano in maniera inaspettata, magari alternando atmosfere anche molto diverse all’interno della stessa canzone, sono arrangiate in maniera fantasiosa (niente chitarra cantautorale, ma di volta in volta gli strumenti necessari a vestire al meglio la canzone), sanno essere grintose quando serve, ma anche drammatiche o ironiche senza che nessun registro venga negato a priori.
Sono rare nella canzone italiana questo tipo di situazioni (mi viene da pensare a Branduardi che musica le poesie di Yeats o a Battiato nel primo disco su testi di Manlio Sgalambro), ma regalano sempre perle assolute, dischi che stupiscono per originalità e qualità.
E non crediate che i testi di Roversi siano banali o superficiali. Quando parla di operai e lavoro, quando parla d’amore o di inquinamento, i suoi versi sono sempre affilati come rasoi ed eleganti come felini selvatici.
Quindi, ricapitolando: liriche di qualità, musiche variate e complesse, ma sempre nei limiti (erano gli anni del progressive, e anche questo ha aiutato), arrangiamenti originali, interpretazioni vocali stellari, musicisti bravissimi… vi serve di sapere altro per correre ad ascoltare queste canzoni ?
Difficile segnalarvi qualche pezzo migliore vista la qualità media di tutti i lavori. Il mio personalissimo gusto ha adorato la favola drammatica de “Il coyote“, la storia attualissima e meritoriamente classista de “L’operaio Gerolamo“, i virtuosismi vocali di “Pezzo zero” e “La borsa valori” (chissà cosa ne pensava Demetrio Stratos…), i tamburi impietosi di “Ulisse coperto di sale“, la melodia superlativa di “Anidride solforosa“, il teatro e la storia ad alta energia de “Le parole incrociate“, la visione pre-apocalittica (ma estremamente realista) de “L’ingorgo“.

Il libro è degno di tanta qualità. Invece di ospitare saggi su questa collaborazione o limitarsi ad un racconto biografico, i curatori hanno scelto di utilizzare le sole voci dei protagonisti, selezionando abilmente interviste (d’epoca), manoscritti, testi scritti per introdurre i brani durante i concerti, e altri materiali simili. In pratica la collaborazione tra i due e il senso delle cose che facevano ci viene raccontato direttamente da Dalla e Roversi con l’ulteriore aiuto di una serie di (ottime) fotografie per contestualizzare al meglio il tutto.

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E infine c’è il quarto disco, quello degli inediti al cui interno troviamo materiali di diversa provenienza. Iniziamo con quelli che ho trovato più interessanti facendo però un passo indietro.
Quando nasce il progetto del terzo disco Dalla e Roversi pensano ad un album concept intitolato “Il futuro dell’automobile“, ma quando lo presentano alla RCA trovano una serie di ostacoli.
Quello che arriverà nei negozi sarà un progetto fortemente mutilato dalle decisioni della casa discografica: non si limitarono a cambiare il titolo, ma eliminarono anche alcune canzoni, di altre accetteranno una versione più corta tagliandone importanti sezioni e decisero anche di unire i due brani dedicati alle mille miglia in uno solo (e calcolate che le due canzoni originali si riferivano a due periodi diversi ed intendevano proprio sottolineare alcuni cambiamenti di questa kermesse causati dal contesto in cui si svolsero) complicandone assai la comprensibilità.
Queste vicende non furono indolori per la coppia di autori (Roversi si rifiuterà di firmare i brani usciti sull’LP) e se non furono la causa principale della rottura della loro collaborazione certo furono l’innesco della loro separazione.

Nel quarto disco troviamo quindi (recuperati da registrazioni live molto amatoriali) alcune di queste canzoni perdute, piccoli grandi tesori tra le quali spicca la progressiva “I muri del ’21“, la versione integrale (oltre 7 minuti rispetto ai poco più che 2 della versione incisa in studio) di “Intervista con l’Avvocato“, la struggente “La signora di Bologna“. Da notare che la musica di uno di questi brani, “Rodeo“, sarà sostanzialmente riutilizzata l’anno dopo da Dalla nella (da me molto amata) “Treno a vela“.
Più recentemente, dopo la loro riappacificazione, Dalla e Roversi realizzarono uno spettacolo intitolato “Enzo re“, dal quale provengono altre 5 canzoni presenti in questo disco (questa volta registrate in maniera ottima) che però non mostrano la forza eversiva delle cose fatte negli anni ’70.
Infine in questo bonus cd c’è anche spazio per alcuni demo per sola voce e pianoforte che mostrano le canzoni in uno stadio intermedio (ancora lontane dall’arrangiamento definitivo ma già abbastanza formate). Sono registrazioni interessanti ma siamo ai limiti della semplice curiosità per dallamaniaci in fase molto avanzata (anche se la “Nuvolari” che si ascolta ha alcuni passaggi davvero inaspettati e “Carmen Colon” è praticamente un’altra canzone).

Insomma: a mio parere questo lavoro era assolutamente necessario per omaggiare una collaborazione artistica che resta una delle cose più importanti partorite dal mondo della canzone italiana, e va dato atto che il lavoro è stato fatto in maniera splendida con grande rispetto per chi non c’è più. Non vi dico che dovete comprarlo, ma sappiate che, sempre che amiate l’universo della musica italiana, privarvi di queste musiche andrebbe considerato un gesto di puro masochismo.

Un (gran bel) pezzo di storia.

KRAFTWERK “The telephone call”, 1986, EMI

Ancora un video dei Kraftwerk, ancora tratto da “Electric Café“.
A differenza dell’altro video propostovi (“Musique Non-Stop“, lo potete vedere cliccando qui), in questa occasione la realizzazione non fu caratterizzata da particolari sforzi tecnologici (anzi…). Ciò nonostante il video è perfettamente aderente all’estetica del gruppo e fu l’ennesimo mattone nel muro di una costruzione davvero certosina e curatissima in ogni dettaglio.

Brano minore, video pochissimo visto con uno strano (a volte impercettibile) senso dell’umorismo che governa l’evidente omaggio al cinema espressionista tedesco… tutte ottime ragioni per riproporvelo.